Skip to content

Il futuro del Manifesto: qualche riflessione sulla crisi

di Gian Marco Martignoni
Ringraziando Daniele Barbieri per l’ottima recensione critica al libro di Valentino Parlato, porto il mio contributo al dibattito, dopo aver riletto per l’ennesima volta l’intervento di Rossana Rossanda «Il Manifesto. Da dove ripartire?» (il 19 settembre). Un intervento, al solito, di grande respiro, che purtroppo non è stato ripreso in alcun modo dalla cerchia degli intellettuali che oggi contribuiscono ad arricchire la riflessione della pagina 15, “Community”.
Solo dopo la polemica fra Norma Rangeri-Angelo Mastroandrea e Valentino Parlato è stato semmai Piero Bevilacqua (uno dei più recenti collaboratori del giornale) a esplicitare il disaccordo con la Rossanda rispetto alla necessità di ridefinire «identità e finalità» de «il manifesto» in relazione a quelle della sua fondazione, in piena consonanza quindi con le tesi sostenute dall’attuale direzione.
Detto ciò, gli abbandoni di Vauro, D’Eramo, Halevi, la lettera della Rossanda, unitamente agli esiti delle votazioni sul gruppo di lavoro, e oggi una lettera di un gruppo di giornalisti e giornaliste di lungo corso, sono la testimonianza di una divaricazione all’interno del collettivo redazionale che non ha precedenti, ovvero la diretta conseguenza di un mutamento di linea editoriale che non data certo da ieri e che rispecchia la regressione-frantumazione di una sinistra radicale e comunista che ha abbandonato gli strumenti dell’analisi marxista.

Ovviamente tutto ciò mi amareggia, poiché per intenderci un conto è leggere il poliedrico Marco D’Eramo e un conto è leggere il monocorde Guido Viale, così come un conto è avere una bussola di orientamento marxista e un conto è ritenerla una moneta fuori corso.
Ma poiché è da tempo che leggo «il manifesto» con tutt’altro spirito critico di quando avevo 20 anni, neanche io ho come Daniele – magari per tutt’altre ragioni- alcuna intenzione di abbandonare la lettura dell’unico quotidiano che ho sostenuto con tutte le mie forze sin dal 1975 e che ritengo valga ancora la pena di sostenere oggi (con tutti i suoi limiti) per evitarne la chiusura.
D’altronde, un’affezione così smisurata non può tradursi per quanto mi concerne nell’invito al suo opposto: pertanto, semmai «il manifesto» dovesse chiudere, vorrà dire che mi dedicherò allo studio del francese per continuare a leggere «Le Monde Diplomatique» e che mi abbonerò al settimanale «Internazionale» per non affogare nella palude del provincialismo italiano.
Questo post è stato pubblicato sul blog di Daniele Barbieri

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.