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Gaza, dove il piombo si fonde ancora e sta accadendo l'impensabile

di Handala
Non riesco a pensare. Qualcosa è cambiato, mi viene da dire, perché sta avvenendo l’impensabile, l’incredibile, e non ci sono parole ma solo rabbia. Al contempo, niente cambia, tutto ritorna: il piombo è ancora fuso ma già una colonna di nuvole si erge su Gaza. Ma non sono nuvole, è il fumo dei bombardamenti. Davanti all’orrore, allo sgomento, l’unico pensiero che ho in testa, dopo tutti i perché senza risposta, dopo l’incapacità di afferare anche solo un lembo di questa follia, l’unico pensiero è sciocco, maledettamente ininfluente. perché quella che in ebraico è l’operazione Pilastro di Nuvole è stato tradotta dall’Israeli Defense Force per il mondo in Pilastro della Difesa?
Quello che viene dato in pasto all’opinione pubblica israeliana (un’opinione che non opina un bel niente, tragica contraddizione di termini) è un messaggio biblico: l’unica via della salvezza per il popolo ebraico in Egitto, la mano di dio che interviene direttamente, che protegge e conduce al sicuro. Ma il mondo assimila un’altra suggestione: la virile solidità della difesa, perché Israele ha diritto a difendersi, come vanno ripetendo tutti i politici di tutti gli Stati occidentali, senza vergogna, davvero senza dignità. Nella nostra mente non si deposita la follia megalomane della pretesa giustizia divina, ma l’inviolabile dovere di proteggere i propri cittadini.
Il titolo del massacro fa breccia in entrambi i casi: da parte israeliana, quasi tutte le operazioni militari condotte hanno avuto riferimenti teologici (Wrath of God, Days of Penitence, e anche Cast Lead) ed evidentemente nessuno ha niente da ridire se si mescola religione con interessi strategici, con pulizia etnica, con sterminii di massa (vedi articolo dell’Huffington Post).

D’altra parte, la cosiddetta sicurezza è divenuta per il cittadino occidentale l’unico comandamento, la scusante a nefandezze di ogni tipo; ma soprattutto, semplicemente, viene suggerito che lo Stato ebraico si stia difendendo da un’aggressione. Contro ogni evidenza, alla fine ce la beviamo, perché il lessico della guerra preventiva si è già da tempo sedimentato nel nostro immaginario, con risultati notevoli. è la sola riflessione del cazzo che riesco a fare. Perdonatemi, ma su Gaza tutto il resto non riesco, non voglio capirlo.
Intanto, in Cisgiordania si sente una scissione interna violenta, che disorienta. Un popolo che assiste inerme alla morte di fratelli e sorelle, ancora una volta, e l’occupazione che continua, e la resistenza con essa, inevitabile e necessaria. A Burin, il paese di cui ho parlato in una vecchia mail, sono stato arrestati 3 bambini, di età compresa tra i 9 e i 12 anni. Mercoledì numerosi blocchi stradali per tutto il nord della West Bank ad opera dei Comitati di Resistenza Popolari. Giovedì manifestazione davanti al checkpoint di Huwwara, all’ingresso sud di Nablus.
Arriviamo e hanno già arrestato tre ragazzi per aver lanciato pietre. La situazione è strana: ragazzi e ragazze di meno di vent’anni che fronteggiano soldati schierati a cinquanta centimetri da loro, senza battere ciglio, con la bandiera palestinese tesa davanti ai loro visi. Due o tre ragazze gridano cori in faccia agli elmetti, impassibili o quasi. Infatti, i soldati sono quasi tutti di leva, anche loro hanno poco più di diciott’anni (in Israele il servizio militare è obbligatorio raggiunta la maggiore età e dura 3 anni per i maschi e 20 mesi per le femmine). Una ragazza che sembra una bambina, imbraccia il mitra spaesata; un ragazzo ha il volto arrossato, trattiene le lacrime, non sa cosa diavolo ci fa lì, davanti a coetanei che manifestano la loro rabbia mentre lui indossa un’uniforme che gli permette di sparare loro.
Venerdì giorno di manifestazioni settimanali: vado a Kafr Kaddoum, villaggio resistente a qualche decina di metri da una colonia, circondato da avamposti militari. Tante volte (l’ultima quest’anno) l’esercito è entrato nel villaggio con i tank. Gli shebab (i ragazzi) tirano pietre, i soldati rispondono con lacrimogeni. Se scrivo lacrimogeni, non pensate a quelli italiani: questi non fanno solo piangere, la roba chimica che c’è dentro è davvero più intensa, basta un respiro e gli occhi si chiudono. Coi ragazzi si scherza sulle proprietà curative dei suddetti, perfetti per far passare il raffreddore, un vero toccasana. Ma c’è poco da scherzare: un uomo colpito in testa viene ricoverato. Gli shebab non hanno paura di niente, mettono in fuga soldati nascosti in una cascina con una raffica di pietre. Un bambino di cinque anni ha una fionda in mano, e tanti come lui sciamano lanciando ciò che trovano per terra: la Resistenza si impara appena nati.
A Nabi Saleh, altro villaggio che lotta da anni, contro una colonia ma anche contro il Muro che incombe, il bilancio è più grave: due palestini arrestati e almeno altrettanti internazionali.
Sabato, di nuovo manifestazione al checkpoint Huwwara. Ci aspettiamo qualcosa come giovedì, siamo una cinquantina a dirigerci verso il checkpoint; un blitz improvviso della Border Police porta all’arresto di almeno sei palestinesi, e lo sviluppo della manifestazione prende un’altra piega. Arriva molta gente, a fiumi. Cinquecento persone, forse di più. Poi tutto si fa concitato: barricate e copertoni bruciati, lacrimogeni a non finire, suondbombs, pietre pietre pietre, jeep militari che irrompono e fughe concitate, una ragazza arrestata, tutti che scappano nelle case o nei campi di ulivi.
Ma poi si torna in strada, si avanza ancora, ancora lacrimogeni, tanti intossicati, le ambulanze corrono di continuo, un ragazzo colpito in testo. Ci si ritira ma di nuovo si riprende la strada, gli shebab sfidano i soldati, li sbeffeggiano, i lacrimogeni vengono sparati ad altezze sempre più basse, come proiettili. Mordi e fuggi mordi e fuggi mordi e fuggi, finchè arriva un enorme bulldozer che apre le barricate. Non è finita, tutti corrono ma solo per tornare indietro, e bandiere ne sventolano poche, solo palestinesi, e una del Fronte Popolare, rosso fuoco sul cielo nero di fumo dei copertoni e bianco di lacrimogeni.
Sono le cinque e scende il buio, la manifestazione è iniziata a mezzogiorno e non si ferma, i ragazzi davanti vengono subito sostituiti quando arretrano a prendere fiato, ma non c’è una prima linea, ci sono individui che avanzano pietre in mano, lanciano, gridano, si dividono e si ricompattano, sembrano un banco di pesci che tenta di resitere allo squalo.
Intanto, si muove anche Ramallah, a Qalandyia e davanti alla prigione di Ofer, come Betlemme, scontri continui nel campo profughi di Aida, e così Gerusalemme. Voci che si rincorrono, ho pochi modi di controllare. Quel che è certo, è che un’altro massacro come quello del 2008-2009 non può passare sotto silenzio. Quel che è certo, è che la gente è stanca.
Oggi è domenica, un nuovo corteo parte dal centro di Nablus, un centinaio di persone cammina per un’ora, passa dal campo profughi di Balata, si aggiungono altri, si arriva vicino al checkpoint. I soldati sulla collina cominciano subito coi lacrimogeni, ma oggi siamo in tanti, un migliaio di persone. Il copione è simile, ma i ragazzi, in risposta ai teargas, sparano fuochi artificiali, con grandi grida di sberleffo. I cori si levano di continuo, possenti, ma ne ritorna sempre uno: “Con il nostro sangue, con il nostro spirito, libereremo Gaza”.
La paura è sempre meno, gli shebab si lanciano sulla collina contro i vari gruppi di soldati, lanciano pietre a pochi metri di distanza, finchè non vengono respinti da fiumi di lacrimogeni. C’è rabbia per Gaza, disperazione per una vita vissuta sotto occupazione, e i due sentimenti che si mescolano e danno vita a qualcosa di inedito.
Scende la sera, fiamme di copertoni. L’esercito spara rubber bullets dopo che un’auto di coloni ha provato a sfondare la barricata ed è stata fermata. Alcuni feriti, mentre gli intossicati non si contano più. Si parla di cinque arrestati. Niente di romantico in un ragazzo che tira pietre a una jeep piena di soldati armati fino ai denti. Niente di eccitante, niente di compassionevole. Questa è la necessità, così viene vissuta da loro e così è. Tutti i ragazzi che mi passano a fianco mi gridano, ridendo, “welcome to Palestine”. Questa, posso dirlo, è la vita, la loro vita.
Resistenza. Resistenza. Esistenza. Stanno gridando a se stessi, agli altri palestinesi, all’esercito che violenta la loro terra, agli israeliani, a noi democratici cittadini occidentali che permettiamo tutto ciò, che ammicchiamo ai fucili e condanniamo le pietre. Stanno gridando a tutti, che esistono ancora, nonostante tutto, e non si muovono, ma vanno avanti. Fino a quando? Fino alla fine, qualunque essa sia.
Qualcosa si muove. “Con il nostro sangue, con il nostro spirito, libereremo Gaza”. Domani si ricomincia.

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