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Bologna, Prati di Caprara: 130 profughi chiedono una chance di vita oltre il 31 dicembre

di Angelica Erta
Centotrenta ragazzi nigeriani, profughi della Libia del colonnello Gheddafi sono ancora confinati nell’area dismessa dei Prati di Caprara, in una struttura fatiscente, adibita un tempo a magazzino. Dopo la manifestazione pubblica di lunedì, fino in Piazza Maggiore, a chiedere dignità di fronte a Palazzo d’Accursio, si è tenuta l’altra sera una nuova assemblea. In una stanza enorme, e fredda a dispetto del gran numero di ospiti – pochi gli italiani, qualche ragazzo delle associazioni ‘vicine’ ai migranti e per la politica il consigliere regionale Roberto Sconciaforni – i migranti hanno chiesto una chance per il futuro, oltre il 31 dicembre, giorno in cui termina lo stato d’emergenza per il Nord Africa e con esso anche il loro diritto ad essere accolti in questo ‘ghetto’ istituzionale.
Oltre 550 giorni di vita sospesa in un ex-magazzino, un campo profughi in cui mancano acqua calda e riscaldamento, ingabbiati nell’esclusione di Stato che nega il permesso di soggiorno nella finzione – com’altro definirla? – di accoglienza e protezione. Per questa enclave lo stato italiano ha speso oltre 3 milioni di euro, destinati alla Croce Rossa, con un accordo di gestione firmato con la Protezione Civile. Divisi per il numero di giorni e ospiti forse la cifra non è nemmeno esorbitante (46 euro al giorno per ciascun profugo) ma il nodo è politico: qual è il senso di un campo profughi che costa allo stato e toglie diritti.

Si finisce così nel paradosso di uno Paese che esclude – negando in primis l’accesso al lavoro – e di un’amministrazione locale che tenta percorsi inclusivi marginali, firmando accordi di volontariato. Per svolgere qualche ora di lavoro presso il tribunale, alla paga simbolica di un euro al giorno, i migranti hanno firmato un patto in cui sono state coinvolte le istituzioni, la comunità nigeriana di Bologna e l’Auser. Lo stato che svuota l’esistenza offre a titolo palliativo, per sopravvivere al nulla a cui li ha condannati, qualche ora di attività nei pubblici uffici (da cui fra l’altro trae vantaggio come confermato dal presidente del tribunale di Bologna).Non vi sono muri e filo spinato ai Prati di Caprara ma il ricatto del permesso di soggiorno lo fa somigliare a un Cie, ad una zona definitivamente temporanea in cui ammazzare il tempo e ogni dignitoso progetto di vita.
Diviene così inevitabile chiedersi il perché di questa struttura, come di tutti agli altri campi profughi che punteggiano l’Italia dopo ‘l’emergenza Nord Africa’ (lo stato ha garantito l’accoglienza dei profughi delle rivolte arabe con uno stanziamento totale di 22 milioni per 20 mesi, ma negando i documenti a tolto qualsiasi possibilità concreta di inclusione). “Lavorando in Libia abbiamo imparato l’arabo, dopo oltre un anno in Italia pochi di noi masticano qualcosa d’italiano”. E di fatto l’assemblea va avanti con la quasi totalità degli interventi in inglese. “Siamo stati costretti a lasciare un Paese sotto le bombe, in cui lavoravano – ribadiscono in molti – quasi a scongiurare ogni altro intervento puramente assistenzialista”.
La trasformazione dell'”emergenza” in uno status giuridico protratto nel limbo dell’incertezza ha risposto ad una precisa volontà politica? Solo lo ‘status d’eccezione’, dilatato e prorogato, è ammissibile nella nostra estetica della frontiera, per cui i nigeriani intrappolati da 18 mesi nell’area dei Prati di Caprara sono stati, come altri profughi, il tacito monito per scoraggiare nuovi arrivi? Se qualcuno ricorda Barack Obama e sogna di un presidente nero, “l’orgoglio di essere un rifugiato”, come “i fratelli che ha lasciato la propria terra per gli Stati Uniti e ora sono docenti universitari a Washington”, nella fortezza Europa la libertà oltre lo Stato-Nazione fa paura. “Siamo qui per voi – dicono i migranti – la stragrande maggioranza di noi sono giovani, istruiti, possiamo lavorare, pagare le tasse”. Intanto le commissioni territoriali valutano attentamente le carte per ogni concessione – al momento sono state respinte l’80% delle richieste di protezione internazionale presentate in Regione. È forse più facile essere compassionevoli verso i profughi che dare dignità di uomini eguali?
Di qualche giorno fa la nuova circolare del ministro dell’Interno con cui si chiede alle intasate commissioni di riesaminare le richieste di protezione internazionale respinte, date le “rilevanti esigenze umanitarie”. Indubbiamente questo nuovo criterio – da applicare anche alle domande non ancora prese in considerazione, circa la metà delle richieste d’asilo pervenute finora, apre le maglie del diritto e fa tirare un momentaneo sospiro di sollievo. Ma la logica della Fortezza rimane immutata, dispensatrice di concessioni in una sorta di lotteria in cui si vince il diritto a restare. Per sabato alle 14 un nuovo corteo per i diritti e la dignità: “Non abbandonateci, unitevi alla nostra battaglia” è l’appello rivolto da questi ragazzi a chi detiene il ‘lusso’ di essere cittadino italiano.

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