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Con Eurosur nasce la fortezza Europa 2.0: nuovi sistemi per controllare le frontiere

di Luigi Riccio
Ridurre gli ingressi illegali nell’Ue, le morti legate ai tentativi di immigrazione clandestina e la criminalità transfrontaliera. Con questi obbiettivi, nel 2008, Franco Frattini, allora Commissario europeo per la Giustizia, la libertà e la sicurezza, presentava al Parlamento europeo due proposte che sono adesso in fase di attuazione. La prima puntava alla costruzione di un sistema integrato di sorveglianza alle frontiere dell’Ue, utilizzando anche satelliti e droni. La seconda alla creazione di “frontiere intelligenti”, capaci di riconoscere biometricamente le persone in entrata e in uscita, agevolando il transito dei viaggiatori “graditi”. In particolare, il primo progetto, Eurosur (European External Border Surveillance System), sarà operativo dal 1 ottobre 2013.
Eurosur prevede la cooperazione e lo scambio di informazioni tra le autorità di frontiera dei Paesi membri e Frontex (l’Agenzia europea per le frontiere esterne). Ogni Stato suddividerà i propri confini in porzioni, a ognuna delle quali sarà attribuito un livello di impatto “sulla base di un’analisi dei rischi e del numero di episodi che si verificano”. Le rilevazioni saranno poi raccolte da un Centro nazionale di coordinamento, che si occuperà di condividerle con i Centri degli altri Paesi e Frontex. Ma quanto ci verrà a costare tutto questo?

Secondo la Commissione Europea, 340 milioni di euro entro il 2020. Ma il rapporto Borderline, finanziato dalla fondazione Heinrich Boll e realizzato da Ben Hayes e Mathias Vermeulen, prevede cifre differenti, due o tre volte più alte. Non solo: gli autori si mostrano alquanto scettici sull’efficacia di questo impianto così immaginifico.
Ma è sulla questione dei diritti umani dei migranti che le contraddizioni di Eurosur si fanno più stringenti. Se da un lato il testo del progetto prevede la piena compatibilità “con i diritti fondamentali” dell’uomo e il relativo “divieto di respingimento”, dall’altro non spiega come questi principi possano conciliarsi con l’esternalizzazione delle frontiere. La cooperazione con i paesi confinanti viene infatti considerata «cruciale per il successo di Eurosur». «Se la Comunità fornisce già un’assistenza finanziaria alla maggior parte dei paesi terzi vicini per aiutarli a gestire le loro frontiere, l’esigenza specifica di sviluppare una cooperazione operativa (…) impone all’Ue di aumentare tale sostegno finanziario e logistico».
E come si potrà chiedere asilo se si rimane bloccati sulle coste tunisine, egiziane o libiche? «Alle persone che vogliono richiedere protezione internazionale-, dice l’europarlamentare verde Ska Keller a Corriere Immigrazione -, sarà impedito anche solo di raggiungere i confini europei. Se sono fermate nel paese di origine o di transito, è ovvio che sarà loro precluso di presentare la richiesta di asilo in Europa». Con il suo gruppo al Parlamento europeo, Keller ha lanciato la campagna smash border (“rompere” le frontiere) in opposizione alle smart border (frontiere intelligenti) tanto care a Frattini. «Con questo progetto milioni e miliardi di euro saranno spesi per realizzare frontiere esterne ad alta tecnologia senza alcuna certezza sulla loro efficacia».
Chi, nonostante tutto, riuscisse a entrare nella Fortezza Europa, dovrà vedersela con satelliti e droni. I primi serviranno «per il controllo e la raccolta di informazioni relative a zone predefinite» mentre i secondi produrranno «immagini dettagliate sull’area interessata al momento richiesto». L’incrocio delle potenzialità dei due strumenti permetterà a Frontex, in concorso con le autorità frontaliere dei Paesi membri, di avere un’idea chiara sulla situazione e di adottare “contromisure”. Ma non si spiega, ancora una volta, quale sarà il destino dei migranti intercettati e chi si farà carico di loro.
Per gli autori di Borderline, gli unici interessati al funzionamento di Eurosur sono stati Frontex e i fornitori di tecnologia. «Le industrie fornitrici di queste sofisticate tecnologie sono i principali agenti di pressione», conferma Keller. «Il rafforzamento del controllo delle frontiere non nasce da un bisogno reale ma obbedisce a dei principi ideologici a loro volta alimentati da interessi economici. Ma l’obiettivo continua a non essere chiaro: chiedono confini più “forti” ma non specificano cosa intendano con questa espressione». Dello stesso avviso è Claire Roder, giurista dell’associazione francese Gisti, che al business della xenofobia ha dedicato un libro-inchiesta, intitolato, appunto, Xénophobie Business (La Découverte, pp. 194, 16 euro). «In cinque anni d’attività l’agenzia europea Frontex ha moltiplicato il suo budget per quindici: un’enormità in tempo di crisi!», ha detto in un’intervista pubblicata da Liberation. «Non si può fare a meno di pensare che muri, recinzioni, radar e adesso droni che coprono i confini dell’Europa, servano meno ad impedire alle persone di passare che a generare profitti di tutti i tipi: finanziari, certo, ma anche ideologici e politici».
Il secondo progetto, le “frontiere intelligenti”, è invece ancora allo studio. Da una parte esso prevede un sistema di entrata/uscita con la raccolta di dati personali e biometrici delle persone di Paesi terzi. Dall’altra, attraverso il programma Rtp (Registered Traveller Programme), un registro per facilitare i viaggiatori accreditati, che così potranno evitare le lunghe code riservate agli altri, ovvero ai “sospetti”. Ad ogni viaggiatore saranno prese le generalità, le impronte digitali e le foto segnaletiche, sia all’ingresso che all’uscita. Dal confronto, si avrà il numero degli “indesiderati” rimasti oltre la scadenza. «Questo meccanismo-, ci spiega Keller, -sarà sicuramente più utile per raccogliere informazioni statistiche su chi entra ed esce. Ma vogliamo spendere davvero 1 miliardo di euro per un database statistico? In questo modo i dati di tutti i cittadini extra-Ue saranno raccolti e forse anche utilizzati per l’applicazione della legge. Non è questa una chiara discriminazione e stigmatizzazione degli stranieri?».
Altro tema delicato, ricordano gli autori di Borderline, è quello della conservazione e trattamento dei dati personali. Secondo la legislazione Ue, è necessaria una ragione legittima per conservare le caratteristiche fisiche di una persona. Per non parlare del fatto, poi, che svariati motivi possono impedire ad una persona di uscire. A partire da un banale ricovero in ospedale. «Le “frontiere intelligenti” creeranno un sacco di costi senza avere un obiettivo chiaro-, conclude Keller. -A mio avviso, “intelligente” significa qualcos’altro».
Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere Immigrazione il 21 ottobre 2012

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