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Vik Utopia: con l'informazione si combatte contro l'ingiustizia, nonostante lo Stato assente

Vik Utopia. L'omicidio di Vittorio Arrigonidi Alice Facchini
“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini, a una stessa famiglia: la famiglia umana”. Le parole di Vittorio Arrigoni rimbombano nella sala del cinema Lumière. Tante persone fissano gli occhi di Vik, lo sguardo coraggioso di chi sa di lottare per qualcosa di grosso.
Al film festival Terra di Tutti, giunto quest’anno alla sua sesta edizione, la sera del 12 ottobre viene proiettato Vik Utopia. L’omicidio di Vittorio Arrigoni, documentario di Anna Maria Selini, giornalista freelance e videomaker amica di Vittorio. La storia di questo reporter e attivista per i diritti umani è tristemente nota: rapito a Gaza il 15 aprile 2011, è stato ucciso prima della scadenza dell’ultimatum.
“Ho sentito l’esigenza di raccontare chi era davvero Vittorio – spiega Anna Maria Selini -. Così, con la troupe sono andata a Gaza, per ricostruire gli ultimi 2 giorni della sua vita. Non ho la pretesa di aver trovato una risposta a tutte le domande che ancora sono rimaste in sospeso riguardo a questa vicenda: era però necessario mettere in evidenza le ombre che ancora aleggiano sulla morte di Vittorio”.

Il 14 aprile 2011, su internet compare il video del riscatto: Arrigoni è stato rapito. Per rilasciarlo, sarà necessario il rilascio di alcuni detenuti salafiti arrestati dal governo di Gaza qualche mese prima. Trenta le ore di tempo. Ma Vittorio viene ucciso prima della scadenza dell’ultimatum. Perché? La motivazione ufficiale sembra essere che i rapitori erano a un passo dall’essere trovati dalla polizia. Ma la verità non sta tutta qui. Il mistero avvolge ancora la figura di uno dei rapitori, la mente della cellula: il giordano Abdel Rahman, l’unico non palestinese, ucciso poi da Hamas nel blitz per arrestare i sequestratori. Venuto dalla Giordania, era entrato a Gaza clandestinamente attraverso i tunnel sotterranei. Ma perché venire appositamente dalla Giordania, per uccidere proprio Vittorio?
Arrigoni era un attivista per i diritti umani dell’ISM (International Solidarity Movement). Nel 2005, viene dichiarato “persona non gradita” ad Israele. Nel 2008 si trasferisce definitivamente a Gaza: dalla Striscia, diffonde informazioni sulle condizioni dei palestinesi gazawi, e lavora come scudo umano, difendendo contadini e pescatori palestinesi che vengono attaccati immotivatamente dai soldati israeliani. Nell’autunno del 2008, è infatti incarcerato ed espulso dall’esercito israeliano per aver difeso alcuni pescatori palestinesi che cercavano di pescare nelle proprie acque territoriali.
Nell’epoca del villaggio globale, la videocamera è diventata un’arma molto più temibile dei proiettili: Vittorio stava vicino alle persone, le assisteva nella loro vita, pronto a filmare e diffondere sul web ogni violazione dei diritti umani. Su un peschereccio, risuona la sua voce metallica attraverso una vecchia radio di bordo: “Smettetela di sparare – dice con un tono cantilenante, quasi di routine, ai soldati della marina israeliana. Siamo osservatori internazionali”.
Nel dicembre 2008 rientra definitivamente a Gaza, in tempo per assistere all’operazione Piombo Fuso, da lui chiamata semplicemente “il Massacro”. Lanciata dalle forza armate israeliane, con lo scopo ufficiale di “neutralizzare Hamas”, in meno di un mese ha provocato la morte di più di 1400 palestinesi civili. “Di giorno, aiutavamo nelle ambulanze – racconta Vittorio in un video -. Filmavamo tutto, poi cercavamo punti internet per diffondere l’informazione”. Documentava l’uso di bombe al fosforo bianco, vietate dalla Convenzione di Ginevra, l’attacco ai civili e ai depositi di beni di prima necessità delle Nazioni Unite. Era diventato reporter in prima linea. “Restiamo umani” era la frase con cui firmava i suoi pezzi al Manifesto. Vik Utopia la sua firma sul web, per il blog Guerrilla Radio.
Attivista impegnato per i palestinesi, viene ucciso proprio dai palestinesi. Perché? Veramente i rapitori non sapevano di venire presto individuati da Hamas, in un territorio piccolo come Gaza? Oppure il rapimento era tutta una copertura per uccidere Vittorio? Ormai, era un personaggio scomodo. Era diventato un giornalista, difensore della verità, da qualsiasi parte essa si trovasse. E la verità è sempre scomoda, in situazioni di forte violazione dei diritti umani. Dopo la sua morte, il computer con tutti i suoi documenti è stato fatto sparire. Ma Hamas nega di possedere qualsiasi oggetto appartenuto in precedenza alla vittima.
Il governo Berlusconi, in carica al momento del rapimento, non ha fatto nulla per questa vicenda. Non è stato fornito aiuto ai familiari, né assistenza legale, nessuno si è recato ad accogliere la salma all’arrivo in aeroporto, o ha presenziato al funerale. “Nonostante tutto, si trattava sempre di un cittadino italiano caduto in terra straniera – queste le parole della madre di Vittorio nel documentario -. In Italia, viene onorato solo chi la pace la porta con le armi”. Commenta Anna Maria Selini: “Questa assenza da parte dello Stato è dovuta al fatto che Vittorio fosse schierato, apertamente filopalestinese. Fortunatamente, questo imbarazzantissimo silenzio delle istituzioni è stato colmato al funerale dalla presenza di migliaia di persone, provenienti da ogni parte d’Italia”.
Da poco, a Gaza è stata emessa la sentenza contro gli assassini di Arrigoni: sono stati condannati all’ergastolo Mahmud al-Salfiti e Tamer al-Husasna, che avevano confessato il crimine. Un altro membro della cellula salafita, Faruk Jerim, dovrà scontare 10 anni di carcere, mentre un quarto, Amer Abu Ghola, è stato condannato a un anno per aver fornito la casa in cui Arrigoni era tenuto in ostaggio.
“Vittorio era animato da un senso profondissimo della giustizia, che non lo ha mai abbandonato” ricorda la madre. Sono rare al giorno d’oggi le persone che hanno voglia di combattere per qualcosa. È molto più semplice essere ignoranti, egoisti, o semplicemente rinunciatari. Invece Vik lottava per qualcosa, ogni giorno. La sua morte non è stata vana, non finché ci saranno al mondo persone come lui: persone che hanno voglia di combattere per diffondere l’informazione, cercando di cambiare la realtà, e perseguendo quel pericoloso amore che è l’amore per la verità.

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