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Fusione Hera-Acegas: progetto oscuro taciuto ai comuni. Solo il Pd di Bologna sostiene le speculazioni sull'acqua

di Angelica Erta
Oltre 27 milioni di italiani hanno votato al referendum per contro la privatizzazione dell’acqua. Volontà dei cittadini completamente disattesa dal governo. Ultimo colpo di coda di una strategia iniziata da anni, la fusione fra la multi-utility emiliana Hera e Acegas-Aps, azienda che gestisce i servizi pubblici locali a Padova e Trieste, con rami in Bulgaria e Serbia.
Senza che nessun cittadino ne abbia mai discusso e senza che nemmeno i consigli comunali coinvolti siano al corrente fino in fondo del piano industriale, al di là di qualche informazione a dir poco vaga, il management di Hera ha deciso la politica delle fusioni. E si deve far presto, c’è tempo solo, ed improrogabilmente, fino al 15 ottobre pena il fallimento dell’intera operazione. Oggi si vota a Bologna, ma in consiglio comunale, bloccato alla sua apertura, nulla è più scontato. Dopo il tam tam informativo dei Comitati per l’acqua pubblica che si oppongono alla fusione la maggioranza scricchiola, con il Pd in completo isolamento, stretto fra la minoranza (Pdl, Lega e M5) che forse bloccherà la seduta con una pioggia di emendamenti e gli alleati Sel e Federazione della Sinistra nettamente contrari. Intenzioni di voto contrarie anche nell’Idv in cui da tempo serpeggiano dubbi. Al Pd non rimane allora che appigliarsi al voto favorevole dell’ex manager di Hera, Stefano Aldrovandi, per completare questo risiko oltremodo incerto.
Dopo molti comuni nel forlivese, Porretta dove la delibera non è passata, Formigine dove il consiglio si è spaccato 13 a 13, la tempesta si abbattuta sul capoluogo emiliano. Le dichiarazioni di Caty la Torre, capogruppo di Sel, sferrano un secco colpo al Pd. Dice La Torre:

Credo nella partecipazione dei cittadini alle scelte, credo nell’informazione dettagliata e accessibile che permetta il formarsi di opinioni. Credo che la gestione efficiente dei servizi pubblici essenziali non debba necessariamente passare per la mercificazione e la finanziarizzazione di beni comuni come l’acqua.

Fuori dal palazzo del Comune, presidiato da stamattina dalla polizia, decine di persone con striscioni perché “si scrive acqua ma si legge democrazia”. Lavori a singhiozzi in cui i manifestanti entrano in consiglio e bloccano per due volte la seduta. Intanto si chiede Andrea Caselli, referente in regione dei Comitati per l’acqua pubblica:

Com’è possibile che la giunta approvi una fusione di cui semplicemente non conosce nulla?

O forse questo è sintomo di dove si stiano spostando le leve del comando, sottratte agli amministratori locali, figuranti e ratificatori di quanto accade altrove. Il piano di fusione è stato discusso dai rispettivi cda fra giugno e luglio, ma il consiglio comunale di Bologna ne è messo al corrente alla fine di agosto, con le aziende che si appigliano alla Consob e giustificano il silenzio per non turbare i mercati. Caselli si rivolge al Pd, al partito del sindaco che festeggiò in piazza la vittoria dei referendari, ma quelli erano altri tempi, e la partita si giocava contro Berlusconi.
Un’operazione finanziaria supportata dal ministro Passera. Con una modifica allo articolo 7 dello statuto, dopo la fusione lo Stato potrà entrare – tramite il Fondo Strategico Italiano della Cassa Depositi e Prestiti – nel patto di sindacato. A questa punto la maggioranza delle quote sarà sempre pubblica, ma di quel pubblico allargato che fa del governo, e non delle amministrazioni locali, il vero dominus. Già dopo la fusione la quota dei comuni emiliani scenderà nel patto di sindacato dei soci pubblici dal 51% al 42%, a favore di Padova e Trieste con cui non è detto si trovi sempre la quadra. E poi chi esclude che i comuni, strangolati da questa gestione finanziaria, non decidono di fare cassa proprio vendendo allo Stato le loro partecipazioni?
Da quando Hera è stata semiprivatizzata nel 2002, una spa quotata in borsa, ai tempi la panacea contro la mala gestione del pubblico, le perdite idriche non sono calate nemmeno dell’1%. Le bollette dell’acqua e dei rifiuti intanto sono schizzate verso l’alto: negli ultimi 6 anni, a fronte di un’inflazione del 15,5%, sono cresciute a Bologna del 38. Dal 2007 gli investimenti sono pure diminuiti e tuttavia il debito accumulato è colossale, 2 miliardi e 300 milioni, che si attesterà a 2 miliardi e 800 milioni dopo la fusione.
Un debito che non impedisce ai privati di intascarsi quasi il 50% dell’utile (azionisti privati e soci terzi) mentre in azienda viene reinvestito solo il 4%. Inalza Caselli:

A chi dice che i dividendi sostengono i bilanci dei Comuni andrebbe ricordato che i profitti dell’azienda, pagati in bolletta da ogni bolognese con 3 euro aggiuntivi vanno 1 al Comune e 2 spartiti fra soci privati Hera, banche e mercato finanziario erogatore di prestiti.

Le amministrazioni stanno poi perdendo le competenze per far fronte allo strapotere delle aziende in un sistema in cui anche quell’euro viene poi restituito. Continua Caselli:

Il nuovo sistema di raccolta differenziata è stato pagato come servizio aggiuntivo ad Hera, per sostenere gli onore più elevati della raccolta. Nessuno si è chiesto però quanto viene pagata la carta ai consorzi che la acquistino e quindi, a conti fatti, i costi dovrebbero diminuire.

Oltre ai dirigenti e manager strapagati che oggi ci costano 19 milioni di euro l’anno.

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