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Il futuro del Manifesto: leggere il mondo andando oltre gli aggettivi di sinistra

Salviamo il manifestodi Gabriele Polo
La lettura e il racconto del mondo del manifesto non può essere un insieme di fatti separati e assemblati l’uno di fianco all’altro. L’internazionale non può essere ridotto a geopolitica, il capitalismo all’economia, il lavoro al sindacato, il potere alle istituzioni e/o organizzazioni politiche, la cultura a un insieme di mostre, libri, film, ecc; ciascuna persona e ciascun «genere» incasellati in specialismi, rubriche, spazi bloccati; tutti a rincorrere avvenimenti e notizie che altri pubblicano più velocemente e più diffusamente di noi, in una concorrenza al ribasso, diventandoformato mignon di altri giornali. Due grandi crisi-trasformazioni dovrebbero essere messi al centro: il capitalismo e la democrazia rappresentativa, due «entità» le cui crisi si intrecciano e condizionano.
La crisi «nel» capitalismo è anche la crisi del sistema, perché se il capitalismo consuma e mangia se stesso per riprodursi, è anche vero che non può ripresentarsi nella sua forma passata. La crisi economica ha una portata epocale e determinerà cambiamenti rilevanti: il gonfiamento della finanza oltre ogni sopportabile limite e lo squilibrio dei consumi stanno provocando una strage che una ristretta cerchia di oligarchi concepisce come una sorta di «pulizia economica» per un nuovo «sviluppo» dei profitti basato sulla riduzione del lavoro a pura merce. Poiché non tutti la pagano allo stesso modo, poiché questo ridefinisce poteri e possibilità, poiché le ricette (salassi) non derivano da un presunto e incontestabile stato di natura (la stessa «filosofia» con cui è stato descritto il liberismo), c’è un bel po’ di cose da indagare e un gran campo di battaglia su cui combattere, dalle politiche keynesiane all’elaborazione di nuove pratiche anti-capitalistiche.

L’altra questione centrale è la crisi-collasso della democrazia rappresentativa: la crisi economica e la finanziarizzazione del capitalismo hanno logorato e svuotato i poteri delle istituzioni, lo stesso concetto di rappresentanza è diventato sempre più aleatorio. In tempo di crisi la democrazia vive una condizione di sovranità limitata e condizionata dai vincoli dei mercati e questo limite si rovescia nel populismo e nel neofeudalesimo delle piccole patrie fascistoidi.
Questo collasso della rappresentanza apre un enorme campo d’indagine e d’intervento. Ci vorrebbero inchieste e analisi a campo illimitato, non in chiave principalmente italiana, tanto meno in chiave di palazzo: è una questione profonda, una svolta storica e globale, che ha al centro la «semplice» domanda: chi paga il debito?
Le Americhe sembrano una sorta di esposizione universale di politiche uscite dal secolo breve in relazione anche conflittuale, ma dinamica, tra loro. Ciò che resta del terzomondismo degli anni ’60, la rielaborazione dei movimenti di liberazione nazionale in versione XXI° secolo, esperimenti di democrazia partecipativa del primo antiliberismo e… Obama, che fa caso a sé. Curiosamente il sud – che ha pagato prima la crisi del liberismo anche con crack terribili – ora sopporta meglio la crisi del nord. Dove – Stati uniti – il conflitto tra gli eredi dei Chicago boys e i neokeynesiani è palese, con alla Casa bianca un tentativo di new deal che conosce forti contrasti e limiti e che rappresenta il più interessante campo di ricerca della trasformazione in atto nell’ex primo mondo, in connessione con ciò che accade all’interno del suo principale antagonista economico, la Cina.
In Europa la crisi è più radicale, più foriera di conflitti nelle istituzioni (politiche ed economiche), più pericolosamente nutrice di populismi e «guerre tra poveri». Si può speculare sui debiti degli stati finché questi ce la fanno, ma quando si va in recessione (cessano gli investimenti, si gonfia la disoccupazione, calano le entrate pubbliche), c’è poco da speculare. Perdono tutti, inclusi molti capitalisti. Ma per ora è «guerra» aperta in Europa, si tagliano i servizi e crollano i consumi di massa e a pagare più di tutti è chi vive di lavoro (dopo che il lavoro e i suoi soggetti sono stati ridotti a merce semigratuita e paraservile), reddito da lavoro (tali sono pensionati e assistiti) e il garnde esercito del lavoro a singhiozzo. In tutto questo non esiste una sinistra o un sindacato a livello continentale, perché tali non sono le singole organizzazioni o partiti nazionali. Serve un nuovo racconto europeo della crisi, un intreccio delle resistenze e delle sperimentazioni, una politica che affronti la decimazione economica in corso con metodi e contenuti anticapitalistici che si ponga il problema e la pratica di una nuova rappresentanza democratica visto che quella che abbiamo conosciuta è stata abbattuta dalla globalizzazione o sopravvive come vuota rappresentazione di casta.
Quanto all’Italia, dopo la dissipazione delle regole, del diritto e la proliferazione della filosofia dell’abuso, siamo entrati nel tunnel del «governo dei saggi», quelli non eletti, quelli designati – da una commissione Ue e dal Quirinale – per «fare pulizia». La «politica» dopo il governo Monti è tutta da definire, perché quella in corso non è una parentesi di riordino del disordine precedente; siamo di fronte a un passaggio fondativo che cambierà tutto nel paese, nei poteri e nella rappresentanza istituzionale. I partiti non saranno più gli stessi e non avranno più lo stesso ruolo avuto nella storia repubblicana, se mai esisteranno davvero e non solo come forma elettorale mutabile a ogni appuntamento. Una «rivoluzione» non limitata a un paese o uno stato, ma a carattere continentale.
Per un giornale la sfida è alta, presuppone studio, rigore, fantasia e passione: per dirla in breve, non basta più leggere il mondo con aggettivi un po’ più di sinistra rispetto a Repubblica o un po’ meno legalitari rispetto al Fatto; quel che servirebbe è proprio un altro punto di partenza del discorso.

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