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Mattioli (Cgil Emilia Romagna): "L'economia stretta tra crisi, banche assenti e rischio infiltrazioni mafiose"

di Angelica Erta
In Emilia Romagna la crisi continua a mordere. I dati aggiornati al 10 settembre parlano di 54 milioni di ore di cassa integrazione, esclusi quanti hanno usufruito degli ammortizzatori legati al sisma. Per Antonio Mattioli, segretario della Cgil regionale, la ragione è chiara: “Nel nostro Paese manca una seria politica industriale”.
Nelle aree colpite dal sisma è ripresa la produzione?
L’80% delle attività produttive sono ripartite. La priorità era rispondere alle commesse nel più breve tempo possibile altrimenti la concorrenza avrebbe rosicchiato quote di mercato. Abbiamo cercato di ricostruire il tessuto produttivo, la filiera che va dall’indotto al prodotto finito. Nel caso di alcune multinazionali, come la Gambro o la Belco, il rischio di trasferimento degli ordini verso altre. Sono stati firmati accordi in cui sono state coinvolte tutte le parti, le istituzioni, i sindacati, Unindustria e il sistema bancario proprio per evitare che accadesse. Il sisma ha evidenziato le fragilità del nostro territorio, la dimensione piccola delle imprese e un’inaspettata mancanza di sicurezza.
Per una ripresa in tempi brevi fondamentale è l’accesso al credito. Lo promuove il sistema bancario, almeno in questa fase?
In Italia l’accesso al credito è un problema di lungo corso; nel periodo antecedente il terremoto molto aziende si sono trovate a chiudere i battenti per mancanza di liquidità, strette fra i mancati pagamenti e senza il sostegno delle banche. In questa fase forse alcune resistenze sono legate ai tempi lunghi dell’ultima tranche di finanziamenti attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Si deve anche tener conto che in un momento delicato come questo esiste un rischio di infiltrazione mafiosa, con i clan che offrono il pacchetto ricostruzione tutto compreso, e questo rischio è tanto più elevato in un sistema in cui mancano altri canali di liquidità.

E la politica come si sta muovendo?
Le amministrazioni locali sono state coerenti con quanto detto, si sono messi in campo tutti gli strumenti per una ripresa rapida. 500 milioni sono stati messi a disposizione per lo smaltimento delle macerie, un miliardo per la ricostruzione nel 2013 e un altro nel 2014. Secondo le norme contenute nella spending review a partire dal 2013, attraverso la Cassa Depositi e prestiti, dovrebbero arrivare 6 miliardi per la ricostruzione. Tenga conto che la protezione civile ha stimato danni per 13 milioni. Per far fronte a una situazione d’emergenza, in cui la gente vorrebbe ricostruire ora, si è proposto di lasciare ai lavoratori le trattenute fiscali in busta paga fino al giugno del 2013, soldi che, come nel modello umbro, verrebbero restituiti allo Stato nell’arco di 10 anni. Ci è stato risposto picche. Sembra che a Roma si fatichi a comprendere il momento d’emergenza. Mentre il governatore Errani mette fra le priorità i pagamenti delle pubbliche amministrazioni nelle aree terremotate, con la spending review si tagliano le risorse agli enti locali. Quindi, anche qui, c’è ancora un mare da attraversare prima di vedere i pagamenti.
Lo shock del terremoto poteva aprire le porta alla delocalizzazione. Questo non è successo ma molti imprenditori, da Marchionne all’Omsa di Faenza, scelgono questa strada per recuperare competitività.
L’Omsa ha spostato la produzione in Serbia pur essendo in attivo e mettendo in cassa integrazione 250 lavoratrici. Su questo fronte stiamo cercando di chiudere l’accordo con Atl, azienda di divani, che si è fatta avanti per una riconversione degli impianti con l’assunzione di 140 lavoratrici. Il modello Pomigliano è stato esportato a Reggio Emilia con la Gfe che ha creato una cooperativa ad hoc per applicare delle retribuzioni più basse rispetto al contratto collettivo nazionale. Dopo una vertenza di un anno abbiamo ottenuto la cig per i 100 dipendenti, a oggi in mobilità, che non avevano accettato il passaggio il nuovo inquadramento. In coda a 4 anni di cassa integrazione La Perla minaccia di trasferire la produzione a Milano. Dopo il crack Parmalat la francese Lactalis mette 100 lavoratori in mobilità a Collecchio, oltre ai ridimensionamenti in Lombardia. Poi c’è la vertenza aperta in Breda Menarini, del gruppo Finmeccanica. In regione la situazione è drammatica: 60 mila lavoratori in cassa integrazione, 15 mila in mobilità e 25 mila precari a cui non sono stati rinnovati i contratti.
Forse la politica dovrebbe smettere di rincorrere chi vuole tagliare i ponti con il nostro territorio perché ha altri piani industriali?
L’Italia non potrà mai essere competitiva rispetto ai paesi dell’Est o ai cosiddetti emergenti sul costo del lavoro, quella della flessibilità è una chimera. Se vogliamo trarre il massimo di profitto contraendo il costo del lavoro la Serbia ha partita vinta. Ma gli imprenditori dovrebbero avere una responsabilità sociale, riconoscere i profitti che hanno ottenuto grazie al lavoro di tanti e rispondere degli obblighi economici – quanti incentivi sono stati concessi – e sociali che hanno contratto rispetto al nostro Paese. Questo non vuol dire che dobbiamo fossilizzarci su alcune aziende storiche, ma anche qui manca una chiara politica industriale.
Quali sono i settori strategici su cui si vuole puntare questo governo?
In Emilia-Romagna esistono un know how e una forte spinta all’innovazione, il biomedicale o la componentistica meccanica, filiere che lavorano in stretta connessione con le università dove si crea valore aggiunto. E poi il tessile e l’alimentare. Da due anni stiamo cercando di creare dei consorzi d’impresa per aumentare la competitività. Nella fase della ricostruzione poi si dovrà spingere sulla sicurezza e l’efficienza energetica. In Nuova Zelanda, a fronte di un sisma di intensità paragonabile al nostro, i capannoni non sono crollati. I costi sul breve periodo possono devono essere letti come investimenti di lungo termine.
Pochi giorni fa il presidente di Unindustria Bologna, Alberto Vacchi, ha dichiarato che si deve trattare anche con la Fiom, come risponde?
In Emilia-Romagna non esiste una lacerazione fra Fiom e Cgil. Forse è mancato anche il confronto interno alla Cgil. Su alcune questioni la Fiom fa bene ad andare avanti, sia in tema di contrattazione decentrata sia quando chiede l’abolizione delle modifiche all’articolo 18 introdotte con la riforma Fornero. In 10 anni sono state 68 le vertenze in cui si è fatto ricorso all’articolo 18, ma quella era una clausola di salvaguardia. In questo modo viene a mancare il potere di deterrenza e si segna un grave arretramento simbolico nel campo dei diritti. E poi si deve restituire ai lavoratori il diritto di decidere sugli accordi che altrimenti vengono firmati sopra le loro teste.

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