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Moretto: "No allo smantellamento della scuola pubblica. Via il progetto di Fondazione"

“Occorre chiedere con forza che il documento sulla “Fondazione dei servizi educativi” venga cestinato al più presto e che si apra in questa città, come negli anni 60, un dibattito culturale e politico aperto a tutti sul futuro della nostra scuola e della nostra società. La proposta di referendum cittadino promossa dal Comitato art. 33 in questi giorni sull’uso delle risorse comunali oggi destinate alle scuole materne private (1.055.000 euro all’anno) vuole andare in questa direzione”.
Il commento di Bruno Moretto, segretario del Comitato bolognese Scuola e Costituzione

Il 5 aprile del 1963 il Consiglio comunale di Bologna approvò il documento che segnò tutta la politica comunale degli anni successivi: “Valutazioni e orientamenti per un programma di sviluppo della città di Bologna”.  Come racconta l’allora assessore Tarozzi, purtroppo recentemente scomparso  “Al quinto capitolo di questo piano si parla di sviluppo di una scuola moderna e democratica nella città e nel comprensorio e raccoglie le idee e gli orientamenti per lo sviluppo della scuola, così come allora l’assessorato all’istruzione vedeva. Ora questo capitolo svolge in profondità nove argomenti, diciamo sinteticamente, e cioè: i moderni orientamenti per lo sviluppo di una scuola democratica, la programmazione e la qualificazione, ambienti scolastici,insegnanti, operatori vari”.

Nel programma si sviluppa l’idea della scuola materna nel suo significato autentico di scuola e non di ente assistenziale, tanto è vero che già nel 1966/67 l’assessore propone il termine scuola dell’infanzia. In pochi anni gli iscritti alla scuola dell’infanzia  comunale passano dai 5.000 del 1961 a 13.000 nel 74/75.
Tutti i comuni d’Italia prendono questa proposta come modello a cui si ispira anche la legge n. 444/68 che istituisce la scuola materna statale.
Negli stessi anni nasce e si sviluppa l’idea del tempo pieno nella scuola elementare.
In quegli anni Bologna propone la sua leadership culturale nazionale e uno dei punti fondamentali di questa strategia è proprio la scuola “completa” dai 3 ai 18 anni.
Fa pertanto impressione leggere il documento sulla fondazione dei servizi educativi apparso in questi giorni in rete e che, pur senza firma, viene sicuramente dall’ambiente comunale.

Questo parte da due presupposti:

1)      La crisi economica impone il taglio dei servizi:

2)      La scuola d’infanzia è considerata un servizio.

La crisi economica viene esplicitamente dichiarata come un’occasione per innovare il sistema dei servizi educativi in modo che il Comune abbandoni la gestione diretta degli stessi e costituisca un soggetto gestore di diritto privato di cui facciano parte istituzioni, associazioni di volontariato, scuole e famiglie, altri soggetti pubblici e privati.
Allo scopo si sostiene anche contro l’evidenza (peraltro non negata dagli stessi estensori in alcuni passaggi), che in ogni caso la soluzione della Fondazione di partecipazione sia la strada migliore per aggirare il patto di stabilità.
Nel documento viene rivendicata apertamente la continuità con il tentativo di privatizzazione della scuola avviato nel 1995 con l’istituzione del sistema integrato pubblico privato.
A questa impostazione bisogna rispondere che la vera innovazione consiste nel rifiutare la visione neoliberista che sta portando alla rovina i paesi europei e che invece di tagliare i servizi sociali basterebbe tagliare le spese militari o quelle per grandi opere invasive e inutili.
Ma è tutto l’impianto del documento ad essere un esercizio giuridico inconsistente.
Esso parte dal presupposto che la scuola dell’infanzia sia un servizio educativo e che pertanto si possa ragionare in termini di servizi 0-6 anni.
Gli estensori fingono di ignorare che la scuola d’infanzia è scuola a tutti gli effetti sia dal punto legislativo nazionale (vedi Legge 444/1968 e per ultima legge 133/08) sia da quello comunale.

Il regolamento della scuola pubblica comunale dell’infanzia attualmente in vigore:

ART. 1 “FINALITA’ E OBIETTIVI”

La scuola pubblica comunale dell’infanzia concorre, nell’ambito del sistema scolastico, a promuovere la formazione integrale della personalità delle bambine e dei bambini dai tre ai cinque anni nella prospettiva della formazione di soggetti liberi, responsabili ed attivamente partecipi alla vita della comunità locale, nazionale ed internazionale in applicazione dell’art. 3 della Costituzione Italiana e della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia.

ART. 2. “DIFFERENZA E INTEGRAZIONE”

La scuola comunale dell’infanzia assume e valorizza le differenze individuali e culturali dei bambini nell’ambito del progetto educativo, così da evitare ogni forma di discriminazione.

Nessuna condizione individuale o familiare dei bambini, può costituire motivo di esclusione dall’iscrizione e dalla frequenza per coloro che ne fanno richiesta. La scuola comunale dell’infanzia e’ gratuita per tutti.

La scuola dell’infanzia comunale è un’istituzione della Repubblica , che, ai sensi dell’art. 33, c.2 deve essere istituita alla pari di quella statale come quelle degli altri ordini e gradi.
Il Comune deve rivendicare lo svolgimento di una funzione costituzionale che non può essere subordinata ad alcun patto di stabilità. Eventuali altre strade sono palesemente illegittime e dovranno essere contrastate con fermezza sia politicamente che per vie legali.
Lo Stato infatti  può ridurre l’offerta oraria delle sue scuole, può aumentare il numero di alunni per classe, può diminuire i finanziamenti alle scuole, ma non può esternalizzare nulla, né tanto meno assegnare a una fondazione la gestione di parte delle scuole.
Lo stesso obbligo vale per il Comune ai sensi dell’art. 114 della Costituzione:  La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.
L’effetto concreto dell’operazione sarebbe invece quello di equiparare un’istituzione come la scuola d’infanzia a un servizio a domanda individuale che è evidentemente erogabile solo in funzione delle disponibilità di bilancio, tradendo così definitivamente l’eredità di pensiero e azione che ha fatto della nostra città un modello di democrazia e partecipazione.
Occorre chiedere con forza che il documento sulla “Fondazione dei servizi educativi” venga cestinato al più presto e che si apra in questa città, come negli anni 60, un dibattito culturale e politico aperto a tutti sul futuro della nostra scuola e della nostra società.
La proposta di referendum cittadino promossa dal Comitato art. 33 in questi giorni sull’uso delle risorse comunali oggi destinate alle scuole materne private (1.055.000 euro all’anno) vuole andare in questa direzione.
Mi auguro che non si perda questa occasione.

Bruno Moretto, segretario del Comitato bolognese Scuola e Costituzione

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