“Quality and Quantity” e “Inchiesta”. Mezzo secolo di due riviste

di Vittorio Capecchi /
12 Marzo 2021 /

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In questo 2020 è terminata una fase durata cinquanta anni delle due riviste che ho fondato e diretto fino a oggi. Dopo 54 anni lascio la direzione di “Quality and Quantity. International Journal of Methodology”, rivista di modelli matematici in inglese (primo numero gennaio 1967 stampata da Marsilio, Padova).  Il  nuovo direttore di QQ è il matematico sud coreano Han Woo Park della YeungNam University e “Quality and Quantity” è oggi un bimensile edito da Springer Olanda di cinquecento pagine a numero per un totale di circa 3000 pagine annue di modelli matematici. Nel 2020 termina con questo numero la rivista cartacea “Inchiesta”  (primo numero gennaio 1971 stampato da Dedalo, Bari)  che prosegue in www.inchiestaonline.it nata nel 2010 che ha pubblicato fino adesso più di 4000 articoli, un numero di testi notevolmente più elevato di quelli pubblicati in “Inchiesta“ cartacea.

In questo editoriale viene raccontata la storia intrecciata di queste due riviste che non potrebbero  essere più distanti: per formato, lingua, contenuti degli articoli, casa editrice.

1.Nascita della rivista  “Quality and Quantity”

La nascita della rivista “Quality and Quantity” ha una data precisa (giugno 1956) quando, iscritto all’Università Bocconi e lasciata la famiglia residente a Pistoia per il Pensionato Universitario milanese inaugurato quell’anno, faccio il primo esame da matricola con Francesco Brambilla,  l’ordinario di statistica “matematica” (da non confondere con statistica “economica” insegnata da Libero Lenti). Era il mio primo esame e già trovarmi da Pistoia a Milano era un cambiamento notevole. Non ricordo bene come procedette l’esame. Brambilla mi dette trenta e lode e poi mi disse : “Vedo nei suoi occhi la passione per la matematica. Domani mattina venga a trovarmi nel mio studio”. Brambilla aveva il suo studio al terzo piano mentre al piano terreno era attrezzato il Centro meccanografico in cui c’erano le macchine Olivetti  per lavorare con le schede perforate.                                                                                          

La proposta che mi fece Brambilla era, anche allora, sorprendente, Dopo un periodo di assistenti presi in concomitanza con la tesi di laurea (assistenti che poi lo avevano abbandonato per fare soldi con la ricerca operativa) Brambilla aveva pensato di investire su tre matricole in modo da “tirarsele su” con studi matematici adeguati. La proposta, subito accettata (uno che veniva da Pistoia non poteva certamente mettere in discussione una persona autorevole come Brambilla), era quella di iniziare a fare l’assistente di statistica insieme a Giorgio Faini e Michele Cifarelli (il primo diventato poi direttore del Centro di Calcolo della Bocconi e, il secondo, direttore del Dipartimento di statistica al posto di Brambilla). Brambilla mi disse solo di non leggere i libri dell’Innominabile e di frequentare il Centro meccanografico per prendere confidenza con le macchine e sapere dalla sua Segretaria, Dora Branduardi, quando e dove sarebbero state tenute le lezioni,

Scesi al piano terreno e parlai con la Dottoressa Branduardi chiedendole chi era mai questo Innominabile perché se non conoscevo il suo nome avrei potuto leggerlo inavvertitamente. Dovetti penare un po’ per farmi dire quel nome. Era quello di Corrado Gini, a Milano noto come jettatore (aveva fatto cadere un lampadario alla Scala e quasi fatto affondare un piroscafo che andava negli Stati Uniiti). In realtà Gini (noto per l’Indice Gini) era stato soprattutto un fedelissimo fascista e Brambilla invece era stato nella Resistenza, segretario di Parri, e era stato anche torturato dalla Banda della Muti insieme all’altro docente di matematica della Bocconi Giovanni Ricci[1]. Il messaggio di Brambilla era chiaro: passione per la bellezza dei modelli matematici sempre,  fascisti mai.

Nei quattro anni di università bocconiana frequentai  i seminari di matematica che Brambilla teneva insieme ad Avondo Bodino (corsi sulla teoria delle code,su i numeri immaginari ecc .. ) affascinato dall’immagineche Brambilla ripeteva spesso: “i modelli matematici sono belli in sé e se questi modelli non riescono ad interpretare unadata realtà è colpa della realtà che non li merita”. Quello che Brambilla ci insegnava a vedere era la bellezza della costruzione logica dei modelli che si autoalimentavano definendo costruzioni e architetture sempre più ardite e affascinanti che si distaccavano (per nostra fortuna) da un mondo  imperfetto in cui trionfava la ricerca del successo  e del denaro a qualunque costo. Brambilla non era solo un appassionato di matematica (il suo secolo preferito era il Settecento); era anche una persona impegnata politicamente, molto curiosa e interessata alle scienze sociali che proponevano letture critiche della realtà.

Così un giorno del 1960, quando avevo già scelto la tesi sui processi stocastici markoviani, Brambilla ci presentò un suo amico, Angelo Pagani, che per la prima volta ci parlò di sociologia proponendoci un seminario sulle classi sociali. Pagani dirigeva allora l’Istituto per persone anziane, la Baggina, di Milano e la rivista “Longevità”; nel 1960 aveva terminato il rapporto di ricerca Classi e dinamica sociale realizzato insieme al Cresm di Pavia.

Al piccolo gruppo che seguiva i seminari di Brambilla, Pagani presentò proprio quella ricerca insieme al tema teorico delle classi sociali in sociologia. L’esposizione fu talmente convincente da farmi modificare il titolo della tesi in“La mobilità sociale come processo stocastico markoviano” [2] con relatore Francesco Brambilla e correlatore  Angelo Pagani.  Pagani è stato non solo un sociologo competente e originale ma anche un grande organizzatore culturale dirigendo a Milano l’ILSES (Istituto Lombardo Scienze Economiche e Sociali) e quandomorì prematuramente nel 1972 a 54 anni  fu una grave perdita per la sociologia italiana  oltre che personale (era stato testimone alle mie nozze con Silvia e sua figlia piccola, vedendomi altissimo, misurava l’altezza degli alberi e dellecase in Capecchi)

Una circostanza del tutto casuale mi aprì la via verso gli Stati Uniti. Un giorno del 1961 (mi ero laureato quell’anno) Brambilla mi portò una lettera spedita da Paul F. Lazarsfeld (Columbia University di New York) agli Istituti di statistica delle università europee in cui si invitavano giovani ricercatori, che avevano applicato modelli matematici a tematiche sociologiche, a partecipare a un seminario organizzato dall’Unesco a Gösing in Austria su “Matematica e scienze sociali”.  Dato il titolo della mia tesi  venni subito accettato e  nel luglio del 1962 a  Gösing conobbi così Lazarsfeld (PFL) che mi piacque moltissimo non solo per la sue competenze matematiche (si era laureato nel 1925 in matematica con una  tesi sulle orbite di Mercurio) ma per la sua creatività, cultura umanistica e impegno politico. Era nato a Vienna nel 1901 e la sua era una famiglia ebrea che aderiva al così detto austro marxismo insieme a protagonisti viennesi come   Max Adler, Victor Adler, Alfred Adler e Otto Bauer che frequentavano la casa di PFL. Come prime ricerche a Vienna PFL collaborò al Centro di psicologia sociale di Charlotte e Karl Bühler e la sua prima ricerca sociologica che utilizzava metodi qualitativi e quantitativi fu I disoccupati di Marienthal scritta nel 1932 con Marie Jahoda e Hans Zeisel.[3] Il nazismo  stava però avvicinandosi anche all’Austria e PFL nel 1933 decise di utilizzare una borsa Rockfeller per andare via da Vienna  negli Stati Uniti.[4]

Durante quel seminario a Gösing, oltre a curare insieme ad altri giovani gli atti del seminario[5] ,concordai con PFL di pubblicare un’ampia antologia dei suoi scritti  e di frequentare, per realizzare quel progetto, il Bureau  of Applied Social Research della Columbia University che lui dirigeva con Merton. Il soggiorno a New York nei primi anni ’60 fu importante sia per la nascita di “Quality and Quantity” che per la nascita di “Inchiesta”.

La nascita di “Quality and Quantity” (QQ) venne evocata discutendo con PFL il progetto di una rivista in inglese per diffondere in Europa la matematica nelle scienze sociali . PFL mi aveva presentato a Parigi Raymond Boudon che stava preparando una antologia di scritti di PFL in francese. Raymond trovò il titolo: “Quality and Quantity” utilizzando il titolo di un libro di Daniel Lerner uscito nel 1961.

Si trattava di trovare un editore e il mio amico Paolo Ceccarelli  (amico dai primi  anni alla Bocconi insieme a Francesco Indovina) risolse il problema. Paolo aveva una piccola quota azionaria nella casa editrice Marsilio di Padova e utilizzò quel suo piccolissimo potere per fare uscire nel 1967 il primo numero di QQ che aveva  Raymond Boudon Associate Editor e la copertina arancione con la grafica ancora oggi utilizzata. L’autore della grafica rimase ignoto e l’unica cosa certa è che il primo numero  di QQ si disperse nelle calli veneziane per una acqua alta particolarmente irrispettosa della bellezza della matematica. Nel 1969 il Mulino del mio amico Giovanni Evangelisti, subentrò a Marsilio e con il Mulino arrivò come Segretaria di Redazione Maria Theresa Viola Sandri, moglie del logico matematico Giorgio Sandri, allievo di Alberto Pasquinelli che aveva scritto sul primo numero di QQ. Dolores veniva dagli Stati Uniti, dove aveva incontrato Giorgio, ed era reduce da successi nel musical (aveva anche vinto un Grammy).

La situazione di QQ agli inizi del 1969 era la seguente: i testi in inglese erano di buona qualità (ad esempio, nel primo numero, gli scritti erano di Boudon, Pasquinelli, Nowak, Lunghini, Arcelli) e avevamo anche una Segretaria dinamica capace di cantare My Fair Lady ma non avevamo lettori e il pericolo di chiusura era presente. Al Congresso mondiale di sociologia del 1970 a Varna (Bulgaria) avvenne però un piccolo miracolo. Un rappresentante della casa editrice olandese Elsevier mi contattò e mi chiese di acquistare QQ perché volevano accreditarsi a livello internazionale nelle pubblicazioni matematiche orientate alle scienze sociali. Con Giovanni brindammo più volte per lo scampato pericolo.

2. Nascita della rivista “Inchiesta”

La New York degli anni ’60 quando frequentavo il Bureau  of Applied Social Research della Columbia University di PFL influì in modo decisivo sulla nascita di “Inchiesta”.

Ho immagini forti di quel periodo. Ad esempio nel 1967 partecipai a New York alla marcia per la pace in Vietnam, “dei trecentomila”, che venne aperta da Martin Luther King (ucciso l’anno dopo) insieme ai professori in toga della Columbia University. Abitavo in quel periodo a casa di Cesare Lena, un giovane psichiatra cugino di mia moglie e, per arrivare a Central Park (punto di ritrovo e inizio della marcia) ,dovevo prendere un pullman e poi la metropolitana. Arrivai a Central Park dopo due ore e presi un cartello con scritto “Peace Now” iniziando a camminare dietro a un sottomarino giallo di cartapesta messo sopra un’auto dalla quale usciva la musica dei Beetles, ovviamente The Yellow Submarine. Un’atmosfera bellissima in cui il cambiamento del mondo sembrava possibile. Incontrai, ad esempio, Neil Henry, un assistente di PFL (scriverà un libro sulla Analisi della struttura latente), e  quasi ci abbracciammo in omaggio a quella atmosfera. Poi dopo avere camminato tutto il giorno alle 10 di sera decisi di prendere la metropolitana e tornare a casa. Avevo visto in Italia il film di Larry Peerce: New York ore 3, L’ora dei vigliacchi, uscito proprio nel 1967 (con Tony Musante e Martin Sheen) in cui venivano anticipati i temi di Arancia meccanica. Il film era una esplosione di violenza senza scopo nella metropolitana di New York. Presi la metropolitana e non mi successe niente salvo un piccolo dettaglio: il percorso di un’ora e mezzo in metropolitana lo feci da solo; nessun passeggero era salito perché ritenuto pericoloso anche se in un orario lontano dalle 3 del mattino.

La New York degli anni ’60 è stata per me un groviglio inestricabile di violenza e di sogni. La violenza era nella politica (in quegli anni oltre a Martin Luther King uccisero Malcom X, i capi del  Black Panther Party, i due Kennedy) e nelle strade (ho visto pestare dalla polizia a pochi metri di distanza  un gruppo di Hare Krishna rei di cantare inni di pace). In quanto ai sogni nascevano sempre a New York  progetti di cambiamento come la Radical Sociology e la Radical Economy. I miei amati modelli matematici di QQ mi sembrarono inadeguati per incontrare la realtà (come Brambilla aveva sempre capito). Iniziai a pensare a una rivista diversa.

Per la nascita di una nuova  rivista  bisogna avere un gruppo di amiche e amici che credono nel progetto, decidere il nome della rivista e trovare un editore.

Il gruppo fu formato da componenti diverse e iniziai con il contattare chi scriveva sulle due riviste più vicine:  “Quaderni Piacentini” e “Quaderni Rossi”.  Chiesi a  Goffredo Fofi se mi suggeriva qualche nome per l’area socioeconomica e lui mi indicò  due giovani che stimava “che conoscevano bene il Sud”: gli oggi ben noti Giovanni Mottura ed Enrico Pugliese. Entrò poi in “Inchiesta” Francesco Ciafaloni che scrisse l’editoriale del primo numero e alle prime riunioni di “Inchiesta” partecipò in modo significativo Mario Miegge che pubblicò nel primo numero della rivista un articolo su capitalismo e scuola lunga mentre un altro valdese, lo storico Giorgio Rochat, scrisse un testo, allora molto apprezzato, su come era organizzato (male) l’esercito italiano e perché, dato questo disastro organizzativo, non c’erano rischi di golpe.

L’area sociologica era formata da Massimo Paci, Tullio Aymone, Paolo Calza Bini, Enzo Mingione, Marzio Barbagli, con i contributi dei sociologi politici Carlo Donolo e Giordano Sivini. Una delle caratteristiche della nuova rivista fu la forte presenza di donne: Laura Balbo, Chiara Saraceno, Bianca Beccalli, Giuliana Chiaretti, Ada Cavazzani, Ota de Leonardis, Letizia Bianchi, Franca Bimbi, Laura Corradi. In quanto all’economia, oltre alla collaborazione di Luigi Frey e Luca Meldolesi, si stabilì una stretta collaborazione con la Facoltà di Modena che aveva allora come preside Michele Salvati ed economisti come Sebastiano Brusco, Andrea Ginzburg, Paolo Bosi, Ferdinando Vianello

Una componente molto importante mi arrivò attraverso QQ. Mentre vivevo come assistente di Brambilla nel Pensionato universitario della Bocconi decisi di partecipare a un Convegno sulle possibilità dei nuovi calcolatori organizzato dalla Olivetti Bull. Ero seduto del tutto casualmente accanto all’Ingegner Vittorio Milani della Olivetti e durante gli intervalli gli parlai dei modelli matematici, di Brambilla e Pagani ecc..  Il risultato fu che l’Ing. Milani mi invitò a frequentare l’Olivetti con una piccola borsa di studio. La sorpresa fu che il pezzo di Olivetti che lui coordinava era il Centro di Psicologia diretto scientificamente dal grande psicoanalista freudiano Cesare Musatti con Renato Rozzi e Franco Novara (che diventarono miei grandi amici) che mi fecero capire come si poteva fare una inchiesta operaia avendo come mandante il sindacato e non il padronato (quella era una delle tante novità introdotte da Adriano Olivetti)[6]

Con Musatti, Rozzi e Novara entrarono  nel gruppo della nuova rivista anche Giovanni Jervis e Letizia Comba ai quali si aggiunse poi Giulio Maccacaro e  medici e psicologi del lavoro come IvaEmilio Rebecchi.

Dopo la libera docenza presa nel 1967 avevo avuto nel 1968/69  l’incarico di sociologia a Bologna a Magistero e  nello stesso anno l’incarico di Metodologia della ricerca sociale e la Direzione delle ricerche nella Università di scienze sociali  di Trento diretta da Francesco Alberoni.[7]

L’incarico a Magistero portò al gruppo della nuova rivista i pedagogisti Antonio Faeti, Antonio Genovese, Mario Gattullo e Piero Bertolini, preside di facoltà dopo Bertin, e  Andrea Canevaro, anche lui preside di facoltà, portò avanti la tematica della disabilità organizzando a Bologna il convegno/esposizione Handimatica che esponeva le “nuove tecnologie per persone disabili”, una delle tematiche più seguite da “Inchiesta” (diressi per due anni un Master con quel titolo).

Decidemmo come nome della rivista “Inchiesta” perché, come scriveva il presidente Mao, “chi non ha fatto inchiesta non ha diritto di parola”[8] Mancava ancora l’editore e il nome di Raimondo Coga, direttore della Casa editrice Dedalo di Bari, mi arrivò attraverso Mario Spinella (che dirigeva “Utopia” edita da Dedalo). Raimondo è stato un imprenditore coraggioso di sinistra innovando sul piano tecnico i macchinari della tipografia e non avendo paura di pubblicare libri e riviste (un numero incredibile di riviste) anche in aree meno frequentate (Raimondo è stato l’editore di “Sapere”, l’edizione italiana della “Monthly Review”, “Quaderni di storia”, “Controspazio”, “Il manifesto mensile”, “Critica marxista”, “Utopia”, “Classe”, “Fabbrica e Stato”, “Magistratura Democratica”, “Tempi moderni”, “Il piccolo Hans”, “Lavoro critico”, “Quaderni medievali” e “Gulliver”)

“Inchiesta” nacque così nel 1970 a Milano in un caffè vicino al grattacielo Pirelli dove mi incontrai con Raimondo Coga che mi disse due cose. “Il Manifesto” mensile chiudeva per diventare un quotidiano e “Inchiesta“ poteva prendere il suo formato. Per differenziarsi era sufficiente passare da una copertina che si muoveva per linee orizzontali a una copertina che si muovesse per linee verticali. E così usci il primo numero.

 A questo punto si trattava di decidere se, come rivista, non avere punti politici di riferimento oppur aderire a un gruppo, un partito politico, un sindacato. L’esperienza fatta all’Olivetti di Ivrea mi spinse a scegliere il sindacato e così, con il primo numero di “Inchiesta” in mano, mi presentai a Claudio Sabattini, che dirigeva la FLM, per verificare come “Inchiesta” poteva essere utilizzata. Nel 1973 Claudio chiamò Adele Pesce da Roma a Bologna per coordinare le 150 ore ed io divenni responsabile (ovviamente a titolo gratuito) del Centro studi della FLM prima bolognese e poi dell’Emilia Romagna.

  1. Breve storia di mezzo secolo di “Quality and Quantity”

Nel 1971, quando esce il primo numero di “Inchiesta”, ho fatto un viaggio nelle zone più industriali della Cina con la rivista “Vento dell’Est”, diretta da Filippo Coccia e Maria Regis, insieme a mio fratello Giuliano, Renato Rozzi, Giovanni Jervis, Romano AlquatI. Guido Neri, Sandro Russo. Questo viaggio verrà ripetuto nel 1973 nelle zone agricole tra i due grandi fiumi sempre con “Vento dell’Est” insieme a Giulio Maccacaro, Dario Paccino, Franca Basaglia, Gianni Sofri, Nicoletta Stame, Pietro Basso, Enrico Pugliese, Saverio Caruso, Anna Rollier. Il viaggio in Cina ha per me rappresentato non solo l’incontro con la Cina in piena rivoluzione culturale  ma anche un incontro tra QQ e “Inchiesta”.

Nell’agosto del 1971 veniamo accompagnati a Tachai, la comune simbolo della Rivoluzione culturale, dove la popolazione formata da contadini poveri aveva portato la terra di una collina (con bilancieri) per metterla su di un fondo argilloso così da poterlo coltivare. Chiedo di poter parlare con gli insegnanti di matematica e in quel luogo sperduto posso leggere le formule (che non sono in caratteri cinesi) dei testi delle scuole superiori. Riconosco così le formule della programmazione lineare che insegnavo come assistente di Brambilla. Chiedo precisazioni e, attraverso l’interprete, i due insegnanti mi spiegano che nella Cina della Rivoluzione culturale la matematica è considerata essenziale per costruire dighe e anche per risolvere problemi di aternative (ad esempio la programmazione lineare era stata utilizzata per capire quale percorso ottimale avrebbe potuto avere un carico di alberi tagliati sulla collina per portarli a valle).

Nel viaggio del 1973 (fatto prevalentemente nel mese di giugno) potei anche viaggiare su una barca di cemento di medie dimensioni dopo aver visitato la fabbrica di barche di cemento di Wuxi. La matematica era elaborata al livello universitario e agli operai venivano forniti dei calchi di barche su i quali spalmare il cemento così che le barche potessero galleggiare.

Le contraddizioni della Rivoluzione culturale erano visibili. Il governo cinese aveva allora paura che grandi spostamenti di popolazione incontrollati dalle campagne alle città portassero al caos totale e il risultato era, ad esempio, che all’interprete cinese del viaggio del 1971 (residente a Pechino) era stato impedito di vedere per cinque anni moglie e figlia che stavano a Canton. Questo interprete ci chiese (e ovviamente dicemmo subito di si) il permesso di fare quella visita a casa ma è evidente che contro quelle rigidità maoiste si mosse, con il consenso della popolazione, la  linea di Deng Xiaoping,

Uscimmo come “Inchiesta” dal viaggio in Cina con un orizzonte politico più ampio colpiti dalle grandi lotte (vittoriose) della popolazione cinese contro la schistosomiasi  e le inondazioni del Fiume Giallo, ma anche dai costi in termine di libertà individuali.

Dal punto di vista di QQ era poi evidente che occorreva uscire dai modelli lineari. Ho descritto i grandi cambiamenti avvenuti in QQ nel volume che festeggiava i primi quaranta anni della rivista[9]. Come risulta chiaramente da quella storia i modelli matematici utilizzati da PFL avevano due limiti immediatamente visibili: erano modelli lineari (si parlava infatti di programmazione lineare, di modelli causali lineari ecc..) e potevano essere applicati solo a gruppi omogenei di livelli di scala (nominale, ordinale, di rapporti).

La storia di QQ cambia quando negli anni ’90 diventa condirettore Massimo Buscema direttore del Semeion di Roma, Ente Scientifico senza scopo di lucro, fondato nel 1985, con personalità giuridica riconosciuta nel 1991 dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR).

I modelli dell’intelligenza artificiale sviluppati da Massimo e dal gruppo del Semeion sono lontanissimi da quelli utilizzati da PFL. Non sono più lineari, possono considerare  informazioni basate sulla fuzzy logic (la logica sfumata), utilizzare contemporaneamente variabili a livelli diversi di scala, hanno la possibilità di passare da modelli lineari a modelli non lineari, possono far selezionare al computer i modelli non lineari più adeguati, possono considerare relazioni di feedback tra variabili ecc..

Una prima distinzione è tra sistemi evolutivi e reti neurali. I sistemi evolutivi sono sistemi che si evolvono a partire da regole e da vincoli che vengono loro imposti e devono trovare una organizzazione ottimale rispetto a un determinato obiettivo. Le reti neurali invece, come le ANN (Artificial Neural Network), sono invece modelli matematici che attraversano una fase di «apprendimento» costruendosi autonomamente una serie di «stati interni». La rete neurale, come afferma Buscema, si fa una rappresentazione interna dell’ambiente e, se viene aiutata con degli algoritmi evolutivi adeguati, può ottimizzare il suo apprendimento e raggiungere la previsione desiderata. Tra gli stati di input e quelli di output ci sono così degli stati «nascosti» (hidden) degli «stati interni» della rete. Vi sono così dei nodi di input, dei nodi hidden e dei nodi output.

QQ diventa così una rivista che si muove nell’area più innovativa delle relazioni tra matematica e società. Consideriamo ad esempio come riuscire a prevedere se una persona avrà o meno probabilità elevate di contrarre il morbo di Alzheimer oppure come riuscire a prevedere chi, in una classe di studenti, ha forti probabilità di essere bocciato e andare incontro a un insuccesso scolastico. In entrambe le applicazioni si tratta di realizzare una previsione e già questo punto di partenza è diverso dallo scenario dei modelli causali lineari di PFL dove ciò che si proponeva era una metodologia per arrivare a una spiegazione.

La previsione che una data persona possa essere colpita dall’Alzheimer o da una bocciatura porta a intraprendere due fasi: (a) la scelta del tipo di ANN idonea per questo tipo di problema; (b) la raccolta dei dati da fornire come input alla rete artificiale. Saranno così utilizzati elettroencefalogrammi fatti a persone che avevano o non avevano ancora avuto l’Alzheimer oppure questionari a studenti messi poi in relazione ai voti ottenuti alla fine dell’anno scolastico. In entrambi i casi si ha una separazione tra spiegazione e previsione. I modelli basati sulle reti neurali artificiali permettono previsioni con piccoli margini di errore sulla probabilità di avere o non avere l’Alzheimer oppure di essere o non essere bocciati.

Si pone il problema politico della prevenzione. Se conosco che una persona ha elevate probabilità di avere l’Alzheimer o di essere bocciata cosa posso fare per questa persona? Viene in mente il romanzo Minority Report di Philip K Dick in cui  dati di previsione sulle possibilità di una persona di diventare  o meno un criminale (l’organizzazione si chiama Precrimine) alla fine porteranno alla tentazione di accentrare tutte le informazioni per avere più potere. I problemi di etica politica, quando aumenta il potere di previsione, non possono essere ignorati.

Il   nome di QQ finisce con l’avere un significato più profondo: si può infatti affermare che per arrivare alla “quantity” (la misurazione e la previsione dei fenomeni  della cultura scientifica) occorre vedervi strettamente collegata la “quality” (i valori etici della ricerca): Quality AND Quantity.

Punto di arrivo significativo è  il volume a cura di Capecchi, Buscema, Contucci e D’Amore scritto per i quaranta anni di QQ[10] : un volume innovativo in cui accanto ai modelli  di Buscema  è presente un’area di applicazioni matematiche  molto innovative come quelle che collegano la matematica all’arte testi scelti con cura dall’amico Bruno D’Amore del quale si consiglia la lettura dei libri La matematica e la sua storia (4 volumi scritti insieme a Silvia Sbaragli) e  Arte e matematica , libri tutti editi da Dedalo.

A Dolores Sandri nel 2007 era intanto subentrato Massimiliano Geraci. Dolores fa comunque nel 2017 gli onori di casa al Convegno su “Complessità e previsione” organizzato per i cinquanta anni della rivista e patrocinato dall’Università di Bologna. Al Convegno partecipano con interventi Mirko degli Esposti (prorettore vicario dell’Università di Bologna, Augusto Shantena Sabattini, Armando Bazzani, Bruno Giorgini (unico autore sia di QQ che di “Inchiesta”), Rachele Sprugnoli, Chiara Faggiolani, Massimo Buscema, Pier Luigi Sacco, Enzo Grossi,Mario Breda, Antonio Dumas, Mario Agostinelli, Dino Buzzetti. Joris Van Eijnatten, Guido Ferilli, Francesca della Torre. Il volume degli atti non viene pubblicato perché la responsabile di Springer non accetta, come avevo proposto, il passaggio di Massimo Buscema da Coeditor a Editor.

Nella nuova QQ diretta da Han Woo Park Massimiliano Geraci continua ad essere Managing editor,  io sono Founding Editor, ma Buscema non è più nella redazione di QQ. Massimo scrive L’arte della previsione a cura di Vittorio Capecchi[11] In questo ultimo testo Capecchi. per chiarire la logica sottostante i modelli di intelligenza artificiale proposti da Buscema, fa ricorso all’Yijing (I Ching), il più antico libro della Cina. Si chiude così con la Cina (come era iniziata) questa breve storia  di mezzo secolo di QQ.

  1. Breve storia di mezzo secolo di “Inchiesta”

Il primo numero di “Inchiesta” esce nel gennaio del 1971 con la bravissima amica  Luciana  Bellini che tiene i contatti tra Dedalo e “Inchiesta insieme al bravissimo amico Gino Aquilino.Preziose le collaborazioni ai primi numeri di “Inchiesta” come quella dell’amica Carla Caprioli!

Negli anni ’70  la rivista diventa in modo imprevedibile  un successo editoriale perché diviene la “rivista delle 150 ore”. Nel 1973 Claudio Sabattini convince Adele Pesce (che sarà mia compagna e moglie per 32 anni) di spostarsi da Roma, dove dirigeva la rivista “Unità Operaia”, a Bologna per coordinare le 150 ore. Le 150 ore sono state una straordinaria conquista sindacale e il numero 16 di “Inchiesta” (1974) Corso di economia 150 ore (con scritti di Paolo Bosi, Sebastiano Brusco, Filippo Cavazzuti, Carlo D’Adda, Andrea Ginzburg, Paolo Onofri, Ferdinando Vianello; in pratica tutta la sinistra della facoltà di economia di Modena) arrivò, così narrava la leggenda, alla incredibile tiratura  di 80.000 copie.

Nel caos della mie librerie posseggo le prime sei annate di “Inchiesta” rilegate (un regalo che mi fece Gino Rubini) ed a quelle annate faccio riferimento per capire le caratteristiche del successo che ebbe negli anni ’70Una prima caratteristica è stata quella di essere diventata la “rivista delle 150 ore” e nel luglio-agosto del 1973 insieme a “Fabbrica e Stato” facemmo un numero con in copertina l’immagine di un clavicembalo con la scritta “Suonata per i padroni” perché durante la vertenza i padroni dicevano “Ma che ve farete delle 150 ore? Imparerete a suonare il clavicembalo?” Tranquilla la  risposta dei compagni: “Se sarà il caso perché no!”. Quel numero uscì con testi di Antonio Lettieri, Rossana Rossanda, Giuseppe Chiarante e poi la pattuglia di “Inchiesta” formata da Ciafaloni, Miegge, Capecchi e altri

Una seconda caratteristica è stata quella di documentare i diversi tipi di lotte che si svolgono sia nel centro-nord che nel sud Italia. Su “inchiesta” il contratto dei metalmeccanici (articolo di Claudio Sabattini e Tiziano Rinaldini “ristrutturazione capitalistica e contratto dei metalmeccanici”) appaiono insieme alle lotte del sottoproletariato urbano nei quartieri di Napoli (Antonino Drago) insieme a quelle della psichiatria e medicina del lavoro (Giovanni Jervis, Letizia Comba, Marina Mizzau, Ferruccio Giacanelli, Ivar Oddone). Le lotte nella scuola erano documentate da Mario Gattullo, Marzio Barbagli, Marcello Dei. insieme alle riflessioni di Antonio Faeti sulle “tempere liberatrici”. Le testimonianze che venivano dalla Chiesa valdese si intersecavano con quelle cattoliche di sinistra come documenta il processo a Don Bruno Borghi riportato su ”Inchiesta”

Una terza caratteristica fu poi quella della ricerca come formazione di giovani quadri sindacali e di collegamenti sempre più stretti tra FLM e facoltà universitarie. Su “Inchiesta” comparivano articoli su classi sociali e sviluppo capitalistico (articoli di Sebastiano Brusco, Massimo Paci, Luca Meldolesi, Giovanni Mottura, Enrico Pugliese, Camillo Daneo, Tullio Aymone, Paolo Calza Bini) insieme ai tanti numeri speciali curati da Laura Balbo sulla condizione femminile. Contemporaneamente uscivano  dal Centro studi che dirigevo le ricerche e le Conferenze di produzione nelle fabbriche metalmeccaniche emiliane con il coinvolgimento di fabbriche nazionali quando bisognava definire un piano nazionale come quello del meccano tessile. Al centro di quelle ricerche l’appassionato e competente contributo dell’amico Roberto Alvisi e le relazioni sempre intense con suo figlio Bruno.

Un’ultima caratteristica, quella di imparare a diffondere la ricerca della verità che si cela dietro l’apparente oggettività delle statistiche. Ad esempio l’amico Luciano Bergonzini, docente bolognese di statistica, mise in.discussione il Censimento demografico del 1971 e, in particolare, le percentuali ufficiali di “casalinghe” e “lavoranti a domicilio”[12]. Il metodo inventato da Luciano era semplice: vennero scelti quattro piccoli comuni emiliani e, in ognuno di questi comuni, veniva fatta una riunione in cui Luciano e il sindaco analizzavano, per ogni famiglia, tutte le donne in età lavorativa chiedendo a un piccolo gruppo di “esperti” (studenti che avevano riempito i precedenti censimenti, il medico, il gerente della cooperativa, il postino ecc..) se quelle donne erano “casalinghe” o “lavoranti a domicilio”. Il risultato fu indiscutibile: le percentuali di “casalinghe” risultarono notevolmente più basse e quelle che lavoravano a domicilio più alte (ad esempio in uno di questi comuni le casalinghe risultarono il !3% mentre nelle statistiche ufficiali  erano il 40%; le lavoranti a domicilio passarono dal 3,6% al 12,3%). Sul piano politico e della formazione l’articolo di Bergonzini ebbe un forte impatto: una storia da “Quality” AND “Quantity” per imparare a diffidare dei “dati ufficiali”.

Nel 1977 venne fatta una profonda ferita nella città di Bologna: l’uccisione di Francesco Lorusso e questa ferita, nelle istituzioni, fu descritta benissimo da Roberto Roversi, poeta e collaboratore di “Inchiesta”. Quella uccisione ebbe ripercussioni in profondità nella mia vita privata e, per uscire da quella situazione, chiesi anche aiuto ai miei amico psicoanalisti.

I cambiamenti non erano terminati. Nel 1980 il sindacato viene sconfitto alla Fiat dalla così detta “marcia dei 30.000” e “Inchiesta” analizza quella complessa sconfitta nel numero di ottobre-dicembre del 1980 con una poesia di Pasolini “Gli operai hanno ancora pochi anni di tempo?” e un bellissimo pezzo di Adele: “La difficile utopia del possibile”[13]

Termina l’esperienza del sindacato unitario FLM, si chiude il Centro studi che dirigevo e “Inchiesta” deve affrontare una crisi profonda con Adele, che, dopo aver votato contro l’accordo Fiat, esce dal sindacato. La soluzione provvisoria che prendo è di continuare “Inchiesta” pubblicando Numeri monografici.

Gli anni ’80 e ’90 sono cosi caratterizzati da: Numeri a cura di Riccardo Petrella e Bruno Amoroso (“Europa Europe”, “Mediterraneo”, tre numeri); Numeri a cura di  Laura Balbo, Franca Bimbi, Saveria Capecchi (“Friendly”, “Povertà delle donne”, “Più facce molte teste”, due numeri, “Donne e comunicazione”, “Migrazioni al femminile”); Numeri a cura di Adele Pesce (“Che genere di mondo”, “Lavorare e vivere con pari opportunità”, “La politica e la persona”, un dialogo tra Vittorio Foa e Adele Pesce) Numeri a cura di Luce Irigaray (“Sessi e generi linguistici” e “Il divino concepito da noi”); Numeri di “Inchiesta letteratura” a cura di Mario Lavagetto e Donata Meneghelli (“I classici nella cultura e nella editoria contemporanea”, “Denaro e romanzo”, “Padri e figli”, “Un alfabeto della narrativa italiana”); Numeri a cura di più autori (“Karl Polanyi, un modello antropologico dell’economia”, ”Fernand Braudel: I tempi della storia); Numero a cura di Franco Di Giangirolamo (“Il popolo Mapuche”); Numero a cura di Capecchi e Gian Luca Valentini (“Di chi sono le responsabilità delle due bombe atomiche?”)

Questi numeri monografici permisero l’esplorazione di nuovi territori (dalla letteratura ai Mapuche) e alcuni ebbero anche un successo notevole, come quello su Braudel presentato da lui personalmente a Bologna nella sede del Gramsci. La lontananza da “Inchiesta” degli anni ’70 era però notevole e Raimondo Coga pose l’alt: o ritornare agli anni ’70 oppure chiudere.

Adele prese in mano la situazione e con le copertine di Massimo Paganini (bravissimo, che non cesserò mai di ringraziare) con il numero 163 del 2009 “Inchiesta riprende il suo cammino con la redazione operativa che ancora oggi la caratterizza.

Alla fine del 2009 vicende private sconvolgono la mia vita e quella di “Inchiesta”. Adele Pesce muore improvvisamente per la rottura di un aneurisma. Mi trovo sospinto in mare aperto e mi viene in mente  di riprendere un progetto di libro sull’Yijing (I Ching) del quale avevo parlato con Alfredo Salsano. Dato che è un progetto che richiede la conoscenza del cinese antico chiedo all’amico Pier Cesare Bori: “puoi darmi una mano?” (Pier Cesare conosce dodici lingue tra le quali il cinese). Pier Cesare mi risponde “Non posso aiutarti perché sto per andare in Cina per curare una traduzione. Però ti faccio telefonare da una mia amica che traduce dal cinese antico”.

Amina Crisma mi telefona e entra nelle mia vita e in quella di “Inchiesta” portando in questa rivista la cultura e le contraddizioni della Cina come risulta dal testo pubblicato in questo numero. Nel 2010 acquisisco la proprietà del sito www. Inchiestaonline.it e, in questo ultimo numero di “Inchiesta” cartacea mi piace ricordare e ringraziare chi, in questo ultimo decennio, ha soprattutto scritto su questa rivista on line (Mario Agostinelli, Cristina Biondi, Massimo Canella, Sergio Caserta, Aulo Crisma, Roberto Dall’Olio, Bruno Giorgini, Maurizio Matteuzzi, Alessandra Mecozzi, Marina Montella, Maria Pace Nemola, Oliva Novello, Nello Rubattu) . Si tratta di persone che hanno talenti particolari di scrittura e si trovano a loro agio anche in testi brevi. Un talento che mi fa guardare con affetto a www.inchiesta on line.it. Abbiamo scritto alla fine di questo numero “Arrivederci” perché la redazione operativa von la quale mi sono sentito on line (Tiziano Rinaldini, Gianni Scaltriti, Luciano Berselli, Tommaso Cerusici) ha realizzato un “buon numero” e allora perché mai “Inchiesta” dovrebbe scomparire?

NOTE

[1] L. Pestalozza (a cura di) Il processo alla Muti, Feltrinelli, Milano 1956

[2] Questa tesi venne pubblicata nei Quaderni per la ricerca operativa, diretti da Francesco Brambilla . Nel tempo  ha avuto più versioni. Quella più completa è: V. Capecchi, “Problèmes méthodologiques dans la mesure de la mobilité sociale ». Archives Europeennes  de Sociologie. 1957, pp. 285-318

[3] P. F. Lazaersfeld, M. Jahoda, H. Zeisel, Die Arbeitslosen von Marienthal 1932, tr.it. I disoccupati di Marienthal, Edizioni Lavoro, Roma 1991

[4] Su PFL ho scritto numerosi saggi: V. Capecchi, “Metodologia e ricerca nell’opera di Paul F. Lazarsfeld”, in  P. F. Lazarsfeld, Metodologia e ricerca sociologica, Il Mulino, Bologna 1967, pp. VII- CXCVI; V. Capecchi “Struttura e tecniche della ricerca”, in P .Rossi /a cura di), Ricerca sociologica e ruolo del sociologo, Il Mulino. Bologna, 1972; V. Capecchi, “Il contributo di Lazarsfeld alla metodologia sociologica” E.  Campelli (a cura di), Paul Felix Lazarsfeld un “classico” marginale?, Numero speciale di Sociologia e ricerca sociale, 1999, pp.35-79

[5] S. Sternberg, V. Capecchi. T. Kloek, C.T. Leenders (eds), Mathematics and Social Sciences. Mouton, Paris, 1965

[6] Sull’esperienza dell’inchiesta operaia all’Olivetti di Ivrea ricordo il libri: R. Rozzi: Psicologi e operai, Feltrinelli , Milano 1975; C. Musatti, F. Novara, R. Rozzi, G. Baussano, Psicologi in fabbrica. La psicologia del lavoro negli stabilimenti Olivetti, Einaudi, Torino, !980; F. Novara, R. Rozzi e R. Garruccio (a cura di), Uomini e lavoro alla Olivetti, Editore Bruno Mondadori, Milano 2005.

[7] A Trento ebbi tre contatti significativi: contatti di simpatia con Alberoni, contatti intensi con gli studenti e i loro leader (Renato Curcio, Marco Boato, Mauro Rostagno ucciso nel 1988 dalla mafia in Sicilia), contatti di grande amicizia con i quattro docenti ai quali, come Direttore delle Ricerche, avevo potuto affidare gli incarichi: Renato Rozzi, Romano Alquati, Giovanni Arrighi, Sergio Bologna.

[8] V. Capecchi, “ Chi non ha fatto inchiesta non ha diritto di parola. La nascita della rivista Inchiesta”, in E. Pugliese (a cura di) L’inchiesta sociale in Italia, Carocci, Roma, 2008, pp. 49-54

[9] V. Capecchi, “Mathematics and Sociology. From Lazarsfeld to Artificial Neural Networks “, in V. Capecchi, M, Buscema, P. Contucci, B. D’Amore (eds) Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts, Springer Dordrecht 2010. Questo testo è stato tradotto in italiano: V. Capecchi, “Matematica e saociologia. Da Lazarsfeld alle reti neurali artificiali”, Sociologia e ricerca sociale, n.81, 2007, pp. 5-90. Una successiva versione di quel testo è V. Capecchi: I nuovi orizzonti dei metodi quantitativi”, Journal of Educational, Cultural and Psychological Studies, n.), 2014, pp.259 – p. 281

[10] V. Capecchi, M. Buscema, P. Contucci, B. D’Amore (eds.) Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts, Springer, Dordrecht, 2010

[11] P. M. Buscema, L’arte della previsione. Intervista sulla intelligenza artificiale a cura di V. Capecchi, Mimesis, Milano 2020

[12] L. Bergonzini “Casalinghe o lavoranti a domicilio?”, Inchiesta, 10, 1973, pp. 50-54

[13] Il pezzo di Adele si può leggere in A. Pesce, Fare cose con le parole. Lavoro, sindacato, politica, femminismo, (a cura di V. Capecchi e D. Meneghelli, Dedalo, Bari, 2012

Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta online l’11 febbraio 2021

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