La necessità di capire e di fare racchiusa ne “Le ceneri di Gramsci”

di Mattia Lasio /
24 Ottobre 2026 /

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La realtà offre molteplici spunti di riflessione. Spunti preziosi, spunti che possono – se colti – aiutare a dare forma a un caos quotidiano in cui orientarsi è tutto fuorché semplice. Un caos come quello italiano dove, troppo spesso, cercare di vederci chiaro diventa un’impresa a cui si rinuncia viste le difficoltà e gli infiniti cavilli che saltano fuori. Ma se è vero che questo caos a cui si allude è da sempre presente nel belpaese e in tanti preferiscono adeguarsi a esso senza batter ciglio, è altrettanto vero che ci sono stati intellettuali del calibro di Pier Paolo Pasolini che a questo caos non solo si sono approcciati con quel piglio corsaro di chi non teme le avversità e il peso della verità ma soprattutto, aspetto ancor più significativo, accompagnati da quella indipendenza di giudizio e da quella lucidità di pensiero che consentono di osservare in maniera estremamente nitida ciò che accade sotto gli occhi di tutti e che, spesso, si preferisce resti celato. Indipendenza di giudizio e lucidità di pensiero: sono due punti cardine che Pasolini ha seguito per tutta la sua esistenza, finita prematuramente nel 1975, e che caratterizzano una delle sue opere poetiche più rilevanti ovvero Le ceneri di Gramsci di cui nel 2027 ricorreranno i settant’anni dalla pubblicazione. Un’opera contenente al suo interno undici poemetti scritti tra il 1951 e il 1956, in grado di descrivere un’Italia piena zeppa di incongruenze ma al contempo dotata di una passionalità e di una speranza sincera di non ripiegarsi su se stessa che non possono essere ignorate.

Quando Pasolini pubblica quest’opera ha trentacinque anni e il suo spessore intellettuale si è già palesato: all’attivo ha svariate raccolte di poesie, nel 1955 ha fatto il suo esordio nella narrativa con l’iconica opera Ragazzi di vita, a livello cinematografico ha collaborato alla sceneggiatura di un caposaldo come Le notti di Cabiria di Federico Fellini con protagonista Giulietta Masina. Il suo cursus honorum è solido, il lirismo e la ricchezza concettuale di ciò che scrive sono notevoli ed emergono con forza e risolutezza. Il momento storico nel quale Le ceneri di Gramsci vede la luce è senza dubbio complesso, basti pensare a eventi quali la condanna di Stalin durante il ventesimo congresso del partito comunista sovietico oppure alla drammatica e feroce invasione dell’Ungheria. In questo frangente così delicato, ci si può quindi domandare che ruolo giochino le riflessioni dello scrittore nato a Bologna, classe 1922. La risposta sorge spontanea soffermandosi su L’Appennino, componimento con cui l’opera si apre e in cui Pasolini afferma: “non c’è altra vita che questa”. È una presa di posizione granitica, che non lascia spazio a fraintendimenti. È un monito a chi legge, è un monito verso se stessi in prima battuta e verso coloro che non hanno timore di essere delle voci libere e fuori da un coro assordante che vive di chiacchiericcio. È il monito di chi odia gli indifferenti e ha dalla sua la consapevolezza che la vita per essere compresa va approfondita in ogni suo dettaglio, toccando con le proprie mani drammi e miserie quotidiane troppe volte strumentalizzate e mai capite del tutto. I versi di Pasolini sono graffianti, caustici e colpiscono subito come traspare da queste parole: “all’Italia non resta che la sua morte marmorea, la brulla sua gioventù interrotta”. Pasolini padroneggia con maestria quel linguaggio dell’insolenza, dell’incredulità e dell’ironia a cui lui per primo fa riferimento, un linguaggio che sa colpire nel profondo non con l’intento di ferire ma di far riflettere e scuotere dal torpore.

La sua è una scrittura colta e popolare, colta in quanto raffinata grazie a una ricerca stilistica che non lascia nulla al caso e che si nutre di letture profonde, popolare in quanto dal popolo e dalla sua vivacità schietta e priva di orpelli si nutre per essere autenticamente credibile. A riguardo nel poemetto Il canto popolare scrive: “ragazzo del popolo che canti, qui a Rebibbia sulla misera riva dell’Aniene la nuova canzonetta, vanti è vero, cantando, l’antica, la festiva leggerezza dei semplici. Ma quale dura certezza tu sollevi insieme d’imminente riscossa, in mezzo a ignari tuguri e grattacieli, allegro seme in cuore al triste mondo popolare?”. Una leggerezza dei semplici permeata di purezza, una purezza da contrapporre – come rimarcato in Picasso – alla “decadenza della snervata borghesia ancora avida nel miope rimpianto e nel cinismo”. Una miopia cinica a cui Pasolini non si piega, a costo di restare solo e forse anche incompreso. Una solitudine che affiora totalmente dal componimento che dà il titolo alla raccolta in cui Pasolini così condensa il proprio pensiero: “nella desolante mia condizione di diseredato io possiedo: ed è il più esaltante dei possessi borghesi, lo stato più assoluto. Ma come io possiedo la storia, essa mi possiede; ne sono illuminato: ma a che serve la luce?”.

Non ci sono risposte per questo interrogativo che mette spalle al muro ma solamente una consapevolezza che lenisce la sofferenza: solo l’amare, solo il conoscere conta. Amare e conoscere per camminare in strade incerte dove beatitudine e dolore si legano visceralmente senza abbandonarsi, amare e conoscere per ricordarsi che ciò che muta piange, indubbiamente, ma spesso ciò accade per farsi migliore. Lo sguardo di Pasolini è in perfetto equilibrio tra disincanto e rabbia, tra malinconia e propensione verso il domani in cui è lecito – seppur tutto fuorché scontato – continuare a credere. “In questa malinconia è la vita”, asserisce in Una polemica in versi e non c’è nulla di più bello che questa certezza: la malinconia non significa essere deboli e tantomeno arrendevoli ma anzi porta a una riflessione sul passato matura e distante da slanci emotivi non ponderati e aggressivi, grazie a cui cogliere il positivo da ciò che si è vissuto. E se di vivere si parla, Pasolini lo fa senza tirarsi indietro, pronto a dire la sua non per desiderio di protagonismo ma per amore verso una cultura che può e deve saper coinvolgere chiunque, oltrepassando vincoli e barriere, liberandosi dall’essere appannaggio solo di una ristretta cerchia di privilegiati. È una concezione di cultura militante la sua, nel pieno senso del termine in quanto solamente andando oltre schematismi e un’erudizione ostentata fine a se stessa è possibile farsi portavoce nella concretezza quotidiana dell’importanza del cambiamento. Un cambiamento in cui Pasolini non ha mai smesso di credere, conscio che bisogna essere folli per essere chiari e che la follia di un sognatore rappresenta la chiave di lettura più preziosa per rendere meno opaca una società piena zeppa di contraddizioni che meritano nonostante tutto di essere approfondite.

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