Guardare alle vetrine rotte per non vedere una società in frantumi

di Loris Campetti /
23 Ottobre 2026 /

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Non chiediamoci cosa c’è dietro ma cosa c’è davanti alle vetrine infrante di Milano: davanti ci sono guerre, c’è un genocidio, le competizioni sfrenate, la distruzione del welfare e della natura, c’è rinsecchimento della democrazia, autocrazie, disuguaglianze, razzismo. Davanti c’è la povertà crescente e l’emarginazione in periferie ghetto e a quei ragazzi poveri ed emarginati che ci vivono, e a cui anche immaginare il futuro è negato, viene mostrato il paradiso dei ricchi fatto di merce (il feticcio per Marx), abiti e scarpe firmate, di un lusso inavvicinabile, di successi per loro impensabili. Davanti ai ricchi, benpensanti e smemorati, invece, non ci sono che le vetrine dell’Olimpo milanese, frantumate da una generazione tradita per rubare il lusso che odiano per la sua inaccessibilità e la cui ostentazione è un insulto, una provocazione.

Davanti a chi vive in quel recinto dorato c’è solo una libreria distrutta, Feltrinelli per di più, che a chi ha settant’anni ricorda un bene comune oggi svaporato. Per gli altri, i vandali, i maranza, quelli di prima e seconda generazione di immigrazione e quelli autoctoni che vivono la povertà nello stesso ghetto, quella libreria rappresenta una cultura negata. Non rubano i libri, sfasciano la libreria. Chiediamoci cosa c’è davanti, perché dietro non ci sono i black bloc, non c’è Putin. Davanti c’è la guerra come orizzonte esaltata dagli ufficiali che vanno in scuole fatiscenti ad arruolare futura carne da macello e insegnano agli adolescenti come si imbraccia e si carica un fucile. Davanti c’è un ambiente devastato dal mercato e dal profitto, dal consumismo griderebbe Pier Paolo Pasolini. Quelli che assaltano i centri dorati non sono untorelli, provocatori in nuce, burattini delle destre. Quelle destre che vogliono imporre economia di guerra e stato di polizia che del resto hanno già realizzato, ma non gli basta ancora. Quei ragazzi però, non sono neanche il nuovo soggetto rivoluzionario come si racconta qualche nostalgico sostenitore delle moltitudini in rivolta. Sono poveri, né di destra né di sinistra perché “non ci rappresenta nessuno”, espropriati, senza speranza, invisibili finché non rovesciano il tavolo con gli spritz rovinando l’apericena ai giovani ricchi. Hanno poco da perdere tranne la vita, a differenza dei loro coetanei palestinesi che non hanno più neanche quella. Scriveva Bertolt Brecht: “Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono”.

“Quella borsa costa più di un mese di stipendio di mio padre”, dice uno dei ragazzi quasi bambini arrestati. E un altro: “Tiravo i sassi perché stanno licenziando mio padre”. Una foto fa persino tenerezza: mostra dei ragazzini che danno i capi firmati appena rubati ai senza fissa dimora, una forma ancestrale di solidarietà tra ultimi. Un’altra foto mostra le performance di Yousef, o forse si chiama Mustafa ma non importa il suo nome, è un bambino appena undicenne all’assalto della Milano bene perché non ha paura di nessuno, “uno che mena forte”, dicono i suoi amici. Noi a 18 anni volevamo costruire il nostro futuro e un altro mondo, in parte ci siamo anche riusciti, abbiamo potuto scegliere, loro già a 14, persino a 11 anni non vedono futuro dai loro miseri alloggi per famiglie piegate dalla miseria, quel futuro i grandi lo stanno distruggendo, quei ragazzini vedono solo il presente, provano a prendersene un frammento scatenando la loro rabbia. Nel ’68 i giovani under 24 erano più del 40% degli italiani, oggi sono appena il 20% in una società invecchiata, impoverita, rancorosa che li isola e li ignora. Noi avevamo il subcomandante Marcos che per rendersi visibile si copriva il volto con il passamontagna nel cuore della selva Lacandona, e prima ancora avevamo il Che, un medico che dirigeva la banca nazionale in un’isoletta lontana. Avevamo il Vietnam da cui i soldati americani sconfitti tentavano di scappare aggrappati agli elicotteri, i ragazzi d’oggi hanno il deserto di Gaza e il suo cimitero a cielo aperto. La destra che urla contro la violenza dei vetri infranti in via Montenapoleone ha le mani sporche di sangue dei bambini palestinesi, parole di Tomaso Montanari.

Dallo stato di polizia allo stato di guerra

Giorgia Meloni e il ministro della guerra Crosetto hanno una ricetta per spezzare le reni agli insorgenti di 17, 16, 15, 14 anni, o magari solo 11: 500 soldati in più a Milano. Per fare che? Per arrestare quei delinquenti appena più che bambini, vogliono passare dallo stato di polizia allo stato di guerra con i soldati in ordine pubblico, come nelle dittature sudamericane. Per fortuna c’è ancora un tutore della Costituzione in cima al colle del Quirinale, questo non lo possono fare. Capite perché hanno fatto una legge truffa nella speranza di vincere le elezioni ed eleggersi da soli il successore di Sergio Mattarella? Devono pensarci polizia e carabinieri, non i castigamatti della Folgore ad arrestare, fermare, schedare quei ragazzini considerati immaturi per decidere di seguire lezioni di educazione affettiva ma maturi per la galera. Così resteranno i 500 soldati in più a presidiare le vetrine e moltiplicare la paura dei milanesi, ma non potranno arrestare Yousef o Mustafa e i suoi fratelli. Nel milionesimo decreto sicurezza c’è pure il fermo preventivo dei minorenni, e persino un nuovo reato: la “flagranza di reato in differita”. E siccome chi rompe paga, saranno i genitori di quegli scavezzacollo colti in flagranza differita a pagare i danni e i cocci non saranno loro, sono corpi di reato.

Economia di guerra e stato di polizia, razzismo che deporta in scuole lontane dalle loro gabbie sociali i bambini immigrati perché se sono troppi nelle classi del loro ghetto non si può più dire “prima gli italiani”. Gioventù bruciata, quei ragazzini all’assalto della Feltrinelli, o gioventù tradita?

Poi ci sono gli altri ragazzini, che a volte sono persino gli stessi. Quelli che manifestano perché i 14 miliardi che il governo vuole spendere in armi vadano invece investiti nella scuola, nella salute, nella casa, nel lavoro pulito, nei salari e nelle pensioni, sono i fratelli di chi protesta per le stesse ragioni a Madrid e a Parigi, a Lisbona come ad Atene e a Belgrado. Si stanno risvegliando da un incubo, si riprendono la parola e le piazze, hanno iniziato a farlo in solidarietà con i palestinesi. Nessuno li ha visti arrivare, un problema di cecità collettiva, così come nessuno nella stanza dei bottoni aveva pensato di poter incontrare Yousef o Mustafa in piazza Duomo.

Sul banco degli imputati il governo e un’opposizione non all’altezza

E poi ci sono i centomila della CGIL che hanno invaso le strade di Roma – operai e studenti, volontari e ricercatori, pensionati e ambientalisti – a difendere la Costituzione e a cercare di tenere insieme lotte e rivolte democratiche. E nel giorno della protesta europea degli studenti, il 20 novembre, il sindacato guidato da Maurizio Landini ha indetto lo sciopero generale.

L’Italia sta collassando, al Sud mancano cibo e benzina per la protesta dei camionisti che non riescono più a riempire il serbatoio dei tir e bloccano le strade, e degli agricoltori che non riescono a pagare i prezzi esorbitanti del carburante necessario a muovere i trattori. I pescatori non escono dal porto, la benzina per far andare le barche costa più di quanto si potrebbe ricavare da quel poco che ormai finisce nelle loro reti perché anche il nostro mare è al collasso, il collasso ambientale. I camionisti, la storia mondiale ce l’insegna, non hanno simpatie per la sinistra, ma non è che avendo votato Meloni adesso siano meno incazzati. In strada ci sono gli operai dell’ex Ilva che chiedono lavoro e risanamento degli impianti e del territorio e il governo li schiaffa tutti in cassa integrazione per poi comprare l’acciaio in Cina, in India, in Germania. In piazza ci sono gli operai della Whirlpool e di tante altre aziende vittime dei padroni e di una politica economica miserabile e classista. Sul banco degli imputati c’è il governo Meloni ma c’è anche un’opposizione non all’altezza dello scontro in atto, incapace di disegnare, persino di sognare un altro mondo. La rabbia e la rivolta anche quella democratica e pacifica, in assenza della politica possono prendere strade diverse. La partita per fortuna è ancora aperta, basterebbe smettere di litigare su chi dev’essere il capo (“No Kings”, gridano i ragazzi nelle piazze d’Europa) ed evitare di farsi arruolare nel corpo dei guardiani delle vetrine di via Montenapoleone.

Questo articolo è stato pubblicato su Area il 23 ottobre 2026

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