Domani Meloni a Bari festeggia la sopravvivenza più lunga di un governo dal 1948: 1.413 giorni di legislatura. Più che i dati decontestualizzati, le affermazioni reticenti e verosimili contenute nel documento di 28 pagine diffuso dal governo e da Fratelli d’Italia è importante capire il messaggio politico di un’operazione auto-promozionale con vista sul voto politico dell’anno prossimo. Il senso della celebrazione può essere riassunta in due modi: durare è tutto, governare è niente. Oppure: meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Così può essere inteso il titolo enfatico «Più stabilità per un’Italia più forte» di un testo che evoca l’eterna legge del moderatismo centrista, tra Giolitti e Andreotti, in versione minore e urlata.
Non conta ciò che fai, conta il tempo che passi a ripetere che stiamo vincendo e che vinceremo. Prima o poi la realtà darà ragione agli ostinati e intonerà l’inno: «Meno male che Giorgia c’è». Traduzione del più lontano culto della personalità dedicato a Berlusconi che risciacquò i panni della destra missina nelle correnti del neoliberalismo.
LA FESTA BARESE manterrà il silenzio sulle sconfitte politiche (dal referendum, gli schiaffoni presi da Trump e la crisi economica generata dalla sua guerra contro l’Iran). Si tratta, invece, di dare più spazio possibile alle verità alternative presentate con leggi del destino. E le leggi sono quelle dell’estrema destra alleata con l’estremismo neoliberale: sovranità, proprietà e confini. Tradotto: ferocia contro i marginali, austerità dei conti, ossequi alle lobby armate.
PUNTO FORTE della narrazione sulla «stabilità» meloniana è il lavoro e l’occupazione. Non si parla delle morti del lavoro. Secondo Carlo Soricelli e il suo osservatorio indipendente delle morti sul lavoro negli ultimi 31 giorni le vittime sono state 120, segnando un balzo in avanti del 36% rispetto al 2025. Nei primi otto mesi del 2026 sono morti complessivamente 959 lavoratori (compresi quelli in itinere). Di questi, 765 sono deceduti sui luoghi di lavoro: più del 10% in un anno.
MELONI RIPROPONE la lettura, meramente quantitativa e astratta, dei dati sul mercato del lavoro. Si parla del raggiungimento del picco storico di occupati con oltre 24,3 milioni di lavoratori e il tasso di occupazione al 63,2%, accompagnato dalla flessione della disoccupazione generale al 5,8% e di quella giovanile al 18,9%. L’incremento dei contratti a tempo indeterminato e il calo dei precari si affiancano al record di occupazione femminile (54,5%) e a un calo dell’1,8% delle persone a rischio povertà o esclusione sociale, stimolato anche dalla maxi-deduzione del 120% sul costo del lavoro e dai tagli contributivi per chi assume giovani e donne svantaggiate.
QUESTO DISCORSO è coerente con una visione del lavoro inteso come fattore produttivo, da rendere conveniente attraverso la riduzione dei costi e l’uso di incentivi. Questa idea del lavoro è slegata dalle questioni del salario, della previdenza, delle tutele sociali e della cittadinanza. le variazioni demografiche, le tipologie di lavoro e di categoria, la qualità del lavoro sono solo opinioni per il melonismo statistico. Dunque, se da un lato, la quantità dell’occupazione è cresciuta; dall’altro lato, i salari reali sono diminuiti del 7,5% dal 2021 (dati Ocse).
Tra il 2014 e il 2024 l’inflazione cumulata è stata del 20%, mentre gli aumenti salariali hanno recuperato solo il 14% (dati Cgil). Cioè hanno perso potere d’acquisto. Diciamo allora che l’occupazione aumenta relativamente, ma i salari non crescono: si chiama «aumento di lavoro povero». Un «record» raggiunto con Meloni a palazzo Chigi. C’è anche l’altro record del tasso di occupazione («dai tempi di Garibaldi» disse una memorabile Meloni). Per l’Eurostat è uno dei tassi peggiori d’Europa. Nell’ultimo anno solo in Grecia ha raggiunto il 64,6%: più di un punto sopra a quello italiano. Anche sull’occupazione femminile è utile la comparazione.
Per l’Eurostat l’Italia è ultima in Europa per la scarsa partecipazione al mercato del lavoro delle donne: il 54,5% contro il 71,3% in Ue. Quello degli uomini è al 77,1%. Un primato, in negativo, che si è consolidato nella legislatura che ha visto la prima presidente degli Consiglio donna.
SUL PIANO FINANZIARIO, il documento rivendica la ritrovata credibilità internazionale dei mercati con lo spread sceso fino a 80 punti base – segnando anche un sorpasso sul differenziale dei titoli francesi – e un deficit ridotto al 3,1% del 2025 nonostante il peso ereditato dal «Superbonus» di contiana memoria. Nessun accenno alla poco «sovranista» condizione di un esecutivo appeso alle valutazioni dell’Eurostat. Il 22 settembre è atteso un nuovo valzer del decimale: se l’istituto di statistica europeo attesterà che il rapporto tra deficit e Pil sarà nettamente inferiore al 3% allora Meloni & Co. potranno fare uscire il paese dalla procedura Ue di infrazione per deficit eccessivo, calibrare una pioggerellina di bonus e tirare la carretta fino al voto.
L’ANALISI della non troppo sottile propaganda sui numeri dell’occupazione è utile per capire l’operazione distorsiva realizzata su molti altri capitoli, a cominciare dalla povertà, passando dalle politiche di bilancio in vista della manovra per finire al cruciale capitolo dell’energia. Dire come fa il governo che i decreti carburanti sono stati «risposte rapide» è ambiguo. Sia perché gli oltre 2,8 miliardi stanziati da marzo contro il caro-carburanti hanno arricchito i petrolieri, sia perché non hanno risolto i problemi strutturali , a cominciare da un tetto ai prezzi che potrebbe bloccare l’aumento dei profitti speculativi.
Quelli che l’esecutivo non vuole tassare e cerca inutilmente di farlo fare alla Commissione Europea. E per questo studierà entro il 5 settembre altre partite di giro mettendo la polvere sotto il tappeto.
IL CARO BOLLETTE e carburanti saranno pagati da ciò che resta dei salari più bassi d’Europa. Lo prova la crescita dell’inflazione (3,3%) la fiammata dei prezzi alla produzione industriale (7,8% in un anno). Governare, a queste condizioni, è perfettamente inutile. Stabilità è il sinonimo di immobilismo.
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LA PROTESTA NEL CAPOLUOGO PUGLIESE
Mentre Meloni & Co. festeggeranno nel porto di Bari il record di longevità del governo una rete di movimenti e associazioni organizza la protesta sul lungomare del capoluogo pugliese. L’iniziativa è stata decisa nel corso di un’assemblea che ha promosso un corteo domani alle 17:30 da piazza del Ferrarese. La manifestazione intende arrivare fino al terminal crociere dove è prevista la convention della maggioranza alla presenza della presidente del Consiglio. Saranno contestate le scelte del riarmo, le politiche sull’immigrazione, le norme sulla sicurezza e il contrasto al salario minimo. Gli attivisti denunciano anche le ricadute delle decisioni del governo sui salari e le criticità industriali della regione, con un riferimento esplicito alla gestione del polo siderurgico dell’ex Ilva di Taranto.
Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 3 settembre 2026