Sono stati i No Tav lunedì a prendere parola su quanto accaduto sabato quando si è svolta l’annuale marcia per raggiungere i «luoghi della devastazione», cioè i cantieri della Val Susa. «Non c’è da prendere nessuna distanza. Sia in presenza, sia con il cuore che con la partecipazione, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è capitato» ha detto Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav alla conferenza stampa indetta a conclusione del festival Alta Felicità.
In risposta anche ai controlli intorno l’area del campeggio, perimetrata ieri dalle forze di polizia per ore, permettendo ai partecipanti alla tre giorni di uscire soltanto se identificati: nelle stesse ore Meloni e Piantedosi giungevano a Chiomonte, il cantiere principale, a poco più di dieci chilometri di distanza.
«SABATO abbiamo praticato il diritto alla difesa, sono trent’anni che subiamo violenza, ma ci viene imputata la devastazione: ebbene la devastazione noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio, con l’amianto che respiriamo che ci fa ammalare», chiarisce Dosio. Il movimento rivendica gli scontri e respinge la narrazione tra manifestanti pacifici e violenti: «La divisione tra buoni e cattivi è assolutamente falsa – spiega un altro esponente No Tav, Guido Fissore – entrare nel cantiere è stata una cosa condivisa. Raccontatelo, perché siamo tutti responsabili».
IL PARTECIPATO CORTEO partito sabato da Venaus, circa 20mila persone, ha raggiunto due cantieri, quello di San Didero e quello di Chiomonte, lì almeno in trecento si sono distaccati dal cordone principale e, travisati con abiti neri, sono riusciti a penetrare oltre le reti del cantiere: lanci di oggetti, bombe carta e bottiglie incendiarie, hanno colpito anche alcune camionette della Polizia, se ne conteranno quattro incendiate. A fuoco anche parte dell’area. Lacrimogeni e idranti in risposta.
Centoventi gli operatori della polizia rimasti feriti, alcune decine tra i manifestanti. Molti i partecipanti da fuori Italia, la maggior parte dalla Francia, ma anche tedeschi e spagnoli, uniti in quello che gli investigatori definiscono «blocco nero», un gruppo transnazionale organizzato, esperto in scontri aperti con le forze dell’ordine. La procura di Torino indaga per devastazione e saccheggio, al vaglio anche l’aggravante della finalità di terrorismo. L’indagine è nelle mani di Giovanni Bombardieri. A raccontare delle «violenze No Tav» al Tg7 di Enrico Mentana c’era Marco Ferri, sovrintendente del reparto mobile di Genova, già in servizio alle volanti, attualmente in malattia dopo gli scontri di sabato scorso.
A CHIOMONTE Telt, l’azienda che si occupa della costruzione della Tav fa sapere che il danno è di un milione di euro; il direttore generale Maurizio Bufalini parla del più grave attacco dal 2011, sempre a Chiomonte. E sono state proprio le «libere giornate della Repubblica della Maddalena» a essere ricordate giorni prima sul sito del movimento No Tav, quando i militanti si accamparono intorno al cantiere, sgomberati poi con forza dalla polizia.
INTANTO SONO 800 gli identificati, quattro i fermati, tutti tedeschi, per due è stato richiesto l’accompagnamento, gli altri si troverebbero al carcere Vallette di Torino. Per tutta la giornata ieri chi desiderava tornare a casa concluso il festival è stato impossibilitato, sia con le auto, che a piedi, bloccata anche la stazione dei treni di Susa, l’unico modo era farsi identificare. La cosiddetta pratica del kettling, condannata anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, perché impedisce la libera circolazione, laddove non ci siano pericoli di esigenza pubblica, e limita la libertà personale.
I NO TAV durante la conferenza stampa l’hanno definita «strategia di pressione» da parte di governo e questura, annunciando l’intenzione a proseguire la mobilitazione. Le identificazioni dei partecipanti al festival sono cominciate massicce già dal venerdì, con due posti di blocco lungo l’autostrada verso Susa, e alla stazione Porta Nuova di Torino per chiunque presse un treno in direzione della Valle, controlli anche dalla Francia: auto perquisite, bagagli aperti, controlli abito per abito, dei viveri e delle tende, anche la strumentazione dei gruppi in esibizione.
«LE IDENTIFICAZIONI sono avvenute secondo modalità non previste da alcuna normativa: sono stati infatti girati video e fatte fotografie ai fermati, un’acquisizione di un’immensa mole di dati personali di cui non è dato sapere l’utilizzo e le modalità di archiviazione – spiega l’avvocato Gianluca Vitale – anche se c’è chi ipotizza che potrebbero essere utilizzati per l’identificazione, grazie all’intelligenza artificiale, dei partecipanti alle azioni di sabato, un utilizzo che almeno al momento, non è concesso».
Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 28 luglio 2026