l caldo spaventoso di luglio ha ricordato ai milanesi che un numero cospicuo delle piscine pubbliche di cui la città lontana da mare e fiumi si fregia è chiuso. A metà giugno il Tribunale di Milano aveva assolto gli imputati di abuso edilizio che avevano costruito un palazzo di 25 piani utilizzando una SCIA (segnalazione di inizio attività), come se stessero ristrutturando un appartamento. L’assenza di reato non cancella un’idea di crescita della città che coincide con una forma di rendita legata ai fondi di investimento – grandi fondi che investono in operazioni immobiliari di pregio che garantiscano ritorni da redistribuire a chi a sua volta ha affidato i propri soldi ai fondi stessi.
A Venezia, Firenze, Napoli, Roma, Bologna, ecc. sta emergendo con forza il tema della turistizzazione, che tradotto significa case in affitto più care, mercato immobiliare drogato dalle offerte di “ottimo investimento” (fatevi un Bnb), svuotamento del tessuto sociale e commerciale dei centri storici sostituito da spritzerie (ne ho vista una a Roma), fabbriche di supplì, gelato, corsi di cucina, lockers per valigie e catene di negozi che vendono tartufo, limoncello e borse di pelle colorate apparentemente fatte tutte a Firenze.
L’impatto del turismo sugli affitti
Un rapporto della New Economics Foundation segnala come l’aumento degli arrivi negli aeroporti coincida con la crescita degli affitti, soprattutto in Spagna, Portogallo, Grecia e Italia (+202 euro in media in Italia tra 2019 e 2025). Il rapporto è interessante e segnala anche come l’aumento dell’investimento sul turismo non sia un bene per la produttività (gli investimenti in mattoni e pizzerie non sono esattamente come quelli in innovazione di processo e prodotto) e come l’aumento dell’economia del turismo non abbia contribuito alla crescita dei salari in quel settore (in Italia sono sotto a quelli del 2008 e il 70% del salario medio). Anche mettendo da parte il tema dei caro affitti e quello di un tessuto cittadino trasformato in parco a tema, dunque, puntare sul turismo è un affare per alcuni mentre genera lavoro pagato poco, precario, spesso stagionale e non qualificato. Non chef stellati ma personale delle pulizie che sfrecciano in moto o bici per portare i loro sacconi blu Ikea pieni di lenzuola da un appartamento all’altro, non guide laureate in archeologia, ma autisti di furgoni neri targati Uber.
Le notizie messi in fila fino a qui ci parlano di costo della casa, quartieri che perdono abitanti, spazi culturali vivaci e capaci di riempire vuoti a rischio, idea di sviluppo economico delle città, ruolo del settore pubblico e sua assenza, forza contrattuale del privato che “investe in città. Ciascuna città ha naturalmente le sue peculiarità dovute all’economia cittadina, al suo governo, alla quantità di spazi liberi o di aree da riconvertire – Milano è arrivata prima e cresciuta in altezza, Venezia si spopola e così via.
Qui farò il caso di Roma perché è la città che conosco e perché ci sono fonti utili quali i rapporti elaborati da ricercatori e attivisti e promossi da NonnaRoma o il lavoro prezioso i MappaRoma – ce ne sono anche altrove naturalmente.
Da qualche mese a Roma è cresciuta l’attenzione – e proteste – attorno a una serie di progetti immobiliari e alla costruzione di studentati di lusso gestiti dai privati in aree pubbliche. Sono nati comitati, si sono fatti incontri e chieste risposte alle istituzioni guidate dal centrosinistra, partite battaglie legali. Sempre a Roma sono stati messi i sigilli alla Angelo Mai, un polo culturale vivace e dalla proposta più che ricca. Di recente, queste diverse vicende si sono incrociate con la denuncia fatta da Valerio Carocci della Fondazione Piccolo America, una realtà diversa da quella di comitati e altre associazioni, che ottiene molti fondi pubblici, gestisce un cinema e fa da anni tre arene estive, gratuite e stracolme di gente, e che si è attirata qualche antipatia per un rapporto molto diretto con le istituzioni e una qualche assenza di solidarietà nei confronti di altre forme di associazionismo culturale che si considerano meno “integrate”.
Carocci contesta il destino dell’ex cinema Metropolitan che rischia di divenire centro commerciale in un’area dove davvero quel che non manca sono i negozi monomarca. La sua protesta, quella di una figura visibile e capace di mobilitare un pezzo importante del mondo del cinema italiano, ha generato attenzione, articoli di stampa e una reazione di chiusura da parte delle istituzioni. Di fronte a polemiche, tensioni, post sui social network di attivisti, politici locali e così via, Carocci ha reagito con un video durissimo. Nel discorso si fanno denunce pesanti, nomi, cognomi, si difende la propria buona fede e volontà di voler lavorare assieme ad altri – comitati, associazioni, attivisti – per mettere un freno a progetti che, tutti assieme, non aggrediscono il tema della casa e neppure quello degli spazi comuni da vivere e animare per rendere la città un luogo di tutti, chiedono molto poco in cambio agli investitori – quanta parte dell’area dove si costruisce sarà destinata a uso pubblico e gratuito? Con quali servizi per il pubblico? Tutte questioni che tornano sempre quando si parla di partnership tra pubblico e privato.
La capacità di associazioni e comitati di esserci, produrre materiali, proposte, protestare, incalzare la Giunta Gualtieri a un anno dal voto sono un passaggio importante per la politica romana. Su questo si tornerà in fondo.
Prima usiamo qualche dato di quelli contenuti in due rapporti prodotti da NonnaRoma curati da Sara Gainsforth e Sara Fiordaliso partendo da una constatazione di Alessandro Coppola, urbanista del Politecnico di Milano: “Quando, parlando della questione abitativa a Milano, si dice che “il comune non può far nulla” si afferma, in gran parte, il vero. Ma spesso si omette di dire che tale situazione di (quasi) impossibilità di intervento (…) discende da decisioni pubbliche che ai diversi livelli di governo hanno progressivamente fatto in modo che per l’appunto il comune potesse fare molto meno di quanto socialmente richiesto”.
Sulla domanda di case per studenti
“A fronte di circa 213.000 iscritti agli atenei romani e un fabbisogno stimato di 80.000 posti letto per studenti fuorisede, l’offerta pubblica garantita da Lazio DiSCo ammonta a soli 2.593 posti, mentre quella degli atenei è sostanzialmente irrilevante. Questo deficit strutturale è oggi sfruttato come opportunità di mercato da gestori di alloggi privati e fondi immobiliari nazionali e internazionali — da Fabrica SGR a Hines, da CDP Immobiliare a Barings — che stanno realizzando 25 nuovi studentati privati a Roma, con canoni che arrivano fino a 1.050 euro al mese”.
“Le risorse pubbliche del Pnrr, 60 milioni di euro per interventi confermati a Roma, sono state destinate a strutture private, alcune già operative, a canoni quasi di mercato. Si tratta di posti pagati due volte: lo Stato contribuisce alla realizzazione degli alloggi, mentre Lazio DiSCo copre attraverso i fondi regionali per il diritto allo studio i canoni convenzionati (…) Nelle zone di espansione di student housing privato, nelle aree universitarie, si registra una crescita vertiginosa dei canoni di locazione, con punte del 20% a Ostiense tra il 2024 e il 2025”.
Affitti a breve e medio termine
Roma conta 31.689 annunci su Airbnb (6 luglio 2026), quasi l’80% sono interi appartamenti, gli host che gestiscono più di un appartamento sono il 60%. Una breve verifica non sistematica su strade che conosco mi fa supporre che i numeri siano sottostimati – e mancano le case vacanza e case ferie della chiesa.
Di nuovo dai rapporti: “I dati OMI (Agenzia delle Entrate) mostrano che gli affitti a medio termine nel 2024 sono stati del 42% più alti rispetto ai contratti ordinari (…) Le locazioni cosiddette transitorie (da uno a 18 mesi) crescono di circa il 40% dal 2016 al 2022, e quelle agevolate per studenti (da 6 a 36 mesi) più di tre volte tanto. Quasi la metà di tutti i contratti di locazione registrati nei Comuni capoluogo di provincia o città metropolitane è ormai di questo tipo”.
Un lavoro di MappaRoma del 2019 segnalava come il rapporto tra posti letto e abitanti era del 72% nel Centro storico, del 60% a Trastevere, Celio e XX Settembre, del 40-50% a Esqulino e Prati. Per alcune zone, probabilmente il 2019 è il passato, nel senso che i numeri sono più alti.
E i Mercati Generali?
Chi non vive a Roma non sa che negli anni della sindacatura Veltroni quella doveva diventare la “Città dei giovani”. Uno spazio enorme, non lontano dalla metropolitana, con padiglioni primo novecento e molto spazio libero. Dopo una prima rinfrescata, tutto venne lasciato come era e sono passati 20 anni. Oggi, da città dei giovani siamo passati a studentato costruito da una multinazionale immobiliare. “Il Comune di Roma ha accettato la proposta del concessionario dell’area, Sviluppo Centro Ostiense S.r.l. (SOC), inadempiente dal 2006, per la costruzione di un mega-studentato di lusso finanziato dal fondo immobiliare statunitense Hines. Il progetto prevede un albergo definito come ‘studentato’ con 1.602 camere e canoni fino a 1.050 euro al mese. 544 posti in camere doppie saranno affittati a 500 euro al mese “escluso iva ed eventuali servizi ad hoc”, canone descritto come ‘calmierato’ (…) Il progetto garantirà ricavi per oltre 32 milioni di euro l’anno, di cui 26 milioni dallo studentato, a fronte di un canone per l’area pubblica di 165mila euro l’anno”.
Il problema non è il singolo progetto ma il modello rendita immobiliare/eventi/turismo. A Milano si discute da almeno un paio di anni su cosa abbia prodotto in termini di costi e di perdita del tessuto sociale. A Roma la discussione è cominciata e la Giunta Gualtieri, che pure ha cambiato in meglio il modo in cui la città è gestita, sembra volerla evitare a ogni costo. La disabitudine a confrontarsi con le forme prese del conflitto e la rappresentazione dell’amministrazione cittadina come qualcosa di neutro sono la bussola. Si promuove quanto fatto, si nega l’impatto negativo (c’è un video in cui l’assessore ai grandi eventi, l’ambizioso Onorato, ci spiega come l’uso del Circo Massimo sia una manna dal cielo e il migliore dei mondi possibili), si aprono tavoli a decisioni prese, si evita un confronto reale con istanze che sono parte importante di quella che dovrebbe essere la base sociale di una giunta sostenuta da partiti di sinistra – che si tratti di associazionismo culturale, comitati di quartiere o fasce sociali deboli e in situazione di precarietà abitativa.
In questi giorni si raccolgono firme in calce a un appello che chiede un confronto vero su queste grandi questioni, la video-denuncia di Carocci ha fatto rumore e il lavoro di comitati e associazioni continua, sulla cultura come sull’enorme tema della casa – il Piano Meloni è uno scherzo. Che ci siano gruppi e forze diverse tra loro che, anche con idee diverse sul proprio ruolo, svolgano un’azione di pressione sulla politica istituzionale è un fattore positivo. Una sinistra politica che non recepisca questa domanda, dialoghi, magari su alcuni dei punti sollevati rimanga sulle sue posizioni, ma ascoltando, rispondendo, provando a convincere e cambiando o cancellando progetti sbagliati e non vitali per la città, rischia di perdere un pezzo di consenso importante e di perdere anche sé stessa. A Roma poi, qualcuno lo ricorderà, il centrosinistra “responsabile e di potere” silurò un proprio sindaco figlio di una rivolta interna (Marino, a prescindere da quel che si pensi del personaggio) aprendo la porta a Gianni Alemanno e Virginia Raggi, la seconda eletta sull’onda di una rivolta su come a Roma si gestiva il potere. A volte non ricordare gli enormi errori del proprio passato recente porta a commetterne di nuovi.
Questo articolo è stato pubblicato su Sbilanciamoci il 7 luglio 2026