In Parlamento è in discussione il disegno di legge Schillaci-Roccella che regolamenta in maniera restrittiva l’accesso ai farmaci sospensori della pubertà per le persone transgender e gender variant minorenni. Le voci di tre esperte che lavorano nell’ambito dei diritti negati restituiscono un Paese con un Servizio sanitario nazionale impreparato, insufficiente e incompatibile. Una catena discriminatoria che arriva fino all’impegnativa del medico curante.
La salute delle persone transgender in Italia non è solo ignorata e trascurata ma ideologicamente compromessa. Se a livello medico la cancellazione di alcuni corpi ha di per sé delle conseguenze gravi e potenzialmente fatali, la stigmatizzazione politica causa direttamente -tramite una legislazione oppressiva- vere e proprie condizioni di dolore e di rischio clinico.
In linea di principio, come osserva Irene Tarquini, psicologa dell’Associazione italiana per l’educazione demografica (Aied) che nel 1999 ha inaugurato una sezione specializzata nelle problematiche inerenti le identità e la fluidità di genere, “bisognerebbe promulgare un’unica legge che sancisca che le persone transgender vanno tutelate, garantendo loro un diritto di autoaffermazione come migliori conoscitori di sé stessi, su cui gli indirizzi politici non possono intervenire, legislatura dopo legislatura, per definire i confini delle loro identità e delle loro possibilità”.
Nel nostro Paese è invece in discussione in Parlamento il disegno di legge firmato dai ministri Orazio Schillaci ed Eugenia Roccella che prevede ulteriori ostacoli per le persone transgender minorenni. Il quadro normativo si concentra sull’accentramento del controllo dei farmaci sospensori della pubertà. La possibilità di assumerli concede al minore sia un arco di tempo maggiore prima di cominciare un’eventuale terapia medica ormonale di affermazione di genere, sia una finestra temporale più ampia per poter esplorare la propria identità di genere senza subire lo sviluppo di caratteri sessuali incongruenti.
Come chiarisce la dottoressa Paola Biondi del Centro salute trans e gender variant (Cest), con sedi a Roma, Taranto e Catanzaro, “non esiste una terapia bloccante, esiste una terapia sospensoria, se ci riferiamo alla triptorelina, perché questa è la distorsione che purtroppo viene usata strumentalmente a livello politico: i bloccanti sono ipotalamici, quindi si blocca l’ipotalamo in quel frangente temporale fintanto che si prende la terapia e in modo del tutto reversibile. Per questo è corretto dire che non si blocca la pubertà ma si sospende la pubertà”.
La limitazione di questi farmaci o il loro utilizzo vincolato all’assenso del Comitato etico pediatrico nazionale (secondo quanto ordinerebbe la legge in discussione) oltre a rallentarne fortemente l’accesso in un’età che procede spedita verso il cambiamento fisico, imprimerebbe conseguenze collaterali di salute molto profonde. “Nei casi di disforia grave (il malessere sentito per la discrepanza tra il sesso assegnato alla nascita e il genere che la persona percepisce come proprio, ndr), quando il disagio è enorme, si parla di farmaci salvavita, perché di fatto riducono moltissimo la sofferenza psichica allontanando anche pensieri suicidari. Tutte le preoccupazioni sacrosante, legittime, sulla dannosità dei farmaci somministrati a persone in età evolutiva, non ci sono state quando la stessa triptorelina è stata data in Italia per decenni alle bambine con pubertà precoce -commenta-. Non ci si è posti il problema sugli effetti futuri e non se ne è mai parlato giuridicamente. Questo suggerisce un disegno di altra natura. Una strumentalizzazione ideologica evidente”.
La psicologa e sessuologa Antonella Palmitesta, che al Cest di Roma segue le persone minorenni, racconta di aver seguito “ragazzi che hanno usato dall’età di 13 anni il binder, il tape, la fasciatura del seno, soffrendo una condizione che ha causato pelle ustionata, mal di schiena, impossibilità di praticare attività sportiva e di sperimentare il proprio desiderio sessuale con le persone con cui erano in relazione. E ho visto genitori felici dopo la mastectomia bilaterale (intervento chirurgico che rimuove entrambi i seni, ndr) perché finalmente ricevevano un abbraccio da parte dei propri figli. Dopodiché l’aspetto corporeo non è neanche il primo elemento del percorso. Si esplora il vissuto, gli stati d’animo, l’assetto sociale a partire dal sistema scolastico. Prima di pensare alla medicalizzazione, infatti, i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di essere accolti. Una cosa fondamentale che ancora oggi il sistema politico non ha compreso”.
Rispettare il principio di autodeterminazione significa lavorare per una serie di cambiamenti che incidono sulle loro vite. “Io cerco di migliorare la situazione intorno a loro, accompagnandoli ad esempio nell’attivazione della ‘carriera alias’, cioè un percorso scolastico in cui il nome e i pronomi con cui docenti e personale scolastico si rivolgono a loro corrisponda al genere elettivo, in cui sui registri come in bagno la persona possa ritrovare corrispondenza”.
Il Parlamento, come organo legislativo democratico, non ha garantito un contesto normativo in cui i diritti fondamentali fossero per tutti. “Le persone transgender hanno molti meno diritti in generale rispetto alle persone cisgender -afferma Biondi-. Per quanto riguarda la salute, nello specifico, c’è tutta una serie di problematiche legate al fatto che le persone trans, soprattutto in assenza di rettifica anagrafica, di fatto non esistono. Non esistono per il sistema giuridico, non esistono per tutti i sistemi amministrativi, non esistono per il Servizio sanitario nazionale. Io direi che sono pazienti imprevisti, non sono proprio pensati e questo determina un’assenza plateale di diritto”.
La rimozione sociale testimoniata dalle persone transgender e non binarie ha degli effetti distruttivi sulla loro salute fisica e psicologica. Il Servizio sanitario nazionale mostra, infatti, per sua stessa conformazione, un’incompatibilità con i percorsi di affermazione di genere. “Le persone transgender non possono accedere a cure specialistiche se hanno un corpo cosiddetto ‘non conforme’: le persone assegnate alla nascita al sesso femminile che fanno un percorso ormonale mascolinizzante sono escluse nel momento in cui fanno la rettifica anagrafica con sentenza del Tribunale (o sono persone non binarie, per esempio) dai circuiti di prevenzione delle patologie ginecologiche femminili. Allo stesso modo, al contrario, tutta la prevenzione per il carcinoma prostatico difficilmente viene effettuata quando c’è una persona che si presenta sui documenti con un nome femminile; è praticamente impossibile prenotare la visita. A volte ci sono degli escamotage di alcuni medici ma in generale non è così facile accedere a percorsi di prevenzione e cura della propria salute”.
Il mancato riconoscimento riproduce modelli e strutture discriminatorie in cui dall’impegnativa del medico curante alla preparazione dei professionisti le persone queer sono escluse, non contemplate e respinte. “Considerando la scarsissima formazione degli operatori sanitari, le persone trans e non binarie difficilmente si avvicinano ai circuiti sanitari, a meno che non siano costrette, perché c’è un alto tasso di stigmatizzazione – argomenta Biondi-. In particolare se sono anche persone Hiv positive o ancora persone che praticano sex work, sono colpite da una serie di discriminazioni che si sommano. Quindi dal punto di vista del diritto alla salute c’è veramente molto poco e non c’è neanche una condizione di diritto garantita nel momento in cui la persona decide di fare un percorso medicalizzato di affermazione di genere, perché gli ostacoli nel percorso sono molteplici: sono pochissimi i centri specializzati, le liste per il primo appuntamento sono lunghissime, viene richiesta tutta una serie di passaggi ‘di certificazione’ che sono inutili e che a volte si sovrappongono anche”.
L’apporto dello Stato dovrebbe infatti tutelare il diritto all’autodeterminazione eliminando tutti gli ostacoli e le imposizioni giuridiche che lo limitano e lo irregimentano. “Non c’è scritto da nessuna parte che io per cambiare il nome devo fare per forza una terapia ormonale -prosegue la dottoressa Biondi-. Come accadeva una volta, prima del 2015, in cui era obbligatorio fare gli interventi chirurgici per poter cambiare il nome sui documenti: tanta gente ha fatto degli interventi assolutamente inutili, assolutamente non desiderati e stiamo parlando di operazioni in cui le persone transgender hanno rischiato la vita pur di avere il nome rettificato”.
Questo nodo giuridico fa emergere il cuore pulsante dell’autonomia decisionale delle persone transgender e non binarie: la scelta libera, soggettiva e consapevole del proprio percorso di affermazione. In Italia questi ultimi sono tuttora disciplinati dalla legge 164 del 1982, una norma datata che è stata modificata nella sua applicazione dalla giurisprudenza più recente, eliminando l’obbligo di intervento chirurgico precedentemente previsto. La Corte di Cassazione prima (nel 2015) e la Corte costituzionale dopo (nel 2017) hanno stabilito che non è necessario un intervento chirurgico per ottenere la rettifica.
In questa cornice legislativa che stabilisce delle regole anche procedurali la dottoressa Biondi ribadisce semplicemente che “tutte le incongruenze di genere non sono una patologia, ma sono un bisogno di salute. Lo Stato dovrebbe preparare il Servizio sanitario nazionale cambiando il suo sistema di anagrafica e il sistema di registrazione delle prestazioni che vengono erogate. Procedendo per corpo e non per anagrafica fiscale. Dovrebbe inoltre prevedere l’obbligatorietà per tutte le persone che lavorano in ospedale, a tutti i livelli, di una formazione su tutto ciò che attiene ai bisogni specifici dei pazienti e delle pazienti trans e non binarie, a partire dai direttori sanitari in giù. Ma soprattutto dovrebbe prevedere la possibilità di scelta dei percorsi, affinché le persone possano ottenere il risultato che desiderano per il proprio benessere senza un vincolo di obbligatorietà normativa da ottemperare”.
Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 31 marzo 2026