Che c’entra la guerra israelo-americana contro l’Iran con il referendum sulla legge di riforma della magistratura? Che cosa hanno a che fare i fumi tossici sollevati dai roghi di petrolio e gas che si alzano da Teheran e dai paesi del Golfo con le urne italiane di domenica e lunedì prossimi? C’entrano invece, se si passa dalla tragedia della guerra alla farsa della bassa politica meloniana il punto di incontro sta nell’impennata straordinaria del prezzo dei carburanti, con il gasolio arrivato a superare i 2,20 euro a litro. Arriva l’Ancillotto e tutto a posto va, ripeteva un vecchio spot di Carosello: con un tipico intervento pre-elettorale le accise vengono ridotte per decreto di 25 centesimi al litro quattro giorni prima del voto e la regalia del governo resterà in vigore solo per 20 giorni, il tempo di votare, scrutinare le schede e scannarsi sui risultati poi suonerà la campanella di fine ricreazione. Sembra di essere tornati agli anni in cui a Napoli l’armatore monarchico Achille Lauro regalava la scarpa destra ai poveracci prima del voto mentre per avere anche la sinistra dovevano dimostrare di aver messo la croce sul simbolo giusto. Intanto la capa del sovranismo fossile Giorgia Meloni si batte come un leone in Europa per bruciare insieme al petrolio anche la transizione ecologica e in coro con il suo amico Orban promette più emissioni per tutti.
I nuovi mostri Fedez, Rizzo e Briatore
Nell’ultima settimana prima del voto la premier si è scatenata, non va a incontrare le masse nelle piazze, il proselitismo lo fa da casa sentenziando che non è un voto politico pro o contro il suo governo ma serve a far funzionare la giustizia. Al massimo esce da casa o da palazzo Chigi per raggiungere le televisioni amiche, quelle dei Berlusconi e le Telegiorgia del servizio pubblico. O il nuovo amico Fedez che ha incontrato la destra sulla via giudiziaria ed è ben contento di offrire il suo podcast a Giorgia Meloni in un’interminabile intervista-comizio. L’ossessione con cui lei, Benito La Russa, Tajani, Nordio, Piantedosi ripetono che non si vota per o contro il governo, è un segnale che anche dai sondaggi governativi traspare il rischio di una vittoria dei No. Non a caso la premier continua a mettere le mani avanti precisando in ogni comparsata mediatica che se dovesse vincere il No lei non si dimetterebbe. Sottinteso: e che mi chiamo Matteo? Perché a Matteo Renzi un merito va riconosciuto, una cosa giusta l’ha fatta quando 10 anni fa, fallito il suo assalto alla Costituzione grazie al voto referendario, risalì il colle del Quirinale per rimettere il mandato di premier nelle mani del capo dello stato. Ma Giorgia è Giorgia, una madre, una cristiana eccetera eccetera.
Negli ultimi giorni la galleria dei mostri si è ampliata. Gli appassionati dei sostenitori della frantumazione dell’organo di autogoverno della magistratura (il CSM) in tre distinti organi aumentando il peso dei membri di nomina politica per mettere sotto tutela pubblici ministeri e giudici, urlano senza più remore il loro odio per la legge uguale per tutti, per i magistrati e per la Costituzione. Il CSM da struttura paramafiosa (Nordio, ministro della giustizia) a plotone d’esecuzione (Bartolozzi, capo gabinetto del ministero della giustizia), ai pubblici ministeri che se ci hai a che fare è peggio che un avere un cancro (il senatore fratello d’Italia Zaffini). Tra le tante castronerie dei sostenitori del Sì le due più esilaranti arrivano da Marco Rizzo e Flavio Briatore. Rizzo, transfugo dalla sinistra radicale a Rifondazione, dal Pdci di Cossutta fino ad arrivare attraverso numerosi altri passaggi al sovranismo e a Vannacci, dice che una vittoria del Sì ci librerebbe dai maranza. Vuole superare Meloni che promette in cambio di una croce sul Sì la fine dell’immigrazione, delle famiglie del bosco, degli spacciatori e compagnia cantante. Il re del Billionaire, il locale per vip della Costa Smeralda ora finito in mano a Leonardo Del Vecchio chiede di votare Sì perché a nessuno di noi capiti quel che è successo a lui: durante il covid, per un problemuccio fiscale la Guardia di finanza “mandata da un pm” gli aveva sequestrato uno yacht di 71 metri e per di più l’aveva svenduto a Ecclestone per pochi milioni di euro. Sappiano i lettori di area con passaporto italiano che rischio corre il loro yacht se non votano come Briatore.
Il vero obiettivo: garantire l’immunità ai politici
C’è poco da ridere, con il referendum sono in gioco i fondamenti della democrazia italiana: la Costituzione, la separazione dei poteri, l’autonomia della magistratura dalla politica. La quale garantisce che la legge sia uguale per tutti mentre il governo e i promotori della riforma ne vorrebbero una speciale per i politici, un’altra speciale per le forze dell’ordine mentre per i cittadini normali basterebbe la gogna. Le forze politiche di destra chiedono protezione non della legge ma dalla legge. Abbiamo detto del ministro della giustizia Nordio e della capa del suo gabinetto (la coppia che tra l’altro ha costruito l’affaire Almasri), potremmo adesso parlare del sottosegretario sempre alla giustizia Andrea Delmastro: si è scoperto che fino a un po’ di ore fa era socio in affari di un affiliato del clan camorristico Senese fondato da Michele ‘o pazzo. Si è dimesso dopo mesi che andava avanti l’inchiesta della magistratura sul locale di comproprietà sospettato di essere una delle lavatrici dei soldi mafiosi. Si è giustificato dicendo che non sapeva di chi era socio nel ristorante “Le 5 forchette”. Nella Prima repubblica i comunisti chiamavano forchettoni i democristiani per ragioni del tutto intuibili. Questo referendum usa lo strumento della separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti come specchietto per le allodole per garantire l’immunità dei politici e la cosiddetta governabilità, cioè la possibilità per chi vince le elezioni di fare quel che vuole senza controlli e senza rotture di scatole. E serve a mantenere con i soldi della comunità tipi come Nordio, Bartolozzi e Delmastro.
Una vittoria possibile
Per conquistare il diritto a votare No c’è chi è costretto a inventarsi le strade più creative e tortuose. Come gli studenti e i lavoratori fuori sede a cui non è riconosciuta la possibilità di votare là dove abitano per studiare o lavorare come succedeva nelle elezioni precedenti. Fanno paura al governo e quindi per votare devono tornare nella città di residenza senza sconto sui biglietti di viaggio. Si sono inventati, a migliaia, di fare i rappresentanti di lista ai quali è consentito di votare ovunque siano chiamati a svolgere quel ruolo di controllo della regolarità del voto. Speriamo che la loro creatività sia ripagata dalla vittoria del No che oggi è diventata possibile.
Questo articolo è stato pubblicato su Area il 20 marzo 2025