Luoghi di cura all’ombra della rigidità culturale

di Anna Maria Francioni /
11 Marzo 2026 /

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Non puoi che essere tu; con passo deciso la tua figura attraversa i lunghi corridoi bianchi, avvolta dall’odore pungente e riconoscibile di quei luoghi di cura disseminati nel mondo, che accolgono anime alla ricerca delle più diverse forme di sostegno. Stringi tra le mani un foglio prestampato che traccia il percorso per raggiungere uno dei reparti dell’ospedale: “Radiologia” è il termine singolare che la lingua italiana ha riservato al tuo destino di oggi. Per te, arrivata da pochi mesi dalla Costa d’Avorio, non con la leggerezza di una viaggiatrice travel blogger, ma dopo anni di spostamenti che nulla hanno avuto dell’esplorazione entusiasta del mondo, con genitori e amici rimasti a casa ad attendere aggiornamenti e social pronti a riempirsi di like sotto fotografie esotiche. No, il tuo cammino comincia intrecciando speranza e timore, e si prolunga nel tempo non perché tu scelga di perderti tra paesaggi lontani, ma perché l’alterità sembra abitare te, senza che si possa dire da chi o da cosa sia stata decretata. Se osservo la grazia del tuo corpo, quell’elemento di unicità lo scorgo forse proprio lì, in quella combinazione di semplicità e naturale armonia, ormai rara nei corpi plasmati dalla società neoliberale che promette tutto, si appropria dei desideri e finisce per produrre individui omologati, levigati, costruiti secondo un unico modello di perfezione. 

Eppure, il XXI secolo, e probabilmente anche le epoche che lo hanno preceduto, hanno sancito una distinzione netta: c’è chi viaggia per piacere e chi si sposta per sottrarsi alla ragnatela di stati ingiusti, attraversati da violenza e povertà, dove corruzione e nepotismo si manifestano senza veli. Abbandonare familiari, affetti, amori e luoghi intrisi di cultura, intesa come processo umano in costante trasformazione, nella speranza di incontrare pace e giustizia altrove, diventa spesso l’unica strada percorribile. 

E tuttavia, troppo frequentemente, quell’immagine si infrange contro una realtà che sembra governata da un destino di sofferenza, alimentato da forze e dinamiche storiche che restringono la possibilità di agire. 

L’ospedale italiano conserva ancora tracce evidenti dei luoghi di cura dei secoli passati, un tempo sorvegliati dalla Chiesa cattolica, quasi a ribadire che il Dio cristiano veglia accanto ai fedeli che, nell’attesa della grazia, pregano chini e accendono ceri in cambio di offerte. Ci ritroviamo sotto un crocifisso di legno ruvido, senza soffermarci sul fatto che quello non è l’unico Dio che abita il mondo. Mi stringi la mano e, come se tra noi esistesse da sempre una familiarità silenziosa — nonostante questo sia il nostro primo incontro e io sia soltanto una presenza appena conosciuta, pronta a facilitare il dialogo tra te e il medico — ci avviamo verso il reparto. 

Attendiamo di effettuare una risonanza magnetica, esame diagnostico non invasivo sul piano fisico ma capace di insinuarsi profondamente nell’intimità del paziente, lasciandolo inerme. Scrutando il corpo immobile e spoglio, la macchina rivela se esiste una malattia e, in caso affermativo, quale “mostro” abbia preso dimora dentro di noi. Apparentemente sei calma, ma osservando con attenzione colgo nei piccoli movimenti del tuo volto un’ombra di paura. L’operatore mantiene un tono distante e si rivolge prevalentemente a me, come spesso accade quando la comunicazione interculturale non è pienamente integrata nelle pratiche quotidiane. Mi chiede di uscire e poco dopo, con evidente tensione, mi richiama perché, a suo dire, non vi è collaborazione: mi invita a spiegarti che è necessario togliere la collanina che porti al collo. 

L’ingresso dell’Altro negli spazi ospedalieri continua a destabilizzare la convinzione che esista un unico repertorio corretto di comportamenti, circoscritto agli usi e costumi euro-occidentali. Rientro e trovo una giovane donna fragile, irrigidita, sola nel suo reggiseno di pizzo, con il busto leggermente piegato in avanti, forse per proteggersi, forse per cercare quel calore ancestrale che sembra salire dalle profondità della terra e che sotto l’asettico pavimento non può trovare spazio. Nessuno ti ha spiegato perché sia necessario togliere la collana né perché debba essere riposta in un contenitore di plastica. Quando incroci il mio sguardo ti affidi a me e me la consegni: avverto la responsabilità e la delicatezza di quel gesto. Rimango fuori, il sottile filo d’argento stretto tra le dita, sperando che l’esito non confermi il sospetto che poco dopo diventerà certezza. Il linguaggio tecnico, sostenuto da una posizione di potere istituzionale, la scarsa attenzione alla tua limitata comprensione dell’italiano e il congedo rapido con cui veniamo salutate, come oggetti su un nastro trasportatore, mi disorientano profondamente, restituendo l’immagine di un sistema che fatica ancora a integrare pienamente la dimensione interculturale della cura. 

Si impone con forza la necessità di sviluppare conoscenze operative sui differenti modi di intendere il malessere nelle culture del mondo. La negoziazione comunicativa tra medico e paziente è imprescindibile, e la leggerezza con cui questa dimensione continua a essere trattata nel sistema sanitario italiano rappresenta una questione urgente. La malattia, così come la vita, non può essere ridotta a mera dimensione biologica: è attraversata da significati simbolici e relazioni sociali che la modellano. Stringo la mano di questa giovane donna e, passo dopo passo, percorriamo di nuovo il corridoio; lei sorride e sussurra: “Dio mi aiuterà”. 

Non so a quale Dio si riferisca, ma desidero che possa offrire conforto a lei e a tutti coloro che, oltre al peso di discriminazioni e violenze, devono affrontare anche quello della malattia in un sistema sanitario che, pur contando su professionisti spesso competenti e dediti, non è ancora sempre strutturalmente preparato a costruire relazioni di cura capaci di accogliere la pluralità delle esperienze del soffrire. 

Riferimenti bibliografici per approfondire: 

  1. La Bellezza e la Bestia. Il fascino perverso della chirurgia estetica, Michael T. Taussig, Meltemi, 2017 
  1. Malati Fuori Luogo. Medicina interculturale, Ivo Quaranta, Mario Ricca, Raffaello Cortina Editore, 2012 
  1. Antropologia medica. I testi fondamentali, Ivo Quaranta, Raffaello Cortina Editore, 2006 

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