L’ultima generazione berlingueriana

di Luciana Castellina /
17 Gennaio 2026 /

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Finalmente un insieme di volumi dedicati a Enrico Berlinguer realmente interessanti perché non incentrati sui ricordi individuali di chi ne scrive, né a sottolinearne le caratteristiche personali, e invece impegnati a dar conto degli effetti politici che hanno prodotto in specifici contesti storici. In questo caso parlo di quelli che hanno caratterizzato il rapporto di Berlinguer con l’ultima generazione della Federazione giovanile comunista. Un rapporto speciale, perché segnato da una particolare intesa, nel momento in cui Enrico, pur segretario del Pci, con la maggioranza della sua leadership si intendeva assai poco. E però con la nuova generazione sì, fino a rendere visibile uno speciale legame che sarebbe troppo dire che abbia dato vita a una dichiarata opposizione alla destra del Partito, ma che certo di questa fu critica e invece vicina alla linea che Berlinguer aveva adottato alla fine degli anni 70 quando era giunto alla conclusione che con la DC che si era andata consolidando non era possibile alcuna intesa.

NON SONO MANCATE, in quegli anni, le occasioni in cui Berlinguer non salutò positivamente le iniziative della Fgci, pur palesemente non gradite dalla destra del partito. Accadde soprattutto negli anni in cui si sviluppò anche in Italia un fortissimo movimento pacifista, fortemente ispirato dall’End (European Nuclear Desarmement) che aveva come propria parola d’ordine «per un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali», assai diversa da quella della semplice richiesta di Coesistenza pacifica che puntava su un accordo fra i blocchi e non all’autonomia dai blocchi dell’Europa. Che fu però, a partire da un certo momento, apertamente sostenuta da Berlinguer quando cominciò a parlare per l’Europa di «terza via».

Ricordo bene il messaggio di incoraggiamento che Berlinguer ci inviò in occasione del primo violento attacco della polizia ai nostri picchietti dinanzi al recinto della base dei Cruise di Comiso. Quei gendarmi che ci picchiarono di santa ragione erano peraltro lì per effetto di uno dei primi atti del nuovo ministro della difesa, il socialista Lagorio, membro del recentissimo governo Craxi.

I libri di cui parlo, pur tutti caratterizzati da questa consonanza con Enrico Berlinguer in un momento drammatico della sua vita, sono diversi fra loro, perché del resto diversi sono fra loro gli autori. Il più importante è certamente quello di Gianfranco Nappi, quello che pur essendo stato un tipico «figiciotto» ha tuttavia avuto l’occasione di una prolungata carriera politica di primo piano – assessore di Antonio Bassolino al Comune e alla Regione, quindi per molti anni deputato. Ma soprattutto direi perché – e questo è invece un segno anomalo nella «generazione berlingueriana» – tutt’ora politicamente molto attivo sia pure in forme non sempre ortodosse: una rivista chiamata «Infiniti Mondi», cui si è aggiunta una piccola casa editrice, ambedue nate napoletanissime ma via via diventate quasi internazionali.

FORSE È PROPRIO PER VIA di questa continuità nell’impegno politico, rara nella generazione sesssantottina di cui anche la Fgci di quegli anni è stata in qualche modo parte, che il volume Dedicato a Berlinguer (proprio così il titolo, per le Edizioni Infiniti Mondi) coglie con più lucidità il berlinguerismo degli anni ’80. Ma è forse anche perché l’altro volume di cui vi parlo è meno attento a riferire nei suoi vari scritti aspetti particolari dell’epoca in questione.

Lo scritto di Nappi si differenzia innanzitutto perché coglie nella polemica con la destra del Pci un aspetto specifico dai più non preso in considerazione e invece molto importante: quando l’ avvicinamento del Pci alla linea e alla cultura socialdemocratica, un valore per gli uni e una colpa per gli altri, che è stata una costante del dibattito comunista, cambia completamente di senso rispetto a quando se ne era parlato nei precedenti decenni, «il trentennio felice» del riformismo. Perché il modello socialdemocratico che aveva nell’immediato dopo guerra reso possibile un compromesso sociale che sia pure nel solo Occidente aveva garantito l’introduzione di forme relativamente positive a quel punto, e cioè dagli anni ’70, viene investito da una crisi profonda che nasce dalla presa d’atto che quel modello di sviluppo, in una parola il capitalismo riformista, non funziona: non può estendersi tutto il mondo e non offre più i margini per i compromessi («Breve vita felice di lord Keynes», fu il titolo di un editoriale di Magri sul manifesto che diventò uno slogan).

L’ASPREZZA CRITICA degli scritti di Berlinguer in quel periodo (ormai quasi introvabili e che Nappi ci fa il favore di ripubblicare quasi tutti in appendice del suo libro) sono, io credo, la sostanza del berlinguerismo della ultima stagione della Fgci , perché prendono atto della impraticabilità oramai del disegno socialdemocratico e dunque della necessità di andar ormai oltre i suoi orizzonti. Più complesso affrontare questa tematica in un libro collettivo di testimonianze, sebbene anche queste prendano le mosse dalla analoga consapevolezza di trovarsi di fronte oramai a un mutamento epocale. L’ultima generazione di Enrico Berlinguer, un volume i cui autori sono Gloria Buffo, Pietro Folena, Franco Giordano, Gianfranco Nappi, Marco Fumagalli (Edizioni Infiniti Mondi, pp. 168, euro 15), tutta la leadership della Fgci degli anni ’80 è tuttavia più sensibile alle tematiche poste dal grande movimento pacifista, il solo grande vero movimento espresso dalla società europea in cui ci incontrammo e mischiammo, innanzitutto fra fgiciciotti e manifestini, e poi fra i tanti e diversissimi popoli europei.

PERCHÉ questa generazione berlingueriana non mette tuttavia in prima linea la sua indubbia forza nella battaglia contro lo scioglimento del Pci, ma anche prima, per prevenire la deriva che si innesca già subito dopo la morte di Berlinguer? C’è una giusta parola che usa Fumagalli per descrivere quella fase di grande stordimento: la sinistra con la morte di Berlinguer è «evaporata».

Il pasticcio degli anni successivi in cui si arriva allo scioglimento del Pci, alla assai discutibile esperienza di Rifondazione Comunista, allo squallore del Pds e dei suoi seguiti, viene ampiamente raccontata dall’autore di solo una breve nota pubblicata nel libro collettivo qui citata, Pierpaolo Farina. Che però poi ne ha scritto uno tutto suo assai grosso intitolato Per Enrico per esempio. L’eredità politica di Berlinguer. Si tratta di un compagno diversisimo dagli altri perché lui Berlinguer non l’ha mai conosciuto, è nato dopo la sua morte. E però si potrebbe dire che a lui abbia dedicato il suo impegno. Nel 2009 Farina ha solo vent’anni ma crea un sito web, enricoberlinguer.it, attorno al quale in pochi anni si struttura una web community di più di mezzo milione di persone e nel 2013 pubblica un libro: Casa per casa, strada per strada, la prima raccolta di scritti dell’ex segretario del Pci, accompagnato da una prefazione di Eugenio Scalfari cui Berlinguer aveva concesso un’intervista che contiene la più dura critica di ciò che sono diventati in Italia la democrazia e i partiti politici, senza escludere nemmeno il proprio. Molto recentemente, e cioè nel 2025, ha anche fatto un bel documentario che ha già girato parecchio l’Italia (ma varrebbe la pena di farlo girare di più) perché racconta Berlinguer per davvero. Senza le censure che sono state impresse purtroppo a tante fra le sue memorie.

Gianpaolo non è uno dei ragazzi della generazione berlingueriana, ma è il più berlingueriano di tutti perché è così appassionato nel ricordo dell’ex segretario da dedicargli con il suo libro una memoria dettagliatissima e anche questa corredata dalla riproduzione dei molti testi di Enrico ormai dimenticati, racconta molto, in modo dettagliato, anche di quel che accade dopo la sua morte, ma si sente che quella che esamina non è più la storia del Pci che oramai da decenni non c’è più e comunque lui non l’ha vissuta, per cui manca qui come del resto negli altri due volumi generazionali la lunga storia del conflitto che si apre nel Pci dagli anni ’60, quello che è stato l’ingraismo ed ebbe come epicentro le lotte operaie, per soggetti i Consigli di fabbrica i sindacati, la nuova sinistra, una lunga storia che alla fine portò alla pubblicazione del manifesto e alla sua radiazione.

PECCATO CHE NESSUNA di queste memorie ricordi che nel 1984, tre mesi prima di morire, fu Berlinguer in persona che venne al nostro congresso del Pdup a chiederci di rientrare nel Pci: eravamo un piccolo partito ma forte di alcune miglia di quadri giovani che avrebbero potuto rompere l’isolamento in cui purtroppo Berlinguer era stato posto nel suo partito.

Suggerisco di leggere questi libri e di vedere il documentario di Farina Berlinguer. A love story, premiato dai Sicilian Film Awards e ai Los Angeles Film and Documentary Awards. Può darsi che per via della mia sproporzionatamente lunga permanenza nella Fgci sia pure a partire dal 1947, ma anche perché la giovane età del grosso degli iscritti al Pdup-manifesto avevano 20 anni meno di noi fondatori,e a partire dalla fine degli anni ’70 molto si sono intrecciati con i coetanei della Fgci, io mi ritrovi tutt’ora spesso con loro. Da tempo, ci incontriamo ogni anno, ogni volta in una città diversa e passiamo insieme tre giorni, mangiando e persino ballando, ma soprattutto discutendo. È interessante che nessuno chiede all’altro a che partito sia iscritto oggi, l’informazione appare irrilevante (sappiamo solo che dei tre ex segretari che sono sempre presenti due non hanno più partito, il solo del Pd è Cuperlo). A discutere insieme, insomma, ci troviamo bene.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 16 gennaio 2026

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