Hiroshima, 6 agosto 1945, ore 8.15. Enola Gay, il Boeing B-29 dell’aviazione militare statunitense ha appena sganciato il suo carico di uranio arricchito pronto ad esplodere sulla popolazione inerme. Il maggiore Claude Eatherly, meteorologo incaricato di valutare le condizioni atmosferiche propizie al lancio, è a bordo di un secondo bombardiere e una volta a terra esprimerà con queste parole il suo sgomento: la potenza della bomba mi terrorizzò. Hiroshima era sparita dentro una nube gialla.
La città giapponese era stata distrutta in un amen e con essa si era spenta la vita di circa 70.000 abitanti. Dopo qualche tempo il calcolo delle vittime risulterà raddoppiato per gli effetti postumi delle radiazioni.
Analoga sorte, a distanza di appena tre giorni, viene riservata a oltre 40.000 abitanti di Nagasaki, ma anche qui il numero delle vittime salirà nel giro di poco tempo a più di 100.000. Tra i sopravvissuti di entrambi gli eventi, migliaia di persone dovranno soffrire per tutta la vita i dolorosi effetti delle radiazioni.
La potenza devastante della prima aggressione atomica su altri esseri umani, ideata e voluta dall’uomo, lascia annichiliti e ancora interroga le coscienze. Non era mai accaduto che due soli ordigni provocassero in pochi secondi un tale scempio, con una scia di morte e distruzione, e che migliaia di edifici venissero polverizzati in un attimo.
Innumerevoli erano le vittime del conflitto mondiale ancora in corso, se ne calcolavano a milioni, e molte città avevano subito distruzioni radicali – Coventry, Leningrado, Stalingrado e Dresda fra le altre – ma per ottenere tali effetti erano serviti anni di scontri e mesi di bombardamenti a tappeto. Ora, con modeste quantità di uranio e plutonio si poteva partorire un mostro apocalittico, come si era dimostrato nei fatti.
Consapevoli della spaventosa energia che si sviluppa con la scissione dell’atomo e delle probabili rovinose conseguenze sulla vita umana da essa derivanti, alcuni degli scienziati più autorevoli del Progetto Manhattan avevano consigliato le autorità politiche di muoversi con prudenza nell’uso del nuovo ordigno sui fronti di guerra. Del resto, dopo la resa della Germania nazista restava aperto solo il fronte giapponese dove il nemico, pur restio a deporre le armi, non sembrava più in grado di contrastare efficacemente l’esercito americano.
Due mesi prima del lancio, i fisici James Franck e Leo Szilard, tra gli altri, avevano consegnato un rapporto al presidente Truman, subentrato a Roosevelt, in cui lo invitavano a desistere o eventualmente – per convincere l’imperatore nipponico alla resa – a provocare un’esplosione atomica in aree disabitate del Giappone a scopo dimostrativo.
Ma era tanto l’orgoglio per aver anticipato la Germania nazista nella corsa all’atomo e così forte la volontà di stroncare il nemico, che venne meno ogni riserbo e si optò per il bombardamento brutale e immediato. Addirittura tra i militari assegnati all’impresa si era creato un clima di inconsapevole spensieratezza che li indusse a coniare per gli strumenti di morte una terminologia scherzosa: l’aereo scelto per sganciare la prima bomba era stato chiamato affettuosamente Enola Gay dal nome della madre del pilota, mentre ai due ordigni atomici erano stati assegnati i nomignoli di Little boy, ragazzino, e Fat man, grassone.
Venti giorni dopo l’evento, il Giappone firma la resa e i victory boys vengono osannati in patria e nel mondo per il risultato dell’impresa. Nessuno di loro, all’infuori del maggiore Eatherly, prova sgomento e tantomeno rimorso per aver provocato l’ecatombe. Joe Stiborick, il radarista dell’Enola Gay, si limita a dire che è stata usata “una bomba un po’ più grossa delle altre”. Il colonnello Paul Tibbest, pilota dello stesso aereo, a domanda risponde che non ha avuto scrupoli morali. “Feci quello che mi avevano ordinato di fare”, dice. Analoga la risposta di Charles Sweeney, pilota dell’aereo di Nagasaki: “ho obbedito a un ordine”.
A quanto risulta, solo l’aviere Eatherly subisce seri contraccolpi, al punto da rifiutare qualsiasi riconoscimento al valor militare e lasciare l’esercito. Trascorre il resto della vita fra un ospedale psichiatrico e l’altro, tentando ripetutamente il suicidio.
Del suo caso viene a conoscenza il filosofo Günther Anders che a iniziare dal 1959 intrattiene con Eatherly una lunga corrispondenza. Il pensatore tedesco, profondamente scosso dall’esito rovinoso del bombardamento atomico, aveva avviato con altri intellettuali, quali Oppenheimer, Einstein e Russel, una riflessione critica e alquanto preoccupata sui rischi che si prospettavano per l’umanità con l’ingresso nell’era atomica. Tutti costoro promuovono pertanto risolute campagne di stampa e manifestazioni di piazza per la messa al bando delle armi nucleari in tutto il mondo e per adottare politiche di pace tra i popoli.
Oppenheimer, lo scienziato che aveva diretto il progetto Manhattan fin dal 1942, qualche settimana dopo i due bombardamenti sul Giappone scrive parole che esprimono la sua profonda angoscia. “I fisici hanno conosciuto il peccato; e questa è una conoscenza che non si può dimenticare”.
La riflessione di Anders, suffragata anche dai contatti personali con Eatherly e dalla condivisione del suo dramma, si spinge oltre il caso specifico per affrontare temi profondi di antropologia, psicologia e filosofia che investono la condizione umana nell’era della tecnica imperante. “Gli effetti provocati dagli attrezzi che costruiamo sono così enormi che non siamo più attrezzati per concepirli”, scrive. “La tecnica ha fatto in modo che si possa diventare inconsapevolmente colpevoli… La crisi in cui siamo implicati esige un riesame approfondito di tutto il nostro sistema di valori e obbligazioni”.
Si iniziava a capire che l’umanità era in grado di autodistruggersi.
Questa consapevolezza tempestiva e allarmante non ha prodotto i risultati sperati. I potenti della terra, con la complicità di scienziati, tecnici e militari, sordi ai richiami della ragione, hanno seguito la strada della protervia arrogante e stupida. Oggi, a ottant’anni dai primi terrificanti bombardamenti atomici, l’umanità deve constatare che la capacità distruttiva della tecnologia militare è enormemente aumentata: mentre Little boy sviluppava una potenza di 15 chilotoni (15.000 tonnellate di tritolo), le testate di cui sono dotati gli odierni sottomarini nucleari – che i nostri governanti minacciano spensieratamente di usare nelle guerre in corso – hanno una potenzialità esplosiva di 475 chilotoni ciascuna.
Da tener presente che ogni sottomarino di Usa e Russia dispone di almeno 15 missili intercontinentali con gittate di circa 8.000 Km., e che a sua volta ogni missile può trasportare fino a 12 testate nucleari.
Se proviamo a moltiplicare le cifre si ottiene un risultato abnorme. E dunque nel caso in cui malauguratamente qualche pazzo scatenasse oggi un conflitto atomico non ci sarebbero superstiti e testimoni per raccontare l’accaduto.
Oltre alla smisurata potenza distruttiva a disposizione dell’apparato militare, che verrà ulteriormente incrementata dalle esorbitanti e pletoriche spese previste per il riarmo europeo, c’è un altro aspetto inquietante da considerare che ci riporta alle riflessioni di Günther Anders sulla crescente dipendenza dalla tecnica. I conflitti attualmente in corso mostrano gli effetti nefasti dei nuovi “attori” comparsi sulla scena delle atrocità, i droni, aeromobili non pilotati da umani. Com’è noto si tratta di strumenti offensivi controllati da remoto, ma pure in grado di selezionare autonomamente gli obiettivi senza ulteriori interventi dell’operatore umano. Equipaggiati con missili, bombe o altri sistemi d’arma, i droni riescono a colpire il “nemico” ovunque, anche nei recessi della sua abitazione.
Si sottolinea che consentono di risparmiare vite umane – quelle dei piloti conduttori – ed è indubbiamente vero, ma si omettono i danni indiretti o collaterali provocati dalla “macchina” sui civili incolpevoli. Inoltre in caso di errori dello strumento risulta difficile se non impossibile attribuire responsabilità personali. Ciò riduce gli scrupoli di chi intraprende un’operazione aggressiva, in quanto apparentemente gli effetti dipendono dal drone e non dalla volontà umana.
Tornando al riarmo europeo che prevede una spesa di 800 miliardi di euro, quali novità metteranno in campo i geniali artefici del “progresso” – informatici, ingegneri, tecnici, fisici – per uccidere, ferire, mutilare e quindi annichilire il nemico?