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La Bce e il sovranismo spuntato di Crosetto

Si riaffaccia timidamente il “sovranismo”, nonostante il bagno di realismo “europeo” del governo di destra-centro sulla legge di bilancio (e le bacchettate impartite da Bruxelles su fisco e contanti). Presunta identità politica dai labili confini più che altro propagandistici (sia per chi lo rivendica sia per chi lo demonizza) il sovranismo de noantri è stato momentaneamente riportato in vita da un paio di interviste di Guido Crosetto, ministro della Difesa e ascoltato consigliere di Giorgia Meloni.

Crosetto ha preso di mira le decisioni della Banca centrale europea, a dicembre per quanto riguarda il discusso rialzo dei tassi d’interesse, più di recente per la riduzione, annunciata da tempo, degli acquisti di titoli pubblici sul mercato secondario, strumento che ha consentito di assorbire la crescita del debito pubblico seguita alla crisi pandemica. Alcune decisioni “amplificano la crisi”, ha osservato il ministro, riecheggiando critiche pur presenti nel dibattito internazionale. Poi ha affondato il colpo: l’Europa – ha spiegato – “deve porsi il tema di come coniugare le rilevanti decisioni politiche, assunte in modo indipendente dalla Bce e dall’Eba (l’autorità di sorveglianza europea, ndr), con quelle che prendono la Commissione europea e i governi nazionali. Abbiamo lasciato a organismi indipendenti e che rispondono solo a se stessi la possibilità di incidere sulla vita dei cittadini e sull’economia, in modo superiore alla Commissione europea e soprattutto ai governi nazionali. È legittimo chiedersi quanto sia giusto?”. Quasi una minaccia di riforma dei trattati europei. Vaste programme – diceva De Gaulle; soprattutto per un esecutivo che non ce la fa, per ora, né a tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche né a frenare l’impatto dei costi dei carburanti sui cittadini e sul sistema delle imprese, si affida a roboanti annunci di controlli anti-speculazione affidati alla Guardia di finanza, e inizia a soffrire per le tensioni interne alla maggioranza sul punto.

Il rialzo dei tassi da parte della Banca centrale europea lo paghiamo con un costo maggiore in termini di interessi sul debito pubblico. Ma anche la programmata riduzione degli acquisti di titoli porta con sé il rischio di un aumento dello spread, e quindi di un costo ancora maggiore del finanziamento del debito. Il tema di “chi decide cosa” (posto in prima persona dal ministro della Difesa, forse perché la presidente del Consiglio non vuole esporsi troppo a nuovi attriti polemici in Europa), non è quindi solo legittimo ma anche doveroso. Senza dimenticare però che, nella fase più dura della pandemia da Covid-19, proprio le decisioni della Bce e dell’Unione europea (su titoli pubblici, regole di bilancio e Pnrr), hanno rappresentato il paracadute comune che gli Stati membri si sono dati, e che l’Italia è stata fra quanti hanno spinto con più forza perché venisse data questa risposta alla crisi. Se Roma ora ha cambiato idea, sarebbe il caso di far sapere qual è l’orizzonte al quale si guarda: perché se la proposta fosse una maggiore “democratizzazione” delle strategie politiche comuni, allora il discorso sugli organismi “che rispondono solo a se stessi” meriterebbe anche di essere approfondito. È legittimo il dubbio, tuttavia, che le uscite di Crosetto abbiano più che altro finalità “comunicative” e di immagine, alla luce dell’andatura zoppicante degli interventi governativi in campo economico. A Francoforte non hanno gradito, comunque, e i commenti, tutti anonimi e ufficiosi, delle fonti vicine alla Bce, variano da una moderata “sorpresa” a un quasi avvertimento: così l’Italia “rischia di farsi male da sola”, dicono.

Di fatto, la manovra sui tassi si prevede costi all’Italia più di ottanta miliardi di euro aggiuntivi in un triennio, rispetto alle previsioni del Documento di economia e finanza licenziato in primavera dal governo. E un recente sondaggio del “Financial Times” nel mondo economico-finanziario puntava il dito, tanto per cambiare, sulla fragilità della posizione italiana, gravata da un debito pubblico molto pesante, di fronte ai rischi che le politiche recessive delle autorità monetarie comportano.

Il ministro draghiano-leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha fatto filtrare a mezzo stampa un’analisi non troppo complessa sul tema: “i gufi” – ha fatto sapere di aver confidato ai suoi collaboratori – finora sono sempre stati smentiti. La vicenda mette sotto i riflettori un duplice problema: da un lato, quello dell’Italia, alle prese con un governo timido continuatore dell’ortodossia finanziaria draghiana, con in più il fardello del timore di essere preso di mira da Bruxelles e Francoforte per i suoi caratteri “identitari” di destra; dall’altro, quello della risposta europea alla crisi, che ha già visto un ritorno in auge della voce tradizionale degli avvocati dell’austerità finanziaria, spinti provvisoriamente nell’angolo dalla fase emergenziale creata dalla pandemia. Per ora, non ci sono tracce visibili di un avanzamento concreto, a Bruxelles, del dibattito sulla revisione dei vincoli sui bilanci pubblici, il che getta un’ombra su quello che potrebbe accadere dal 2024 al nostro Paese, minacciato da un possibile richiamo europeo rispetto agli equilibri nei conti pubblici, che potrebbe portarci sull’orlo di una nuova crisi di tipo “greco”.

Intanto, il rialzo dei tassi colpisce le imprese, i salari dei lavoratori e l’occupazione, ma non preoccupa i banchieri centrali. A livello globale il dibattito sulla eccessiva rigidità della politica monetaria ha portato uno degli studiosi più autorevoli, l’ex “capo economista” del fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard, a rilanciare la proposta di un ritocco del target del 2%: nel 2010 rimase inascoltata la sua proposta di portarlo al 4% per lasciare maggior spazio alle manovre sui tassi delle banche centrali, a novembre ha rilanciato proponendo il 3% come compromesso realizzabile. Ma dalla Bce, la voce dell’ortodossia monetaria non si smuove dall’obiettivo di strangolare bruscamente l’inflazione (strategia in questa fase assai discussa, ne avevamo parlato qui).

Lo ha ribadito recentemente Isabel Schnabel, una voce tra le più influenti ai vertici della Bce: il mandato, ha spiegato, è riportare l’inflazione al 2%, per farlo serve colpire la domanda aggregata attraverso “condizioni più restrittive di finanziamento”. Problema doppiamente grave per l’Italia, perché nella frenata già evidenziata dagli ultimi dati sull’inflazione in Europa, l’Italia fatica ad allinearsi ai Paesi migliori come la Spagna (11,6% a dicembre noi, 5,6% in Spagna, 9,2% la media Ue). Il che significa che l’impoverimento generale per effetto del rallentamento dell’economia e della svalutazione dei salari è doppio in Italia rispetto alla citata Spagna. Insomma, l’emergenza, qui e ora, è quella della via imboccata per rispondere alla crisi e al boom dell’inflazione: l’apparato produttivo europeo, già duramente colpito dalla guerra – e dal progressivo deterioramento dei rapporti con i tradizionali fornitori di beni essenziali come combustibili, fertilizzanti e cereali –, rischia di essere devastato nel lungo periodo dalla stretta monetaria in corso, e dal minaccioso ritorno nel breve periodo all’austerità imposta sui conti pubblici (senza contare i dubbi molto vivi in Italia sulla nostra capacità di mettere almeno a frutto gli investimenti legati al Pnrr, il piano europeo post-pandemia).

Di fronte a questi scenari, per tornare al tema iniziale, resta assai dubbia l’efficacia della posizione che Roma per ora ha affidato al solo Crosetto, quello di una rumorosa, per quanto legittima, contestazione in chiave “sovranista” ai poteri della Bce. Contestazione il cui destino rischia di rimanere limitato a quello di riempire provvisoriamente qualche titolo di giornale.

Questo articolo è stato pubblicato su Terzo Giornale il 12 gennaio 2023. Immagine di copertina, Wikimedia Commons

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