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Il regime abita ancora qui. I luoghi della memoria dell’Italia fascista

Per svariati decenni larga parte degli italiani non se n’è accorta, o ne ha sottovalutato il significato simbolico. Ora una mappatura dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri ci mette davanti agli occhi gli innumerevoli luoghi del fascismo con cui abbiamo finora convissuto, tra qualche imbarazzo e un più generale torpore civile. Strade, monumenti, lapidi, iscrizioni, scuole ed edifici pubblici che a cent’anni dalla marcia su Roma portano intatte le tracce del regime. Una ricognizione tardiva? Quella degli italiani è stata un’elaborazione lunga e controversa, costellata di tanto in tanto da polemiche locali o da più ampie baruffe nazionali, rinnovate anche di recente intorno al falso dilemma tra conservazione e cancellazione. Come se l’alternativa fosse soltanto tra mantenere intatti l’obelisco, l’arco, l’affresco incensante o distruggere senza pietà le vestigia del passato. Il merito di questa nuova preziosa indagine, ora raccolta nel volume di Viella I luoghi del fascismo. Memoria, politica, rimozione, sta proprio nella sua finalità civile e culturale: vedere come questa eredità sia stata preservata o ricostruita — in qualche caso anche rialimentata dalla destra postfascista — con l’intento di consegnarla definitivamente alla storia. “Storicizzare” e “risemantizzare” sono le parole usate da Giulia Albanese e Lucia Ceci, curatrici del progetto che ha coinvolto molti altri storici. Che cosa vuol dire concretamente in riferimento ai segni materiali del ventennio? Tra l’indifferenza e il piccone esiste una terza strada, che è quella di fornire gli strumenti per una lettura critica del passato. L’hanno fatto a Bolzano, nella piazza della Vittoria poi rinominata piazza della Pace. «L’Arco voluto da Mussolini rappresenta il più importante tentativo di riappropriazione democratica della memoria monumentale del fascismo», dice Albanese, autrice di importanti studi sulla Marcia su Roma. «Progettato negli anni Venti per celebrare la visione nazionalista e fascista della Grande Guerra, l’Arco è stato sempre vissuto dalla comunità germanofona come una proposta di italianità aggressiva. Oggi ospita un percorso espositivo sulle dittature fascista e nazista che impone un ragionamento a chiunque entri in contatto fisico con quel luogo». Un lavoro di storicizzazione che in Italia è rimasto abbastanza isolato.

Basta andare sul sito www.luoghifascismo.it, che sarà presentato oggi all’Istituto Parri insieme al volume di Viella, per mettere a fuoco la diffusione capillare dell’eredità fascista nelle nostre città. Il sito è in costante aggiornamento, ciascuno può segnalare tracce della dittatura. Ma già da ora si può vedere che strade, monumenti, lapidi sono uniformemente distribuiti nella penisola, con una predilezione del Sud per le origini del fascismo — molte le vie dedicate a Italo Balbo e Michele Bianchi e alla Marcia su Roma — e un generale encomio per le imprese coloniali e la grandezza dell’Impero, ancora evocato da vie, cinema e mappe marmoree. Nonostante la furia iconoclasta dopo la caduta del fascismo, resistono ovunque simboli e scritte propagandistiche che non fu facile rimuovere nel dopoguerra: lo testimoniano le lettere dei prefetti che si opponevano all’obliterazione dei fasci littori con ragioni di natura estetica. Ed è raro leggervi accanto una spiegazione critica del passato, come quella proposta di recente a Palazzolo Acreide, un piccolo paese vicino a Siracusa. Di fianco alla stele che commemora le glorie imperiali in Etiopia, è comparsa una targa in vetro in cui si legge: «Il tentativo di giustificare la sottomissione di una nazione libera da parte del regime fascista è in contrasto con valori e diritti universali oggi sanciti dalla Costituzione». Si può fare, non è difficile. A Roma l’opera di “risignificazione” appare opaca e contraddittoria, tanto da suscitare lo sdegno del New Yorker che cinque anni fa si chiedeva polemicamente: Why Are So Many Fascist Monuments Still Standing in Italy? L’articolo di Ruth Ben-Ghiat muoveva dal Palazzo della Civiltà all’Eur, il quartiere mussoliniano che fu portato a termine nel dopoguerra proprio da Marcello Piacentini, l’architetto del regime. Ma più in generale l’abbondanza di palazzi littori rimasti integri fino a oggi ha una ragione storica. All’indomani della Liberazione, in un Paese devastato, il nuovo governo democratico non poteva permettersi nuove distruzioni, così procedette al riutilizzo di edifici pubblici, scuole, uffici postali, case del fascio, stazioni, impianti sportivi, con un minimo intervento di scalpello e pennello. Non ci fu mai una vera defascistizzazione dello spazio pubblico. Tuttora la Cgil risiede in quello che fu il Palazzo della Confederazione fascista dei lavoratori dell’agricoltura, con i simboli marmorei del ventennio (proprio lo stesso edificio preso d’assalto dai neofascisti di Roberto Fiore). Nell’aula magna del Rettorato, alla Sapienza, gli studenti possono imbattersi nel fascio littorio dipinto da Mario Sironi nel murale, un tempo cancellato e qualche anno fa restituito alla sua versione originale. Così come nella sede del Comitato Olimpico Nazionale, al Foro Italico, incontri istituzionali si svolgono davanti a un gigantesco Mussolini ritratto da Luigi Montanarini mentre arringa la folla tra stendardi fascisti. Ogni tanto esplode qualche polemica, condannata però a spegnersi senza alcun esito. L’obelisco con la scritta Mussolini Dux, sempre al Foro Italico, campeggia solitario e tronfio senza alcuna contestualizzazione: a chi vi passa davanti non viene spiegato che è il simbolo di una dittatura che perseguitò gli ebrei e condusse a morire in guerra centinaia di migliaia di italiani. E la “risemantizzazione” realizzata per le Olimpiadi del 1960 — un paio di date del calendario democratico incise nei due blocchi laterali — appare piuttosto oscura, in una sostanziale continuità con il passato.

La questione della memoria fascista non si limita all’enorme patrimonio ereditato. Soprattutto dagli anni Novanta a oggi sono fiorite nuove iniziative che hanno tinto di nero le nostre città. E sempre più rivendicative appaiono le liturgie del neofascismo organizzate presso i sepolcri dei caduti di Salò. È su questo passaggio che occorre prestare particolare attenzione: a una destra postfascista che celebra figure e simboli non solo del ventennio ma anche della Repubblica Sociale — le strade intitolate a Giorgio Almirante e Araldo di Crollalanza, il sacrario di Rodolfo Graziani voluto da Francesco Lollobrigida, ministro e cognato di Giorgia Meloni — corrisponde una sinistra distratta e sonnacchiosa, la stessa che liquida l’antifascismo come categoria novecentesca e magari finanzia a Roma il restauro della Casa della Gioventù italiana del Littorio ribattezzandola “WeGil”: possibile che nessuno si sia interrogato su quella infelice appropriazione? (2017, Regione Lazio di centrosinistra). Di distrazione in distrazione, sappiamo come è andata a finire.

Può esserci forse di conforto che non siamo gli unici in Europa. Se in Germania sono stati più bravi di noi con la trasformazione dei luoghi della persecuzione nazista in luoghi di documentazione storica — ma anche loro ci hanno messo un bel po’ — la Spagna rispolvera gli eroi del franchismo e mantiene nell’incertezza il significato civile della Valle dei caduti, il faraonico mausoleo dedicato alla vittoria del Generalissimo. Non esiste un’eccezionalità italiana, dunque, ma resta il problema: la difficoltà di storicizzare i luoghi del fascismo è «un chiaro segnale delle oscillazioni del paese nei suoi riferimenti identitari», come dice Albanese. E non è certo irrilevante che oggi si sia insediato a Palazzo Chigi il governo più di destra che abbiamo mai avuto nella storia repubblicana. Nel rapporto con le tracce materiali del Ventennio si definisce anche l’identità del paese futuro. La ricerca dell’Istituto Parri e il volume di Viella stanno lì a ricordarcelo.

Questo articolo è stato pubblicato su Emergenza Cultura il 22 novembre 2022

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