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Un’idea cinica del paese

L’argomento potenzialmente più divisivo nell’Italia di oggi, cioè la concessione di un’autonomia differenziata tra Regione e Regione, è riapparso sulla scena politica dopo che negli anni precedenti sono andati a vuoto diversi tentativi attuativi. Alfiere sbrigativo di questo ennesimo tentativo è il ministro Roberto Calderoli, scelto in quel ruolo proprio per realizzare un obiettivo identitario per la Lega ma, a quanto pare, non per tutte le destre al governo. Calderoli è arrivato addirittura a presentare la sua proposta nella conferenza Stato-Regioni senza neanche passare per un’approvazione nel Consiglio dei ministri.


Perché tanta fretta? La Lega, dopo le varie fasi di sua altalenante caratterizzazione negli anni, quella separatista, quella federalista e quella nazionalista, sta passando alla strategia del “regionalismo sovranista”, nella quale alcune Regioni dovrebbero avere più sovranità, più poteri, più risorse e più servizi rispetto ad altre, realizzando nei fatti un regionalismo di serie A e uno di serie B.


Dopo il tentativo fallito di insediarsi in tutto il territorio nazionale, Salvini e i suoi tornano a trincerarsi nei territori da essi governati: l’autonomia differenziata è politicamente la ritirata della Lega nei luoghi da cui era partita. Quindi si tratta di una proposta difensiva che parla al proprio mondo e non anche al resto d’Italia. Una proposta corporativa, di parte, espressione di cinico egoismo territoriale. E che sia d’accordo anche una parte del Pd è un altro segnale della sua crisi.

Non a caso le Regioni che spingono per maggiori poteri e risorse sono tutte del Nord e quelle che si oppongono apertamente sono del Sud. Differenze economiche, sociali e civili che esistono già oggi, certo, ma che finora nessuna forza politica nella storia d’Italia (esclusa la Lega) aveva mai provato a rendere definitive e immodificabili.
Il paradosso di questa improvvida iniziativa legislativa è che viene dopo la magra figura che le Regioni (tutte, chi più chi meno) hanno fatto nel corso degli ultimi anni. È giudizio ampiamente condiviso dagli studiosi, dagli opinionisti e dalla pubblica opinione che la pandemia ha evidenziato i macroscopici limiti del regionalismo italiano, al punto da richiedere una immediata revisione delle competenze attribuite, in particolare in campo sanitario. Invece, al posto di una seria riflessione su questi limiti, si pensa di concedere ad alcune di esse addirittura maggiori prerogative come se nulla fosse successo in questi due anni e mezzo e come se i fatti non avessero smentito la prosopopea efficientista dei loro presidenti. Adesso alle competenze sanitarie si pensa di aggiungere quelle per la scuola, per il turismo, per i beni culturali etc.
Ed è un paradosso della politica italiana parlare di più poteri e risorse alle Regioni mentre i Comuni restano afflitti da problemi assillanti di scarse risorse e di organici ridotti. Insomma, in Italia le Regioni sono ricche e i Comuni poveri. E questo provvedimento accrescerà ancora di più tale assurdità: l’Italia dei Comuni è diventata l’Italia delle Regioni senza che ciò rispondesse alle tradizioni e alla storia del nostro Paese.


La destra meloniana ha capito che con la piena realizzazione dell’autonomia differenziata l’Italia si avvia nei fatti a non essere più un’unica nazione?

Questo articolo è stato pubblicato su Repubblica il 18 novembre 2022

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