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La soia nei biocarburanti, la deforestazione dell’Amazzonia e la responsabilità dell’Europa

L’utilizzo della soia nella produzione di biocarburanti in Europa favorisce la deforestazione dell’Amazzonia, minacciando non solo il clima e la biodiversità ma anche i diritti dei popoli indigeni e la sicurezza alimentare a livello globale. Lo denuncia il report “Fueling our crises” pubblicato a novembre 2022 da Transport&Environment, la Federazione europea dei trasporti e dell’ambiente. “A livello globale quasi un quinto dell’olio di soia prodotto nel 2020 è stato destinato ai biocarburanti, con una crescita triplicata rispetto al 2005. Nello stesso periodo, la produzione per uso alimentare è aumentata della metà. Una risorsa preziosa, che potrebbe essere utilizzata per cibo, saponi o prodotti chimici, viene sempre più bruciata”. Per queste ragioni T&E chiede all’Unione europea di escludere la soia e gli oli vegetali in generale dalle materie prime “sostenibili” e di vietare il loro utilizzo nei biocarburanti. Restrizioni limitate solo all’olio di soia e di palma, infatti, potrebbero portare a un aumento dell’utilizzo di altri oli vegetali, come quello di colza, con simili impatti su ambiente e sicurezza alimentare.

La deforestazione della foresta amazzonica minaccia la sopravvivenza di diverse specie. Nell’immagine si può notare come la coltivazione della soia si stia espandendo nell’habitat del giaguaro

La guerra in Ucraina ha aumentato l’insicurezza alimentare e causato un incremento del prezzo di molti generi di prima necessità. Secondo il World food programme delle Nazioni Unite il numero di persone in uno stato di grave insicurezza alimentare a livello globale è aumentato dai circa 200 milioni del 2019 ai 354 milioni del 2022. Nel frattempo l’indice della Fao per gli oli vegetali ha raggiunto un massimo nel marzo 2022, quando i prezzi sono stati 2,5 volte più alti rispetto ai livelli del 2014-2016. “I prezzi dei principali oli vegetali sono fortemente legati alla domanda di biocarburanti poiché gli acquirenti devono continuare ad acquistare cereali e semi oleosi, indipendentemente dai prezzi correnti o dalla loro disponibilità”, si legge nel rapporto. In particolare i Paesi dell’Unione europea durante il 2021 hanno utilizzato circa un milione di tonnellate di soia per la produzione di biocarburanti. “Il suo utilizzo nell’Ue è in aumento. È più che raddoppiato tra il 2015 e il 2021 e potrebbe facilmente quadruplicare con l’eliminazione graduale dell’olio di palma verso il 2030 -avverte T&E-. Ma questi dati potrebbero essere sottostimati. In Brasile la soia è comunemente coltivata in rotazione con il mais e potrebbe quindi essere classificata come una ʻcoltura intermediaʼ. Lo stesso prodotto, lo stesso tipo di coltivazione, le stesse implicazioni per l’uso del suolo, ma sfuggono alle limitazioni grazie a una scappatoia legislativa”. In particolare è la Germania a consumare la quota maggiore di soia, avendo utilizzato il 22% delle importazioni europee, seguita dalla Spagna al 19% e dall’Olanda al 13%.

Uso di saia nei biocarburanti dei principali Paesi europei

“L’Unione europea richiede che le materie prime siano certificate come coltivate in aree che non sono state deforestate dal 2008. Tuttavia gli effetti indiretti della loro espansione non sono considerati da questa normativa. Se si considerano questi effetti, la maggior parte dei biocarburanti hanno emissioni di gas serra molto elevate, a volte superiori a quelle dei combustibili fossili che sostituiscono. Questo è in particolare il caso dell’olio di palma, di soia e di colza”, si legge nel rapporto. Per far fronte al problema nel gennaio 2020 la Commissione europea ha chiesto a un gruppo di esperti di analizzare il consumo di suolo legato a queste materie prime in modo da considerare “ad alto tasso di deforestazione indiretta” tutte quelle colture che dal 2008 si sono sovrapposte per più del 10% a terreni a elevato assorbimento di carbonio, come foreste o torbiere. Solo la palma da olio ha superato il limite mentre le coltivazioni di soia si sono fermate al 9,5%. “La soglia del 10% in quanto tale è davvero preoccupante: permette la deforestazione massiccia legata all’espansione delle colture. La coltivazione della soia, ad esempio, ha un’espansione annuale a livello globale di oltre 2,4 milioni di ettari negli ultimi dieci anni. L’Ue accetterebbe quindi 240.000 ettari di deforestazione e continuerebbe a considerare la soia come priva di rischi”, contestano i curatori del report di T&E.

Le dieci più importanti coltivazioni del Brasile secondo i dati Fao, rispettivamente: altre coltivazioni, sorgo, cassava, cotone non sgranato, riso, caffe, frumento, fagioli, canna da zucchero, mais e fagioli di soia

La maggior parte della soia proviene da tre Paesi: Stati Uniti, Argentina e Brasile che rappresentano l’80% della produzione. In particolare in Brasile, che produce il 37% del commercio globale, il tasso di deforestazione ha raggiunto negli ultimi due anni i livelli più alti dal 2008. L’agenzia spaziale del Paese ha registrato, rispetto ai livelli del 2019, un incremento del tasso di deforestazione del 7% nel 2020 e del 20% nel 2021. “Quando le foreste vengono disboscate la maggior parte dei terreni viene inizialmente utilizzata per il pascolo. Per questo motivo l’allevamento è considerato il principale motore della deforestazione in Amazzonia. Tuttavia, la soia si espande continuamente nei pascoli, spingendo l’allevamento bovino sempre più in profondità nelle foreste -ricorda la ricerca-. Qualsiasi espansione della coltivazione porta alla distruzione di preziosi ecosistemi naturali ”. Questo trend è guidato proprio dai biocarburanti: se nel 2005 solo il 6% della soia era utilizzata in questo settore, nel 2021 il valore era più che triplicato raggiungendo il 20% e passando dalle 2,1 milioni di tonnellate annuali ai 12,2 milioni. Oltre il 40% della crescita di queste coltivazioni dal 2005 a oggi può essere imputabile ai biocarburanti. La deforestazione non minaccia solo l’ambiente, ma danneggia anche i diritti dei popoli indigeni sottoposti ad accaparramento di terre ed esposti a inquinamento da pesticidi.

Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 14 novembre 2022

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