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I servizi pubblici nelle mani della finanza: il caso della nuova multiutility in Toscana

In Italia, come negli altri Paesi occidentali, la politica ha perso la testa e, forse per incapacità, incompetenza o altro, sì è consegnata ai tecnici, cioè agli economisti, quelli che hanno a cuore i profitti e non i problemi delle famiglie e delle imprese. L’errore più grave, che ha coinvolto tutto il resto, è stato il processo di privatizzazione e liberalizzazione figlio del neoliberismo o deregulation di matrice thatcheriana e reaganiana. La deregulation è quella teoria che prevede l’esclusione degli Stati dal controllo sulla libera iniziativa economica privata, per i suoi teorici, i mercati ma che mercati non sono.

Quando la finanza, da strumento dei mercati, quelli reali, si è trasformata in mercato finanziario, la funzione di regolazione del sistema, cioè della qualità e dei prezzi dei beni e servizi, è saltata e il risultato è quello attuale. La politica ha consegnato a un’oligarchia finanziaria il governo del sistema ed ora deve sottostare alle sue indicazioni e, magari, anche ai ricatti.

La privatizzazione e la liberalizzazione dei servizi pubblici è un altro cedimento al ricatto, peraltro inserito nel Trattato di funzionamento dell’Unione europea, perché i servizi pubblici sono il miglior modo per realizzare profitti e attrarre quei piccoli risparmiatori che si ritengono operatori finanziari ma sono solo polli da spennare. Probabilmente il 38,97% dei cittadini è stato l’unico a rendersene conto quando il 25 settembre scorso ha deciso di non votare o ha depositato nell’urna schede nulle o bianche.

La politica non ha capito, il partito che ha subito la maggior debacle ha capito meno degli altri forse perché ubriacato dalla quasi certa perdita di potere e di clientele. Che cosa faranno tutti quelli che dovranno trovarsi un altro lavoro magari con compensi inferiori a quelli attuali? Mi riferisco a tutti quelli nominati negli organismi di amministrazione e controllo di enti e società che sono molto più numerosi dei parlamentari non rieletti. Occorre quindi correre per cercare di ridurre il dissanguamento delle clientele a favore delle nuove maggioranze.

Questa è la triste realtà di quanto sta succedendo in Toscana con la costituzione di una multiutility pubblica cui seguirà una successiva multiutility da quotare in Borsa e una maggioranza pubblica del 51%. È una privatizzazione? No è una finanziarizzazione, camuffata dalla falsa affermazione di essere utile a sostenere gli investimenti, dove la gestione formalmente resta pubblica, garantendo anche i nominati “vicini”, ma sostanzialmente sarà privata perché dovrà soddisfare le esigenze della finanza che imporrà le sue regole estromettendo gli enti locali soci da qualsiasi influenza sulla qualità dei servizi. Sono le regole del Codice civile per le società. Non è un caso che siano proprio gli attuali amministratori a proporre e ad aver progettato il percorso per arrivare alla quotazione con l’assistenza e la consulenza di chi non solo è teorizzatore della deregulation ma ne è anche espressione.

Nemmeno è un caso che gli amministratori e gli organi di controllo della prima, la ex multiutility pubblica, cioè l’insieme delle società operative, dopo la quotazione saranno nominati dal consiglio di amministrazione, senza, formalmente, nemmeno consultare i soci pubblici, cioè i Comuni.

Il fatto stesso che il concambio, cioè il valore delle azioni dei Comuni, oggi soci, dopo la fusione per incorporazione della multiutility pubblica, sia stato determinato sulla base di business plan, cioè di mere ipotesi future e che l’esperto, nominato dal Tribunale per accertarne la congruità, affermi di acquisire acriticamente, cioè senza alcun approfondimento, i valori definiti dalle singole società, non verificati e nemmeno sottoposti a due diligence, cioè a un accertamento formale e documentale effettuato da un soggetto terzo, è motivo di dubbi e perplessità. L’esperto ha evidenziato anche numerose criticità ma nessuno di quelli che sostengono l’operazione sembra preoccuparsene. Non c’è tempo, bisogna correre per evitare che alle prossime elezioni amministrative i nominati, cioè amministratori e organi di controllo, non siano più i “vicini” delle attuali maggioranze.

Una grossa parte della popolazione, le associazioni e i movimenti di cittadini sono contrari. Numerosi sindaci di piccoli Comuni si stanno opponendo. Tutto inutile: i sindaci dei tre maggiori Comuni coinvolti, Firenze, Prato ed Empoli, espressione del partito che ha perso le elezioni e che dice di volersi rifondare, sostenuti anche dalla Regione governata da una maggioranza espressione dello stesso partito, non intendono assolutamente recedere. Non credo sia necessario chiedersi il perché.

Qualche giorno fa il sindaco di un Comune importante, probabilmente non dello stesso partito, con una quota di partecipazione non necessaria per la formazione delle maggioranze, mi diceva di essere contrario a subire questa operazione ma costretto a subirla rammaricandosi per le tariffe dell’acqua, le più care d’Italia, e servizi, dalla depurazione alla gestione dei rifiuti, che non funzionano.

Perché non affrontare i problemi reali, quelli di servizi non efficienti e troppo cari,  per privilegiare una nuova priorità quella degli utili, dei dividendi e delle oligarchie finanziarie? I finanziamenti per gli investimenti si possono ottenere anche senza la quotazione della società e magari a condizioni meno onerose e con maggiori garanzie per i risparmiatori. Se gli amministratori locali vogliono giocare a fare i finanzieri, lo facciano pure, con i soldi loro, però, non con i beni comuni.

Remo Valsecchi, già commercialista, è autore del dossier “Carissimo gas”

Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 10 ottobre 2022. Immagine di copertina, Maxim Hopman/Unsplash

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