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Bruno Latour, riassemblare i nostri destini comuni

Pochi giorni fa, il 9 ottobre, è morto Bruno Latour, uno dei massimi pensatori del nostro tempo, capace di intrecciare in una riflessione critica di altissimo livello temi chiave come la scienza, la modernità e l’ecologia. Condividiamo l’articolo che, sul manifesto, Francesco Antonelli ha dedicato al filosofo, sociologo e antropologo francese.

Ci sono intellettuali destinati a lasciare un segno duraturo nelle discipline che hanno frequentato così come nell’opinione pubblica anche se il loro contributo fatica ad essere riconosciuto in tutta la sua portata perché non canonico, eccedente, radicale: è questo il caso di Bruno Latour, antropologo, sociologo, filosofo francese scomparso il 9 ottobre all’età di 75 anni.


Latour – professore a Sciences Po, una delle istituzioni accademiche più importanti d’Europa, dove si formano gran parte delle élite politiche francesi e non solo – ha avuto indubbiamente un grande successo in vita. Vincitore del premio Holberg (2013) e del premio Kyoto (2021), i suoi lavori sono stati tradotti in molte lingue. A ragione, il New York Times lo definì, nel 2018, «il più famoso e incompreso dei filosofi francesi»: probabilmente uno dei complimenti più belli che si possa fare a un intellettuale.

IL MANCATO pieno riconoscimento degli studi di Latour non si misura quindi nella notorietà – che ha avuto in abbondanza – né nella capacità di suscitare discussioni e riflessioni: il problema sta nell’averlo voluto ridurre a «una dimensione», quello di «campione del pensiero ecologista» oggi, come leggiamo su molti giornali, o a radicale rinnovatore degli studi sulla scienza e la tecnica, ieri. Latour è stato invece un convinto e convincente decostruttore del progetto della modernità con l’obiettivo di rimetterne insieme pezzi e presupposti – il Riassemblare il sociale, titolo di un suo famosissimo libro del 2005, recentemente tradotto anche in italiano (Meltemi) – al fine di migliorare tanto la comprensione della società nella quale viviamo quanto di orientarne in modo più saggio lo sviluppo.
Le ispirazioni teoriche più alte e speculative – che aveva acquisito conseguendo il dottorato in filosofia teologica nel 1975 – si sono conciliate e diluite, caso più unico che raro nel panorama ultra-specializzato e ultra- frammentato della ricerca sociale contemporanea, nella centralità del lavoro sul campo che ha iniziato a praticare subito dopo in Costa d’Avorio, come antropologo dello sviluppo, per poi ritrovarsi a insegnare in uno dei templi delle scienze politiche contemporanee e a occuparsi, cosa che gli avrebbe dato fama internazionale, di tecnoscienza – l’espressione è sua. Ibrido e meticcio nella biografia lo è stato anche nel lavoro scientifico. Modernità, scienza ed ecologia le tre parole chiave per orientarsi nei risultati dei suoi studi.

PER LATOUR NON SIAMO mai stati moderni, come sostenuto nell’omonimo libro del 1991. La modernità è un progetto che si fonda sull’ossessione dell’ordine e dell’ordinare: tutte le cose devono stare in una casella ed essere, possibilmente, o bianche o nere, secondo la logica del terzo escluso. La società prodotta da questo progetto iper-razionalista e razionalizzatore è però caratterizzato dai chiaroscuri e dalla complessità dei legami tra fenomeni: l’ibrido – che inceppa il potere, basato invece sull’esclusione – ne è il protagonista misconosciuto.
Ciò che conta è capire come cose apparentemente diversissime si tengano insieme, rimanendo in relazione e spesso sovrapponendosi tra loro: un’idea che nasce dalla serrata osservazione di come si svolge il lavoro dello scienziato e della scienziata nei laboratori – così lontano dalla vulgata ufficiale e dall’aura sacra che la scienza si porta dietro – e che rivela sia come i fatti scientifici siano anche culturalmente costruiti; sia come scienza, tecnica e potere siano ormai strettamente intrecciati per il reciproco sviluppo.
La costruzione di reti di cose, persone, esseri viventi e narrazioni come queste e il modo in cui esse agiscono e si trasformano è per Latour il vero terreno su cui ri-orientare il metodo delle scienze sociali.
Da tutto ciò nasce la base di un nuovo progetto politico ecologista – un terreno che lo ha tenuto impegnato negli ultimi anni: gli umani e i non-umani (tecnologie, esseri viventi, fenomeni naturali ecc.) popolano la terra di oggi ormai senza che i loro «mondi» siano più separabili e gerarchizzabili (natura versus cultura, naturale versus artificiale) come invece voleva l’antropocentrismo alla base della modernizzazione occidentale – e, in buona misura, vuole ancora la retorica contemporanea dello «sviluppo sostenibile». Se intendiamo evolverci e cambiare il destino catastrofico al quale siamo condannati dal cambiamento ecologico non basta far emergere l’interdipendenza cosmopolita tra persone e nazioni (come vuole la teoria di Beck, ad esempio) ma occorre ripensare le nostre istituzioni e modelli sociali in modo da rappresentare, per costituzione, la più ampia interdipendenza di tutte le cose che popolano di fatto «Gaia», il pianeta vivente e dei viventi che abitiamo.


Riassemblare il nostro destino comune di abitanti, tutti, della Terra: una chiamata alla responsabilità di fronte all’abisso quanto mai urgente.

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