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Iran, un movimento nuovo con radici antiche

Nelle proteste in Iran si incrociano la lotta al suprematismo e quella contro le ingiustizie economiche: segnano un punto di non ritorno nel rapporto tra stato e società.

Le proteste durano da più di dieci giorni e sono entrate ora in una fase in cui, dopo la sorpresa e l’entusiasmo, generano domande in chi le osserva e sostiene. 

In Iran e nella diaspora, si riflette sul dove le proteste stiano andando e sotto la guida di chi; nella diaspora, erompono conflitti e alcuni promettono purghe una volta che il nuovo sistema sarà stabilito. I primi segni di stanchezza appaiono in certi segmenti della popolazione: dopo aver visto i video in cui i manifestanti attaccavano le macchine della polizia, un’amica ha confidato di aver paura a girare in città, ora che anche nel suo quartiere di classe media a nord di Teheran ci sono stati dei disordini nei giorni scorsi. La violenza poliziesca e dello stato durante il fine settimana ha rallentato e fiaccato il movimento di protesta, ma non lo ha né silenziato né represso. Le proteste continuano, e i numeri dei morti e delle persone arrestate sono arrivati rispettivamente a 75 e 1.200.

Quali sono le caratteristiche delle proteste? Chi e cosa le guida? E quali sono i punti di vulnerabilità presenti? La questione della vulnerabilità è importante perché in molti temono che il movimento di protesta possa essere manipolato da forze esterne – in particolare da Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo shah, che dagli Stati uniti si è proposto quale leader temporaneo del movimento, per guidare una fase di transizione dal vecchio sistema della Repubblica islamica al nuovo, di cui ancora però non si hanno chiari i contorni. 

Potenziale emancipatorio e strategie di piazza

Pur presentando delle continuità, l’attuale movimento di protesta si distingue dai precedenti cicli di mobilitazione per la sua capacità di tenere insieme due elementi che, fino a ora, erano stati disgiunti: la radicalità dell’azione diretta, e il saper attrarre sostegno da parte di una vasta fascia della popolazione, andando oltre divisioni di classe, ideologiche e persino settarie (o etniche). 

Secondo alcuni osservatori sul campo, le proteste non sarebbero particolarmente grandi, sicuramente non quanto lo furono quelle contro il carovita del 2019. Nel 2019, le proteste furono in grado di bloccare strade, occupare piazze e incroci stradali, mettendo in pratica alcune lezioni imparate da altri movimenti nella regione (Tunisia, Egitto, Siria, Yemen) durante il decennio precedente. Oggi, forse proprio a causa del minor numero di persone coinvolte, le tattiche di piazza sembrano più simili a un «mordi e fuggi» in cui i manifestanti intraprendono azioni dirette, anche violente nei confronti delle forze dell’ordine, e difendono porzioni di spazio pubblico ma per periodi di tempo limitati, prima di spostarsi altrove. 

Nel 2019, tuttavia, una delle maggiori difficoltà del movimento di protesta fu quella di riuscire a raccogliere un sostegno trasversale e ampio. Composte in gran parte da fasce della popolazione meno abbienti che si mobilitavano per il reinserimento dei sussidi al consumo di energia e per il ritorno di prezzi calmierati del cibo, le proteste nel 2019 suscitarono fin da quasi subito paura in gran parte della classe media: paura del disordine, del caos, che l’Iran diventasse come la Siria, ovvero scivolasse in una spirale di crescente instabilità. Questa paura ci dice molto rispetto alle divisioni di classe presenti nella società iraniana, ma anche rispetto alla grandezza delle proteste, che si valutava avessero il potere di mettere in moto tale processo di «sirizzazione».

Altro elemento che distingue le proteste di oggi da quelle del passato è la composizione generazionale. Dai video che sono circolati e che continuano a circolare sui social, e dalle testimonianze di chi è in Iran, si deduce che vi sia un forte protagonismo di giovani e teenager. Si tratta soprattutto delle giovani donne che abbiamo visto bruciare il velo e tagliarsi i capelli, impegnate in discussioni animate con chi le redarguiva e in azioni dirette contro le forze dell’ordine. Si tratta anche di giovani uomini che le sostengono e stanno in piazza con loro. Nonostante questo protagonismo delle e dei giovani e della loro determinazione, è fondamentale notare come vi sia una partecipazione intergenerazionale. Nei video infatti si vedono persone di diverse età impegnarsi in azioni dirette, applaudire le ragazze che si tolgono il velo e difenderle quando attaccate dalla polizia o dagli agenti impiegati nelle strade in questi giorni. La partecipazione intergenerazionale è resa possibile dal fatto che i pensionati siano in stato di mobilitazione da diversi mesi a causa di una truffa operata ai loro danni dall’ente dei servizi sociali iraniano e che, nel corso della scorsa estate, le loro proteste si siano intersecate con quelle dei commercianti contro l’inflazione galoppante.

Anche le strategie di mobilitazione paiono diverse dal passato, con un doppio binario. Da un lato, abbiamo le proteste e le azioni dirette, che sembrano però non avere un coordinamento tra di loro. I manifestanti non paiono muoversi come, ad esempio, durante le mobilitazioni del 2009-2010 contro la rielezione di Ahmadinejad alla presidenza della repubblica, quando c’erano appelli alla mobilitazione con dettagli sul luogo (o luoghi) di incontro; oggi, secondo un contatto in Iran, si tratta di circoli piuttosto piccoli e coesi di persone che agiscono in autonomia, senza un coordinamento superiore. Dall’altro lato invece, abbiamo un altro tipo, più tradizionale, di mobilitazioni, che fanno riferimento a organizzazioni locali e nazionali che esistono da tempo e che impiegano strategie di mobilitazione più «classiche» come scioperi e manifestazioni. Si tratta di organizzazioni che, nel corso dello scorso anno, sono state in mobilitazione. Ad esempio le organizzazioni degli studenti universitari, in sciopero in questi giorni, il sindacato semi-legale degli insegnanti, che ha convocato lo sciopero in sostegno delle proteste e che ha guidato un’ondata di scioperi a livello nazionale durante l’estate, e quello formatosi attorno alla vicenda della fabbrica per la lavorazione della canna da zucchero a Haft Tappeh, in occupazione e autogestione da tempo. L’esistenza di un doppio binario è rilevante perché, se da un lato indica un forte dinamismo del movimento di protesta e la sua capacità di risposta alla violenza dello stato, dall’altro potrebbe anche portare a una divisione tra manifestanti «buoni» e «cattivi», idea che, in realtà, ha cominciato a circolare sia nella diaspora che in Iran.

Infine, è fondamentale riconoscere che queste proteste, indipendentemente dal come, quando e se finiranno, sono un attacco al cuore dello stato perché nascono da e si sviluppano intorno alla questione del controllo del corpo delle donne. Il potere dello stato o di altre autorità di coprire o scoprire il corpo delle donne – l’obbligo del velo in Iran o il divieto di esso in tante democrazie liberali in Europa – è uno dei fondamenti del patriarcato, e oggi in Iran abbiamo un movimento che vuole smantellare proprio questo fondamento. Si tratta di un movimento con un potenziale emancipatorio enorme perché intersezionale: le strutture create dal suprematismo persiano e quelle determinanti le ingiustizie economiche, che sia la corruzione della classe politica o le sanzioni internazionali, sono questioni presenti nelle piazze e negli slogan. 

La difficoltà da parte di tanti osservatori a vedere questo dato nasce sia da una difficoltà di riconoscere le lotte femministe in generale, sia dalla specificità di questo movimento. Se per molti osservatori infatti è difficile vedere il femminismo e la sua portata rivoluzionaria di azione e pensiero politico, è proprio quasi impossibile farlo quando arriva da donne iraniane, cioè non europee o nordamericane. 

Leadership debole e tentativi di cooptazione

In questi giorni, in molti si chiedono chi e cosa guidi le proteste: non esiste infatti una leadership che, con legittimità dal basso, coordini, diriga e in qualche modo dia una direzione politico-strategica alle proteste. Nonostante le rivendicazioni siano chiare – lo smantellamento della polizia morale (gasht-e ershad) e l’abolizione dell’obbligatorietà del velo – non esiste un soggetto collettivo e politico che sia in grado di coordinare anche le altre questioni che intersecano queste domande: dal come gestire le negoziazioni sul nucleare alla questione dell’autoritarismo e del come sostenere un cambiamento politico, e che cosa questo significa.

Le rivendicazioni e le proteste tuttavia si inseriscono in una genealogia lunga e ricca che dà loro senso politico e strategico. Ci sono le battaglie femministe del passato, che hanno avuto moltissima visibilità negli anni Novanta e Duemila, che hanno, da protagoniste, avanzato istanze di riforme legislative e guidato il cambiamento sociale e persino linguistico durante e dopo quegli anni; ci sono i e le prigioniere politiche, alcune delle quali femministe con grande visibilità nazionale e internazionale, come Nasrin Sotoudeh e Narges Mohammadi. L’assenza di un soggetto collettivo che rivendichi con legittimità dal basso la guida delle proteste, tuttavia, rende il movimento vulnerabile ai tentativi di cooptazione che abbiamo visto in atto in questi giorni, dal femminismo imperialista di Massoumeh Alinejad, autoproclamatasi da Washington leader del movimento e fiancheggiatrice delle élite neo-con e trumpiane, alle prove di leadership da parte di Reza Pahlavi. Nonostante oggi questi sembrino maldestri movimenti, si tratta di reali tentativi di imporre un’egemonia laddove un’altra non è presente con forza o articolata in maniera coerente – tentativi che godono anche di appoggi e risorse internazionali.

È estremamente difficile valutare la traiettoria delle proteste in corso. Spesso lo facciamo con mezzi quasi di fortuna, siamo dipendenti da satelliti e dalla stabilità della connessione internet e questo rende ogni valutazione approssimativa e determinata da filtri quali l’accessibilità e la manipolazione della realtà via social media. Si tratta tuttavia di proteste che hanno una rilevanza enorme nel contesto iraniano. È il primo movimento che, con radicalità di azione e pensiero, per la prima volta dall’inizio degli anni Ottanta (quando il velo fu reso obbligatorio) ripoliticizza la questione del controllo del corpo delle donne e la porta in piazza, scatenando rivolte e proteste in tutto il paese. Si tratta anche di un movimento espansivo in termini di domande e rivendicazioni: gli slogan sono in curdo rojhilat, orientale, vengono ripresi dalla popolazione turcofona dell’azerbaijan iraniano prima di arrivare a Teheran, dove persone più e meno giovani si sostengono a vicenda nel confrontare la brutalità poliziesca. Si tratta di proteste che segnano, forse, un punto di non ritorno nella dialettica stato-società: sempre più autoritario, lo stato non concede ma reprime; sempre più radicali, le proteste indicano ogni volta una crepa più grande nella fiducia verso le istituzioni. 

* Paola Rivetti è professoressa associata presso la Dublin City University. È autrice di Political participation in Iran from Khatami to the Green Movement (2020) ed è Associate editor della rivista Iranian Studies. È la presidentessa dell’Irish Network of Middle East and North African Studies (Inmenas).

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 29 settembre 2022

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