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La guerra, i partigiani e l’Articolo 11 della Costituzione

Dalle riflessioni che compaiono sulla stampa e dai numerosi dibattiti di questi giorni a proposito della guerra in Ucraina, sembra di dover concludere che uno dei dodici principi fondamentali della nostra Costituzione, l’undicesimo, sia stato formulato da anime belle e intellettuali pavidi, ignari delle cose del mondo e avulsi dalla realtà. Le espressioni L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo, sono diventate una petizione di principio valida solo sulla carta, un monumento di parole astratte, ininfluenti sulle decisioni da prendere di fatto.

Di fronte all’aggressione scatenata nel febbraio scorso dal presidente russo Vladimir Putin ai danni dell’Ucraina, la risposta armata è stata automatica. Il massiccio sostegno militare che viene garantito da vari Stati al Paese colpito gli permette di condurre una guerra che diventa ogni giorno più cruenta.

In Italia molti di coloro che ritengono necessaria o inevitabile la reazione del governo Zelenski, e legittimo l’appoggio armato, si fanno forti del paragone con la Resistenza.

Ѐ il caso di ricordare che nella ‘Commissione dei 75’, ovvero tra i parlamentari incaricati nel 1946 dall’Assemblea Costituente di redigere il testo della legge fondamentale della nostra Repubblica, era presente un consistente numero di partigiani, attivi sia nella guerra di Spagna che nella lotta di liberazione in Italia. Nel combattere contro fascismo e nazismo ognuno di loro aveva sperimentato sulla propria pelle gli orrori della guerra moderna, tecnologica e totalizzante, distruttiva oltre ogni limite.

L’entità delle perdite, fra cui sei milioni di civili ebrei, sarebbe apparsa gradualmente nella sua enormità. Insopportabili e minacciose giungevano poi le immagini del lontano Giappone dove la follia bellicista aveva provocato la morte istantanea di oltre duecentomila persone con il lancio – sulle città di Hiroshima e Nagasaki – del più infernale degli ordigni militari, la bomba atomica.

Fra i Costituenti ex-partigiani troviamo personaggi di spicco del secondo Novecento quali Sandro Pertini, Nilde Jotti, Enrico Mattei, Lina Merlin, Umberto Terracini, Angela Gotelli, Antonio Giolitti, Benigno Zaccagnini, Teresa Noce, Giuseppe Dossetti, Luigi Longo, Maria Agamben Federici, tutti concordi nell’esprimere il solenne e consapevole impegno di ripudiare la guerra.

Come si può vedere dai verbali dei lavori, disponibili anche on line, il dibattito interno alla commissione è stato puntuale e approfondito. Si è discusso a lungo sulla scelta dei termini più adatti per esprimere una presa di distanza categorica dalle pratiche aggressive adottate abitualmente dagli Stati nei momenti di tensione e di pericolo. Tre furono i verbi proposti accanto al sostantivo ‘Italia’: ripudia, rifiuta o condanna. Si è preferito il primo in quanto, oltre al valore etico, racchiudeva quello politico-giuridico. La locuzione da adottare non doveva essere solo descrittiva ma prescrittiva e vincolante.

Non è mancata neppure la discussione sulla legittimità delle guerre difensive. Il dibattito una volta trasferito in Aula ha visto numerosi apporti, fra cui quello dell’on. Ugo Damiani che l’8 marzo 1947 faceva notare in proposito: «Se ci sarà una nuova guerra mondiale, questa si farà con le terribili armi che purtroppo la scienza ha creato in questi ultimi tempi e che non ammettono difesa alcuna». Parole anticipatrici di quanto avrebbe scritto Norberto Bobbio nel 1976 nell’opera La guerra nella società contemporanea, laddove osservava come non abbia più senso nell’era atomica la distinzione tra guerra di aggressione e guerra difensiva. Si troverà in vantaggio chi sferra il primo colpo, che di fatto segna il suicidio collettivo.

Era talmente profondo e convinto il ripudio della guerra, che i rappresentanti del popolo italiano, nella seconda parte dell’art. 11, si impegnavano a consentire limitazioni alla sovranità nazionale a favore di organismi internazionali che assicurassero la pace. Ci chiediamo perché tale pronunciamento solenne sia disatteso dal nostro governo che non ha ancora ratificato il Trattato per la proibizione delle armi nucleari approvato dall’Assemblea dell’ONU ed entrato in vigore il 22 gennaio del 2021.

Ci pare infondata la tesi di chi sostiene che proprio l’art. 11 giustificherebbe la partecipazione alla difesa armata dell’Ucraina essendo stata richiesta da organismi internazionali che tutelano i diritti dei popoli. In realtà il 2 marzo scorso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha giustamente approvato una risoluzione nella quale condanna «l’aggressione dell’Ucraina da parte della Federazione russa» e ha chiesto il cessate il fuoco immediato assieme al ritiro «in modo incondizionato» delle unità militari del Paese aggressore. Ad ambo le parti poi è stato richiesto il cessate il fuoco in data 24 marzo.

Tornando ai lavori dell’Assemblea Costituente, i parlamentari che affrontavano i problemi del Paese dopo la fine del fascismo, pur diversi per orientamento e cultura, si ispiravano a un sistema di valori largamente condiviso. I contrasti nei rapporti internazionali andavano prevenuti con una politica rispettosa, democratica, improntata al dialogo, ed eventualmente affrontati con la mediazione diplomatica, la discussione, gli accordi. Le madri e i padri Costituenti sollecitavano una rivoluzione antropologica che anteponesse la ragione alla forza, sempre. Ai loro occhi il prezzo della libertà conquistata era troppo alto in termini di perdite umane e materiali. ‘Mai più la guerra’, questo il solenne impegno assunto da chi l’aveva conosciuta, subita e praticata in prima persona.

Il ritorno alla vita ‘normale’ non poteva eludere il bilancio dell’immane catastrofe, la più rovinosa della storia umana con 61 nazioni coinvolte e oltre 50 milioni di vittime, in grande maggioranza civili.

Sotto gli occhi dei popoli comparivano macerie e devastazioni. Città, impianti industriali, infrastrutture e monumenti distrutti, beni saccheggiati, colture agricole rovinate, raccolti perduti. Si doveva impedire per il futuro che l’umanità precipitasse nuovamente nell’abisso, ora in presenza di un’arma di cui si erano visti gli esiti raccapriccianti. Ancora una volta lo scontro armato si era rivelato una modalità ferocemente primitiva e arcaica di risoluzione delle controversie tra popoli e Paesi.

Nel frattempo, tra il 1945 e il 1947, si avviava la ricostruzione materiale, civile ed economica dell’Italia. In parallelo sorgevano i cimiteri di guerra, poi sarebbero venute le cerimonie e le commemorazioni ufficiali. Natalia Ginzburg rammenta lo stato d’animo che l’accomunava a Cesare Pavese in quel momento. Egli – dice la scrittrice – «continuò ad aver paura della guerra anche dopo che la guerra era da gran tempo finita: come, del resto, noi tutti. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad aver paura di una nuova guerra e a pensarci sempre.»

Danni psicologici, anche in relazione all’infanzia e agli orfani, e danni materiali. I terreni minati avrebbero richiesto anni per essere bonificati con un’opera estremamente rischiosa che provocava nuove vittime civili e nuovi mutilati. Completavano il catalogo degli orrori le interminabili colonne di profughi e di rifugiati – oltre dieci milioni – costretti a spostarsi entro i confini dell’Europa sulla base di atti politico-amministrativi che prefiguravano nazioni ‘monoetniche’, altro frutto avvelenato del secondo conflitto mondiale, foriero di tensioni e degenerazioni nell’Europa dei nuovi muri.

Un comandante partigiano delle formazioni attive nei Castelli Romani, Pino Levi Cavaglione, autore di clamorose azioni di guerriglia contro tedeschi e fascisti, ha scritto: «Io stesso che non avevo mai sparato prima e non ho più sparato dopo il 1944 ad alcun essere vivente, io stesso considero il Pino di allora un uomo diverso e a me del tutto estraneo. La mia speranza e il mio impegno sono oggi rivolti a far sì che l’odio dell’uomo verso l’uomo scompaia per sempre».

Con questo spirito vanno superati i concetti di ‘guerra giusta’ e di ‘male necessario’, e così pure l’ossimoro degli antichi romani ‘si vis pacem para bellum’,ancora richiamato a giustificazione del riarmo. Ci piace concludere con un’altra formula latina, questa coniata da Erasmo da Rotterdam agli inizi del Cinquecento, ‘dulce bellum inexpertis’. La guerra è dolce solo per chi non l’ha provata.

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