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Un voto di classe. Ma quale?

A pochi giorni dal ballottaggio Macron-Le Pen, un sondaggio realizzato tra gli elettori di Mélenchon dice che il 37,65% voterà bianca, il 33,4% per Macron e il 28,96% si asterrà.

La settimana successiva al voto per le presidenziali francesi sono andata a vedere Retour à Reims (Fragments), il documentario di Jean-Gabriel Périot che adatta l’omonimo saggio/romanzo del sociologo Didier Eribon (in Italia uscito da Bompiani nel 2017). La voce di Adèle Haenel accompagna gli spettatori e le spettatrici attraverso alcuni frammenti del testo – montanti su immagini soprattutto di archivio – per raccontare la storia della famiglia di Eribon a partire dagli anni Venti, e con lei quella della classe operaia francese e il passaggio delle classi popolari dal voto al Partito comunista a quello al Fronte Nazionale.

«Quando ho chiesto a mia madre perché ha votato per Le Pen per la prima volta, ha detto: “Come avvertimento”. La seconda volta, probabilmente, era un secondo avvertimento. La terza volta è diventato il voto naturale, che ha sostituito quello per la sinistra», dice Eribon su Mediapart.

Eribon – che ha aperto in Francia, prima di Édouard Louis, e insieme ad Annie Ernaux, la questione della letteratura dei cosiddetti «transfuges de classe» – attraverso il suo ritorno a Reims, cittadina del Nord dove vive la madre, racconta la classe sociale della quale fa parte – sottoproletariato urbano – per tratteggiare una storia dei corpi, delle voci, delle aspirazioni e delle vite della classe operaia: una sociologia di questa trasformazione che fa eco alla «mutazione antropologica» evocata da Pasolini. 

Eribon, come tanti, tantissimi altri in Francia, ha sostenuto Mélenchon e definisce quello a Marine Le Pen come un «voto di classe».  La classe, le classi, sono una lettura evidente di queste elezioni presidenziali. Che raccontano però diverse classi, e diverse culture che abitano la Francia. 

Al netto dell’astensionismo – che è il secondo partito di Francia e sarebbe sano iniziare a considerare – in effetti Marine Le Pen è in testa tra gli operai francesi, con il 34% delle preferenze, seguita, 10 punti più in là, da Jean-Luc Mélenchon (24%), mentre Macron è al 16% (dati Ifop, Institut français d’opinion publique); tra chi è disoccupato, ancora, Marine Le Pen è al 30%, Mélenchon al 27,5% e Macron al 17,9%. 

Ma ci sono dei «ma». Come riassume bene «L’Humanité», chi ha votato Mélenchon? Gli abitanti delle grandi città, la fascia di età 18-34 e le banlieues. Una «coalizione elettorale interclassista», l’ha definita il geografo Jean Rivière. Il candidato di La France Insoumise ha portato a votare una parte di elettorato che si sarebbe astenuto – che non solo non si sente rappresentato, ma che si sente escluso, discriminato e stigmatizzato – e che vive nei dipartimenti e nei quartieri più giovani, a reddito minore, a basso livello di istruzione e con il tasso di disoccupazione più alto. Mélenchon ha preso il voto delle banlieues di Francia. 

Un reportage di «Le Monde» nel XV arrondissement di Marsiglia racconta lo stupore degli scrutinatori per l’affluenza e la fila al seggio alle 8 di domenica: «Se queste persone sono in fila ora, al momento della rottura del digiuno [siamo nel mese di Ramadan, NdR], significa che sono particolarmente motivate», racconta Hedi Ramdane, presidente del seggio. «Ci sono dei razzisti in lizza. Se non ci fosse Zemmour candidato, non sarei qui», dice Karim, 18 anni, al voto per la prima volta; «[Mélenchon] è il solo che è dalla parte dei più poveri. Il solo che ci difende quando Zemmour e Le Pen attaccano i musulmani» afferma Seddi, 21 anni, che alle regionali del 2021 non aveva votato. «Non ho scelta, devo votare», conclude Soraya Chachoua, 43 anni. In questo quartiere – uno dei più poveri non solo di Marsiglia, ma di Francia – nel 2017 Mélenchon aveva fatto il 29%, oggi è al 66%. 

La Seine-Saint Denis, dipartimento a Nord di Parigi, ha votato maggioritariamente per Mélenchon: il 49% sull’intero dipartimento, con picchi proprio nei comuni dove ci sono i cosiddetti «quartieri»:  La Courneuve (64%), Saint-Denis (61%), Stains (60%). Aubervilliers, dove vivo, è al 59,98%. La Seine-Saint-Denis è il quinto dipartimento più popolato di Francia e il più giovane per età media della popolazione. 3 abitanti su 10 vivono al di sotto della soglia di povertà (il tasso di povertà è del 26,9%, mentre la media francese è del 14,3%) e i tassi di disoccupazione e di criminalità sono i più alti della Francia metropolitana. Il dipartimento aveva, storicamente, una tradizione rossa, specialmente in alcune città, feudi della sinistra dalla Prima guerra mondiale (è il caso, tra gli altri di Aubervilliers, che però è passata per la prima volta alla destra alle ultime municipali). 

Quindi, voto di classe: ma quale classe? La campagna elettorale di Mélenchon ha puntato sulle classi popolari delle grandi città (e di origine meticcia), Le Pen ha puntato sulle classi popolari dal profilo più «agricolo» e vicine ai gilets jaunes della provincia. Nel comune di Alonne, per esempio, nella Sarthe agricola, 11 mila abitanti, i risultati migliori sono stati ottenuti dall’astensionismo (32,11%) e da Le Pen (28,1).

Mélenchon è il solo ad aver parlato dell’islamofobia nel suo programma. E non solo: ne ha parlato con veemenza in televisione, ha parlato di violenza della polizia, ha evocato – e celebrato – la France «meticcia» nei suoi discorsi elettorali (e non a caso in una città come Marsiglia). C’è una strategia elettorale, certamente. Ma c’è anche una questione di fondo: la Francia è un Paese meticcio, e lo sarà sempre di più. Ma non lo accetta, non lo celebra, non lo riconosce. Non vuole vedere il razzismo strutturale che esiste e colpisce, violento, sempre le stesse persone. E se Le Pen rappresenta un mondo vecchio e incastrato in un conservatorismo bianco e razzista, ma ben attaccato alla terra e al lavoro, Macron rappresenta il privilegio, che non tocca e non è toccato (non abbastanza, non ancora) da questa Francia meticcia. 

«Se Mélenchon è forte nei quartieri periferici della classe operaia, è perché ha messo insieme una logica di discriminazione e una logica di classe», analizza il sociologo Yann Le Lann su Mediapart. Che però avverte: non si tratta di un voto «comunitario». «In un contesto dove il dibattito pubblico è polarizzato dall’estrema destra, le persone che subiscono il razzismo cercavano qualcuno che fosse in grado di contenere questa offensiva. [Mélenchon] l’ha fatto e ha dato i suoi frutti». 

«Un dato comune del voto a Mélenchon nei nostri quartieri è la paura dell’islamofobia di Zemmour e Le Pen», dice la sociologa Karima Berriche a «Le Monde», parlando dei quartieri Nord di Marsiglia. Un comunicato anonimo, degli «imam e dei predicatori» che ha girato sui social prima delle elezioni, si rivolgeva ai cittadini francesi di religione musulmana per chiedere loro di «votare il meno peggio dei candidati, Jean-Luc Mélenchon. Il solo che non ha stigmatizzato i musulmani». Un sondaggio Ifop per il quotidiano cattolico «La Croix» dice che il 70% degli elettori di cultura o fede musulmana ha votato per Mélenchon per la sua posizione rispetto alla laicità e all’islamofobia, ma anche su potere di acquisto, prezzi del carburante ed energia.  

Ora, come cinque anni fa, un Macron-Le Pen, di cui a breve assisteremo al confronto televisivo: la differenza, dal punto dal quale guardo, leggo e vivo le cose io, della Francia che è intorno a me, è la consapevolezza che Macron è terribile. Terribile per chi sta male, per chi va in piazza, per chi lavora. 

Chi lo ha votato? Massicciamente gli over 65, ma con reddito alto, perché i pensionati «poveri» hanno scelto Le Pen (il 39% degli over 65 ha votato Macron). Altro sondaggio Ipsos scorpora i dati dicendoci che Macron ha preso il 35% dei voti di quadri e il 28% delle professioni intermedie; che il 35% dei suoi elettori ed elettrici guadagna più di 3.000 euro al mese e ha almeno una laurea (al contrario degli elettori di Le Pen). Il 43% si dichiara soddisfatto della propria vita. 

Per la Francia che vivo io, il voto utile, sudato, c’è già stato: Mélenchon al primo turno. Parlo di persone di sinistra, anche radicale, che non credono particolarmente a Mélenchon né al suo progetto politico, ma che sono sinceramente convinte che rappresenti il meno peggio, o la sola via di uscita; persone impegnate nelle associazioni, nei movimenti ecologisti, nei sindacati; insegnanti, lavoratori del sociale, del settore culturale. Una classe media per portata intellettuale, ma non per reddito, che si è tappata il naso e ha fatto blocco perché non voleva un Macron-Le Pen al secondo turno. Sempre all’altezza del mio sguardo, chi ha votato Jadot o Hidalgo lo ha fatto per una legittima libertà di scelta, quella di scegliere un candidato che realmente li rappresenta. 

Libertà, questa, che per tanti è letta, vista e vissuta come un lusso, un ennesimo «consumo». Molti di coloro che hanno votato Mélenchon – e parlo sempre all’altezza del mio sguardo e della mia lettura – lo hanno fatto con sforzo, pensando di fare un sacrificio, un atto solidale, insieme, per non trovarsi esattamente dove siamo ora. 

Un po’ con lo stesso movimento con il quale, sbuffando e bofonchiando ci si è vaccinati – una, due, tre volte –, si è compilato – disgustati – un foglio per avere il diritto di uscire di casa o ci si è piegati a regole troppo spesso stupide o illogiche, in nome di un’emergenza più grande e di un bisogno più grande. Perché è un bene per la società nel suo complesso e perché volevamo tornare a vivere. Ma con la consapevolezza che il taglio costante dei posti letto in ospedale non dipendeva da noi, così come la penuria di mascherine o la precarizzazione del lavoro. Ma non c’era scelta. È così, per solidarietà e speranza, sbuffando e bofonchiando, che ho visto votare Mélenchon. 

«Molti dei miei amici si asterranno. Lo farò anch’io. È difficile votare per qualcuno che, ogni volta che ho voluto esprimere la mia opinione, ha mandato una polizia sempre più repressiva, ha asfissiato con gas lacrimogeni, ha terrorizzato. L’Osservatorio dei street-médics conta 28mila feriti durante le manifestazioni, tra la fine del 2018 e l’inizio del 2020. […]. Non diamo responsabilità a chi non ne ha: […] ho manifestato contro la legge sul lavoro, contro la riforma delle pensioni, ho sostenuto l’ospedale pubblico, ho avvertito che la distruzione dei servizi pubblici e l’impoverimento e la precarizzazione dei più poveri avrebbero portato all’ascesa dell’estrema destra. Da 30 anni faccio opposizione. […] Chi voleva bloccare Marine Le Pen aveva un modo molto semplice: votare per Mélenchon al primo turno», racconta proprio Didier Eribon su Mediapart

Meno netta, ma altrettanto amara, è la scrittrice Annie Ernaux su «Libération»: «Sono invasa dalla rabbia di essere costretta a fare questa scelta. La sensazione di costrizione è qualcosa che ho già vissuto durante i cinque anni di Macron. Dietro la sua arroganza, c’è un pugno di ferro. La cosa peggiore è che ci sono state imposte cose, dietro l’apparenza di un sistema dove ci veniva detto che stavamo partecipando». 

«Non è solo che non voglio votare per Macron, è che non posso. La politica di classe che incarna mi disgusta. Ha bloccato i movimenti sociali, le richieste sindacali, le richieste sociali. Ha bloccato le libertà pubbliche e la democrazia. Ci dice che cambierà, che ascolterà, ma questo è uno scherzo osceno. Come potrebbe cambiare? Tranne nel caso, altamente improbabile, che i sondaggi indichino che c’è un pericolo reale, non voterò per lui», conclude Eribon. 

Gli amici, i conoscenti, sono indecisi, se votare Macron – obbligandosi a un’incoerenza che li violenta, senza eufemismo alcuno – o lasciare il Paese a fare la sua storia e sperare che un evento di questo tipo permetta la rinascita di un movimento sociale che possa cambiare, davvero, le cose. Si tratta di persone spaccate dalla consapevolezza che per qualcuno, se passa Le Pen, sarà veramente, ma veramente, un Paese peggiore. 

Un sondaggio realizzato a una settimana dal voto tra coloro che hanno votato Mélenchon al primo turno ci dice questo: voto bianco e nullo per il 37,65% degli intervistati, per Macron 33,4% e astensione 28,96% (su un campione di 225 mila persone). Mélenchon, ricordiamolo, ha chiesto di non dare un solo voto a Le Pen.

Se passasse Le Pen la Francia sarebbe, purtroppo, forse non per me o per quelli come me, un posto peggiore: peggiore per chi non è bianco, per chi non ha documenti validi, per chi ha la doppia nazionalità di Paesi non europei. Le Pen millanta di voler mettere la preferenza nazionale negli impieghi. Possibile costituzionalmente? Io direi di no. Le Pen propone di vietare tout court il velo in strada. Possibile costituzionalmente? Io direi di no. Ma tant’è. Ancora una volta, ci si rivolge contro tutti coloro che già oggi sono in bilico.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Mulino il 19 aprile 2022

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