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Se nell’Italia indivisibile deve correre più forte soltanto il Nord

I primi pur deboli vagiti di perequazione territoriale venuti dai palazzi romani hanno contribuito ad agitare le acque, già per altro verso turbolente, della politica. Scende in campo il sindaco Sala, che attacca il governo affermando di essere costretto dal disinteresse per Milano a tagliare il welfare. Ed è un puro caso che poche ore dopo le ultime cifre ufficiali sui redditi degli italiani certifichino che la pandemia ha ancora aumentato il divario Nord-Sud.
Fa impressione leggere la cronaca del consiglio comunale in cui Sala ha messo l’elmetto. Erano presenti tutti i parlamentari di Milano.

Un pezzo del paese forte si organizza, per fare – legittimamente – gli interessi del territorio. Segnali già c’erano. Ad esempio, con i fondi per la rigenerazione urbana, in prima battuta assegnati in misura prevalente a comuni del Sud applicando indici – oggettivi e inequivoci – di deprivazione sociale. È seguita una sollevazione di comuni del Nord che ha trovato sponda in parlamento, per una mancetta di circa un miliardo ai “dimenticati”.
Quando si tratta di risorse non si fanno prigionieri, e la battaglia è all’ultimo euro. Fa tenerezza la ministra Carfagna, che pubblicizza il timido avvio di alcuni limitatissimi Lep (livelli essenziali delle prestazioni) come una svolta epocale. In principio, è bene attaccare il divario su asili nido e assistenza ai disabili. Ma non può sfuggire che si tratta di casi circoscritti, per le somme impegnate e per la platea di beneficiari.


Possono essere positivo segnale di avvio di un percorso, o strumentale copertura di un indirizzo generale diversamente orientato. Non dubitiamo dell’impegno della ministra. Rispondendo il 7 aprile in Senato a interrogazioni sull’autonomia differenziata ha affermato: “La definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, come da obbligo costituzionale, rappresenta a mio avviso una condizione imprescindibile, sine qua non, per l’attuazione dell’autonomia”. Ma qui c’è da osservare che una applicazione dei Lep non su fattispecie meritevoli e tuttavia limitate, ma su vasta scala e in misura tale da ridurre strutturalmente il divario Nord Sud su materie come l’istruzione, la sanità, la mobilità, farebbe saltare gli equilibri di bilancio. È questo che rende credibile la stampa locale veneta (“Corriere del Veneto”, 1° aprile) quando ci informa che sull’autonomia differenziata si procederebbe a breve accantonando i Lep, ed assumendo a base la spesa storica. L’inclusione del disegno di legge sull’autonomia differenziata come collegato al bilancio nell’ultimo Def – ancorché “di guerra” – sarebbe un passo in questa direzione.


È chiaro che siamo di fronte a narrazioni diverse.
Sopravvive l’idea che bisogna far correre il paese forte.
Sala assegna a Milano il ruolo di traino, vuole mantenerlo e chiede risorse in conformità. Stenta ad affermarsi la lettura diversa che un siffatto orientamento nell’arco di un trentennio ha esasperato le diseguaglianze, portato il paese alla stagnazione, fatto crollare le stesse soi-disant eccellenze del Nord nelle classifiche territoriali europee. Draghi, nel firmare il patto su Napoli, ha affermato che “l’Italia tutta ha bisogno che Napoli e il Mezzogiorno siano un motore del Paese”. Giustissimo. È questa – piuttosto che i Lep – la leva primaria per ridurre il divario Nord-Sud in modo strutturale.
Ma, secondo la lettura prevalente, nel Pnrr l’obiettivo strategico di un rilancio del Sud come sistema produttivo non c’è. Lo ribadisce Giannola il 13 aprile, in audizione presso la Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale. Ed è in questa direzione che la politica e le istituzioni del Sud devono fare rete e impegnarsi, se vogliono avere un ruolo non effimero nella costruzione del paese nuovo.


Invece, chi oggi ha di più vuole cambiare perché nulla cambi. A questo è in specie strumentale l’autonomia differenziata. Se ne mostra consapevole il sindaco di Bologna Lepore, critico verso Bonaccini clone di Zaia. E persino il Pd veneto timidamente critica Zaia proponendo che chieda per l’autonomia 7 materie e non 23 (“Corriere del Veneto” e “Nuova Venezia”, 14 aprile). Almeno, cadrebbero porti, aeroporti, autostrade, ferrovie, controllo dell’immigrazione, e altro ancora. Ma sul tema il Pd nazionale tace sempre, fragorosamente.
Il punto è che rilanciare l’Italia una e indivisibile, rinnovata e competitiva nel dopo pandemia e poi nel dopo guerra, richiederebbe primi attori e grandi drammaturghi. Invece, abbiamo tante comparse di una commedia all’italiana.

Questo articolo è stato pubblicato su Repubblica Napoli il 12 aprile 2022

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