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Quel che resta della battaglia di Mikolaiv

Lungo la statale H14 a nord di Mykolaiv si è tenuta una battaglia durissima. Secondo molti è stata la risposta ucraina all’attacco missilistico alla caserma della 79ma brigata aerea di venerdì. Non sappiamo se ciò corrisponda in qualche modo a verità o se il contrattacco era già programmato. Fatto sta che la mossa ha funzionato e per diverse decine di chilometri i russi sono stati ricacciati indietro fino a essere sconfitti nel villaggio di Kashpero-Mykolaivka.

L’ASFALTO DELLA STATALE non è stato danneggiato quasi per niente ma dovunque ci sono detriti, rottami, gomme esplose, casse di legno delle munizioni divelte e resti di ogni tipo. Nei campi tutto intorno si vedono le buche dei colpi d’artiglieria e le tracce delle manovre dei mezzi pesanti e dei cingolati. Dove il terreno lo permetteva, soprattutto nei pressi degli incroci o a metà dei rettilinei più lunghi, i russi avevano scavato delle trincee e delle postazioni di tiro. Vere e proprie baracche interrate nelle quali si vedono ancora le scatole delle “razioni k” dell’esercito di Mosca. Nei pressi rami secchi e piccoli tronchi che le truppe usavano per fare il fuoco.

Tutto intorno campi sconfinati e, forse, in parte anche minati. A un incrocio c’è un’area quasi interamente disboscata dai colpi e dall’altra parte della strada si vede una specie di capanna incastrata tra due tronchi e mimetizzata con della paglia. Dietro, delle buche rettangolari profonde circa un metro e mezzo, con dei rami secchi o dei teli di plastica per isolare dal terreno e una piccola apertura nella parte rivolta verso la strada, creata intrecciando dei rami, in modo da posizionare la canna del fucile e vedere il nemico senza essere visti. Sono decine, visti dall’alto danno l’impressione di essere tombe in attesa della bara, un’immagine agghiacciante nel silenzio della mattinata primaverile.

Non passa nessuno, la nostra macchina bianca ferma sul ciglio della strada con le chiavi nel quadro e gli sportelli aperti è l’unica presenza tangibile tra i campi bruni e spogli, il cielo basso e quelle buche che per due settimane hanno protetto la posizione delle retrovie russe. L’oggetto più diffuso tra i resti della presenza russa è la scatola verde con la stella e scritta «Armiya Rossiy» (esercito russo), vicino alla quale spesso ci sono anche le scatolette che assomigliano tragicamente a quelle per i gatti. Qualche bottiglia d’acqua, brick di succhi di frutta e latte e stracci.

MENTRE ERAVAMO TRA GLI ALBERI a scattare delle foto si sente un’auto che inchioda, fa retromarcia e suona il clacson. Una voce chiede in russo chi siamo e, dopo aver constatato la presenza dei colori ucraini sulla macchina, usciamo e ci troviamo di fronte un militare di circa 45 anni. Scambiamo qualche battuta con lui, si chiama Andriy, e gli diciamo che siamo venuti a documentare la ritirata russa.

Ne sembra felice e ci chiede di seguirlo perché vuole mostrarci dov’è avvenuta la battaglia. Dietro il suo 4×4 bianco lanciato a tutta velocità lungo le strade sterrate e fortemente accidentate ci addentriamo nella campagna. Dopo poco ci fermiamo per vedere il nascondiglio di un carrarmato russo, è un rettangolo molto più grande di quello destinato ai soldati e poco più profondo, di fronte ci sono due rami conficcati nel terreno con dei nastri rossi legati. «Pericoloso» dice Andriy in inglese mentre ci fa segno di indietreggiare, per terra c’è un colpo da carrarmato e sui rovi che si innalzano fino a sopra le nostre teste brandelli di vestiti, di biancheria intima e di sacchi a pelo. Andriy ci fa segno che lì gli uomini che venivano dalla Crimea si erano appostati per tenere d’occhio Mikolaiv per sparare agli ucraini. Inizia a narrare alternando i gesti a poche parole chiave. Una di queste è «raketa», missile, accompagnata da una parabola discendente della mano che si schianta proprio nel fosso del carrarmato e poi «booom».

APRE IL PORTABAGAGLI della sua macchina e ci mostra un casco da carrista russo, è nero all’esterno e imbottito di lana bianca all’interno, sembra un cimelio della Seconda guerra mondiale. Poi ci fa vedere un telefono satellitare verde, «questo è un Motorola analogico dell’esercito russo» ci dice prendendosi gioco della batteria, dell’antenna di mezzo metro e dell’aspetto generale dello strumento. «Questo – aggiunge prendendo una valigetta di plastica – è il nostro Motorola, digitale!». Conveniamo che è più moderno e più bello e lui ne sembra molto contento. Ma dobbiamo continuare, ci fa segno, vuole mostrarci la «tecnika» dei russi, termine con cui qui in genere intendono un insieme indefinito di mezzi e apparecchiature. Ma in questo caso era evidente che il trofeo di Andriy era qualcosa di grosso.

CERCANDO DI STARGLI DIETRO e di non sfondare gli ammortizzatori arriviamo nel piccolo villaggio agricolo di Kashpero-Mykolaivka. La scena è impressionante, da non credere. Una fila lunghissima di trincee e postazioni di tiro sotterranee che dall’ingresso del paese circonda un’area di diverse centinaia di metri fino a chiudersi nel capannone di cemento e lamiera (oggi un rudere) delle stalle. «I soldati russi dormivano nelle stalle» spiega Andriy con una punta di scherzo mentre indica l’aia limitrofa dove diversi mezzi sono stati distrutti dal fuoco ucraino.

Il carrarmato con la «Z» un po’ sbiadita ma ancora leggibile ha i cingoli a diversi metri, la torretta del cannone dall’altra parte del cortile e il sedile del cannoniere a fianco alla stalla. Un altro blindato all’interno è completamente fuso, le geometrie spigolose del metallo militare non si distinguono neanche più e qualcuno ha appoggiato su ciò che resta dello sportello d’ingresso delle borse ancora integre, e due sacchi a pelo.

Il vento trascina per qualche metro un giornale con la foto di Putin in primo piano e quella di Shoigu più piccolo a sinistra. Ce ne sono diverse copie ammucchiate in un punto. Al centro un mezzo da rimorchio rosso con la «Z» sugli sportelli e il motore carbonizzato. Tutt’intorno pezzi di metallo, cartucce di colpi di grosso calibro e buche dovunque. Dietro alle stalle la linea delle trincee è regolare e continua, segue tutto il fianco della piccola altura e punta verso Mykolaiv.

A POCHE CENTINAIA DI METRI, la casa della cultura del villaggio. «Qui gli ufficiali», dice Andriy, indicando anche un grosso camion cabinato caratterizzato come «strateghia» all’interno del quale tantissimi cavi elettrici con la guaina liquefatta penzolano in ogni direzione. Ogni volta che il vento aumenta il tetto di lamiera di un capanno di fianco ai giochi per i bambini (stranamente intatti) emette dei rumori secchi che ricordano una raffica. Andriy sorride e ci dice che non dobbiamo avere paura, che lì i russi non ci sono più. Poco prima di uscire da quell’ultima linea di fortificazioni che è stata la casa di alcuni uomini per dieci giorni vediamo del fumo denso da una delle trincee. Ci avviciniamo e notiamo che un contadino sta bruciando delle foglie secche e altri scarti. Con molta pazienza osserva il fuoco mentre il vento solleva un brandello della pagina di giornale con la faccia di Putin mangiata dalla brace.

INTANTO, SUL FRONTE ORIENTALE si continua a bombardare a Kharkiv e si moltiplicano le voci di «evacuazioni forzate» verso la Russia da Mariupol. Secondo le autorità locali sarebbero già 6000 i civili costretti a varcare il confine ai quali sarebbe stato persino sequestrato il passaporto ucraino. Dall’altro lato, il temuto capo delle truppe speciali cecene, Ramzan Kadyrov, ha pubblicato un video in cui i suoi uomini lo chiamano per riferire che il palazzo del municipio è sotto controllo russo. Al momento, data anche la carenza di giornalisti in città, tutte le notizie da questo fronte non sono immediatamente verificabili.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 25 marzo 2022

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