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L’informazione mainstream di guerra come problema

Credo che, mentre è tuttora in corso la guerra in Ucraina, dal 24 febbraio 2022, occorra cercare di dire che c’è qualcosa che non va nell’informazione che la maggior parte dei media ha dato e continua a dare sul COVID ed ancor più sulla guerra, eventi, entrambi, che per ragioni diverse ma alla fine convergenti hanno portato e stanno portando importanti limitazioni a libertà e diritti.

È ovvio che i vaccini sono indispensabili, che nel corso di un’epidemia sono necessarie delle misure di distanziamento e che è utile che il sistema dei media incoraggi misure razionali di controllo del virus, prime fra tutte le vaccinazioni, ma fra questo e dar notizia di ogni no vax che muore fra tormenti atroci ce ne corre.

La gestione della pandemia ha comportato la limitazione di diritti fondamentali, l’accrescimento dei poteri di varie burocrazie e, quasi a compensazione delle perdite economiche di certe categorie alcune liberalizzazioni, chiamiamole così, che in condizioni normali sarebbero state del tutto irrazionali e che sarà ben difficile far rientrare. Certo è stato necessario, ma si poteva forse evitare di combattere attorno al virus guerre, magari da tastiera, ma che hanno esaltato l’odio per chi la pensa diversamente piuttosto che la con-passione per chi sbaglia e magari muore per il proprio errore.

E questo è un segno, perché i media non vivono di vita propria, bensì raccolgono e amplificano e orientano i flussi, le tensioni che percorrono la società. E nel far ciò colgono i segni della profonda rimodulazione, attualmente in corso, delle forme di comando in una società democratica e, più in generale, del sistema di convivenza civile nell’Europa occidentale e particolarmente in Italia.

Ci si illude che il distanziamento fra gli individui, collocati singolarmente di fronte ai propri strumenti informatici, prima o poi debba cessare, ma forse conviene al potere mantenere le burocrazie arroccate nelle loro distanze e le persone isolate, ciascuna nella propria solitudine sociale, più o meno smart che sia.

Non so quale dei governi succedutisi nel corso della pandemia sia stato migliore o peggiore, certo è che assegnare la gestione dell’emergenza a un generale, che per giunta va in giro in tuta mimetica e onusto di medaglie vuol dire che si aspira in qualche modo alla militarizzazione dei rapporti civili.

Ordine e gerarchia che tornano ancor più utili ora che c’è la guerra, anche se per il momento combattuta solo in territorio ucraino.

Non intendo qui parlare direttamente della guerra russo ucraina, né ho la pretesa di dire quali strumenti possano essere utili a riportare la pace ed a evitare un conflitto permanente sul continente europeo. Non sarei in grado.

Mi interessa invece parlare di alcune cose a mio giudizio sbagliate, che tendono ad infondere nell’opinione pubblica, nel più breve tempo possibile, una cultura di guerra che osteggi qualsiasi riflessone critica che esca dal mainstream, una sorta di pensiero unico bellicista che, leggendo i giornali, sembra stia già formandosi, con poche eccezioni, pur essendo i combattimenti iniziati solo da pochi giorni.

Ad esempio, si è voluto oggettivamente diffondere odio verso i russi in quanto tali, da Dostoevskij a seguire, ed è un po’ come se ai tempi del nazismo gli alleati avessero deciso di mettere all’indice i libri di Goethe.

I roghi dei libri si fanno anche metaforicamente e pretendere che esseri umani appartenenti ad una nazionalità ritenuta nemica abiurino la propria cultura, o le proprie origini, come è accaduto nei confronti di direttori di orchestra, cantanti o altre persone dello spettacolo che avevano l’unica colpa di essere russi non è da democratici occidentali sensibili ai diritti individuali, è da fascisti.

Non c’è da stupirsi, poi, se un adolescente di Brescia di origine russa venga picchiato dai compagni di scuola proprio per la sua origine, o se autovetture con targa russa vengano vandalizzate.

Ma i russi, si dice, si comportano come i nazisti, portando una guerra nel cuore dell’Europa. Certo, è vero, il gruppo WAGNER, ad esempio, è un esercito privato di ideologia nazista che opera al soldo della Russia e si chiama Wagner appunto in onore del compositore preferito da Hitler. I WAGNER hanno combattuto, torturato e stuprato, facendo gli interessi della Russia, non solo in Ucraina dal 2014, ma anche in Siria, il Libia e in centro Arica. Simmetrico nell’orrore è un gruppo di mercenari ucraini, che si chiama Battaglione Azov, dichiaratamente nazisti che fanno le stesse cose che per i russi fanno i Wagner. Nazisti contro nazisti sotto diverse bandiere.

La Russia, poi, quanto a diritti umani non è un granché, i diritti delle donne sono calpestati, i maltrattamenti in famiglia, ad esempio, da qualche anno non sono più reato, di LGBT non se ne parla nemmeno, gli oligarchi sono per lo più amici di Putin, ex KGB, e di tanto in tanto fanno sparire qualche giornalista troppo intraprendente; è un’oligarchia corrotta che combatte per estendere il proprio impero contro un regime non proprio innocente, ma che almeno non ha sparato per primo.

La Russia sarà pure l’impero del male ed è giusto che in questi frangenti vengano tenute ben presenti tutte le colpe del suo regime contro i diritti dell’uomo, ma perché Dostoevskij? Perché aggredire un bambino russo davanti alla sua scuola?

La Russia, peraltro, non combatte solo contro l’Ucraina combatte anche contro un altro impero, quello statunitense.

Gli USA, tuttavia, anche ammettendo che siano anch’essi un impero, con tutte le connotazioni negative che la parola implica, specie sotto le amministrazioni democratiche sono i garanti dei diritti umani e baluardo della democrazia.

Meglio della Russia, sicuro, ma si può essere critici anche nei confronti di un così potente alleato, temibile, ricordandone le malefatte, per lo più delocalizzate in qualche disgraziato altrove ove si torturava e si massacrava per importare in quelle terre i sistemi democratici o i benefici del capitalismo?

Credo che ora sarà sempre più difficile. Quante voci che sommessamente criticano gli USA o la NATO vengono severamente tacitate in nome dell’esigenza bellica. E questo in un’Europa e in un’Italia sempre più condizionate, anche se gli interessi europei e quelli statunitensi non sono necessariamente coincidenti.

E se gli USA imponessero ancor di più il loro potere sull’Europa, già a suo tempo trascinata nella guerra in IRAQ, costata centinaia di migliaia di vittime, colpevoli o innocenti che fossero?

E se la pace non venisse mai? Se la guerra divenisse endemica, come sono tate tante guerre guerreggiate in recondite parti del globo?

Che ne sarà delle democrazie europee, delle costituzioni nate dalla lotta al fascismo e al nazismo? Che ne sarà delle nostre raffinate elaborazioni giuridiche sui diritti delle persone?

Verrà tutto sommerso da un’informazione di guerra, nel sinistro contesto di un’economia di guerra, di una guerra che nessuno riesce a fermare?

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