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Ascanio Celestini, il circo massimo delle periferie e PPP

Progetto Pasolini, stagione Ert, Ascanio Celestini, una triade potente che sembra rafforzarsi nella reciproca relazione ci ammonisce e consola a Bologna, dalla vetta più civilmente alta possibile di Poesia, in questo momento storico che sembra infine riportarci ad un lungo inverno del nostro scontento e soprattutto delle più buie paranoie da guerra fredda. A parte il decidere poi, se si possa dire semplicemente di un ritorno ad una guerra minacciata o circoscritta, o piuttosto di considerarci noi tutti in qualche modo, dentro un occhio di ciclone caldissimo e ormai in conflitto deflagrato e globale. Ma andiamo con ordine, o almeno, proviamoci, nonostante il grandissimo disordine sotto il cielo, per adesso affatto foriero di situazioni eccellenti.

Campeggiano in piazza Maggiore, le effigi di alcune delle nostre divinità domestiche,, cui si sa, sono dedicati tanti mesi a venire di dovute celebrazioni, ovvero Pierpaolo Pasolini, Roberto Roversi, Lucio Dalla, in un qualche modo cabalistico e numerologico, oltreché, in parte esperienziale e poetico, connessi tra loro.

Si annunciano diverse programmazioni a venire anche in ambito Dams, laboratorio delle Arti, dedicate al nostro profeta in patria, dove infatti assistiamo ad un sorprendente giovane lavoro di Fabio Condemi, magnificamente interpretato da Gabriele Blue Motion Portoghese. Si ripercorrono filologicamente senza alcuna pedanteria le geografie biografiche e del cuore del poeta attraverso opere filmiche e letterarie, colte nella freschezza e spudoratezza di momenti di grazia. Quella grazia appunto invocata, attesa, bramata a qualunque costo personale dal nostro più tormentato artista in cerca evidente di una gloria celeste che passi dall’estasi dei corpi. Un lavoro denso, storicizzato, compatto curato ancora da ERT, in proficua collaborazione con l’Università.

Dobbiamo dirlo, ci torneremo presto con il suo direttore artistico, che Ert, pur tra mille difficoltà, un avvio di stagione difficile, segnato da alcune cancellazioni causa Covid, sta offrendo uno straordinario ventaglio di proposte, casomai troppo serrato per riuscire a seguirle adeguatamente tutte.

Allo Stabat Mater, in Archiginnasio,sala solenne della consacrazione culturale cittadina, il giorno seguente i maggiori studiosi italiani di vita e opere pasoliniane, ci consegnano con passione e adesione estrema un ritratto del poeta da cucciolo quasi programmaticamente dimidiato tra Bologna e Casarsa, immaginario e vissuto paterno e materno, sentiti come ineludibile destino di separazione e perdita d’innocenza. L’appuntamento convegnistico, fa ottimamente da sponda sia alla mostra iconografica Folgorazioni, ospitata presso il sottopasso di via Rizzoli, che alla mostra dedicata al rapporto figurativo di Pasolini, con il suo maestro d’Arte Longhi, che all’atteso ultimo lavoro di Ascanio Celestini, già testato in alcune città, suggestivamente intitolato Museo Pasolini e che è atteso nelle prossime tappe marzoline proprio nei territori friulani.

Si sa che Celestini, uno dei maggiori esponenti del teatro narrativo, di formazione antropologica, sia uso preparare, a sostegno e non in contraddizione del pathos e della poesia che poi scaturiscono dalle sue creazioni, in maniera puntuale e scientifica i suoi lavori, tramite la metodologia dell’inchiesta.

Metodologia di esplorazione, ricerca e scandaglio di nobile ascendenza politica e giornalistica, soppiantata in tempi recenti dalla sondaggistica, e dai meno faticosi like: in una parola, raccolta studiatamente random di opinionistica varia ad uso amplificatorio di tendenze e teorie predeterminate, vs pratica di ascolto empatica o meno al punto giusto.

Come dire, un esercizio quasi circense di equilibrio e stile contro la volgarità corrente; non per caso, nel complesso e articolato spettacolo, un assolo polifonico di ben 130 minuti, la metafora, il riferimento, la pratica del circo saranno ricorrenti, ma non già per compiacere il consueto crepuscolarismo psicologico felliniano, cui pure si rende omaggio, stante i rapporti intercorsi tra i due sommi artisti, quanto per restituirci tutta la struggente poesia, o meglio la piccola grande bellezza, delle baraccopoli romane, in cui accadono miracoli rovesciati, continui auto goal miracolistici ad effetto boomerang come nella storia dei due Sandroni, per esempio.

Celestini, riesce nella mission impossible di” essere” in scena il mondo di Pasolini, la vita di Pasolini, soprattutto di essere Roma, mettendo da parte se stesso e in un certo senso la figura retorica di Pasolini stesso, che viene sublimata in una sorta di fantasma che s’aggira se non per l’Europa certamente sulla linea di trasporto pubblico 109 per snocciolare riddles etici all’indecifrabile interlocutore che veste di volta in volta sembianze sociali diverse pur rimanendo la stessa maschera eterna di borghese piccolo piccolo, protagonista perfetto delle varie ere fasciste che si susseguono nello spettacolo.

Si, perché, Museo Pasolini, è soprattutto uno spettacolo storico, che ripercorre il cosiddetto secolo breve, nelle sue tappe più feroci coincidenti guarda caso con i momenti topici della vita di quello che per tutto lo spettacolo verrà denominato il Poeta. La storia è quella del nostro paese e non assolve nessuno di noi, proprio come accade nella famosa canzone di De André.

Il mistery sull’omicidio, cui infine si arriva, dopo molti tornanti e apparenti deviazioni o racconti, cunti, tra popolare e cronachistico, nonché continui sottili rilanci sul presente, è ripercorso in tutta la sua crudezza, fino all’estremo sfregio del commento derisorio sulla biancheria intima indossata dal poeta al momento della morte. Il loquace organizzatore, gestore, custode unico di questo immaginifico Museo Pasolini, realizzato secondo i 5 parametri internazionalmente riconosciuti per la qualificazione tecnico scientifica di questa tipologia di istituzione culturale, ci ricorda quali sono i 5 pezzi selezionati per la conservazione e divulgazione all’interno del museo stesso. Essi sono: la prima poesia scritta a 7 anni, il cimitero friulano a misura di famiglia materna Colussi, dove si legge una genealogia in cui il senso della linea di confine in tutti i sensi è molto labile al di là della solita rispettabilità borghese, l’innocenza del partito comunista perduta con quella del poeta e conservata ripiegata come una bandiera dentro un cassetto, la borsa in similpelle nera, ritrovata con un ordigno inesploso all’interno della Banca nazionale dell’Agricoltura all’indomani della strage, infine il corpo martoriato del poeta stesso esposto a memento di quanto sia impossibile sfuggire il destino dei tempi. Chi sarà il colpevole infine di tanto efferato delitto? La risposta è beffarda e spiazzante tanto più che collocata all’interno del contesto che è quello del 1975, come cinquantatreesimo anniversario dell’era fascista.

Avrete compreso che questo lavoro di Ascanio assesta parecchi colpi sotto la cintura alle nostre intorpidite coscienze e che ci sono diversi momenti, in cui il gusto quasi yiddish per la parabola morale incontra il cinismo e la compromissione dei nostri apparati istituzionali piccoli e grandi, come ad esempio nella concitata lezione- costruzione di un perenne clima terroristico nella società, ovvero il metodo o strategia della tensione appunto, che costruisce un fascismo autoevocato o, nella lezione più prettamente scolastica che vede a confronto la controfigura di Don Milani e Don Gallo, il prete Picci Cola alle prese con l’insegnante esemplificativa delle pratiche di selezione ed esclusione scolastica.

Io, tra i tanti movimenti affabulatori dello spettacolo di grande fascino e sicura presa, ho personalmente amato molto questa versione borgatara e contemporanea del libro Cuore, perché l’ho trovato uno straordinario attacco al senso comune meritocratico, disvelato per ciò che realmente è:un incentivo discriminatorio ad una futura competizione sociale, già taroccata in partenza. Davvero con divertita leggerezza Ascanio affronta cosi, il tema dei temi, ovvero la costruzione di un immaginario antiegalitario, evidentemente cavallo di Troia per la penetrazione di qualsiasi forma autoritaria. Ma lo spettacolo costruito sulla calibratura di pochi significativi scarti di movimento da parte del protagonista, poche fioche luci, una simbolica porta ora chiusa ora semiaperta, ora resa colorata da fasci luminosi cangianti, come la nostra memoria,vive soprattutto di una inesauribile, inesausta volontà di racconto e di riepilogo ad uso collettivo, cosi ritmata e serrata da avere un ritmo rap, a dispetto dei pochi inserti musicali costituiti dal consueto organetto popolare in sottofondo, autentica cifra identitaria del nostro, come pure le interviste a viva voce dei baraccati, cosi sorprendentemente forbiti e intuitivamente ben altro dal santino che li inchioderebbe al loro essere brutti, sporchi e cattivi. Straordinariamente documentato e vivido il primo periodo di vita del poeta che parte da scampoli di storia bolognese forse sconosciuti ai più come l’attentato al duce e il massacro del giovane Anteo Zamboni. Sicché alla fine, se è la vita di Pasolini stesso ad essere stata drammatica e violenta, è perché le è toccato di attraversare inenarrabili violenze cui tanti, troppi, hanno risposto con connivente passività. Scrosciante ovazione finale in una sala piena di giovani, doveroso richiamo dell’artista alla pace e al banchetto esterno di Emergency, chiudono una serata commovente e per certi versi memorabile, testimoniata anche dai battimani estemporanei che avevano punteggiato diversi momenti della maratona oratoria del nostro. Raggiunto per una breve conversazione tra un trasferimento e l’altro Ascanio mi dice che l’ispirazione dello spettacolo è data dalla constatazione che nascita e morte di Pasolini, sono due date in cui prende fisionomia il novecento italico e dunque ora possiamo farne un museo.

Io credo, mi dice con convinzione Celestini, che tutti dovrebbero studiare in maniera approfondita la storia degli ultimi cento anni come minimo del loro paese, altrimenti è impossibile avere cognizione di quanto ogni giorno ci accade, della concatenazione vera delle cose. e di cose ne accadono tante e di tragiche. Anche oggi. Cosi succede che magari sappiamo cose a caso sul Medioevo, ma su quello che è successo negli ultimi decenni siamo molto inconsapevoli. Anche questa guerra, ci trova ora impreparati tuttavia molti sembrano sapere come risolverla schierandosi anziché cercando di comprenderla e studiarla anche geograficamente. Io credo sia un errore, credo si sia non per caso sull’orlo dell’abisso. E non ci sono abbastanza voci a dirlo. Già questa afasia si era abbondantemente vista con la pandemia, nonostante le ironiche esortazioni di Calamaro. La verità è che pochissimi hanno sviluppato una percezione tanto meno una narrazione di quella complessa vicenda e men che meno, qualcosa di collettivo. Il mondo teatrale pare essersi poco preoccupato di adeguare le sue ragioni espressive e il mondo teatrale e culturale istituzionale ha fatto altrettanto. Economicista, bulimico, quantitativo è stato l’approccio generale e cosi, si bada solo a fare numeri. Nei cartelloni, non pare mai esserci traccia di quanto sta avvenendo, o ci sono i classici, o storie minimaliste, borghesi, nel tentativo di recuperare tutte le date perse,A me non interessa fare estenuata autobiografia in modo particolare, se non inserita in un contesto più complessivo. I Teatri si intendono contemporaneamente come luoghi e come forme espressive. Vanno salvaguardate entrambe. Oggi c’è poca reattività su tutto, tuttavia io non mi sento solo perché per fortuna la parte vera dei teatri, che è il pubblico, più che chi lo fa, mi pare estremamente attenta e ricettiva, quantomeno in questi primi mesi di ritorno e con questo ultimo lavoro cui ho lavorato tantissimo. Io ho potuto constatare che oggi Pasolini è spesso solo un nome, un contenitore vuoto perché pochissimi possono dire di conoscere bene i suoi romanzi o poesie o di aver visto qualche film significativo. Però tutti si piccano di ricordare un nome e forse di aver avuto un’idea scorretta e/o stereotipa su di lui. Ben venga un anniversario come questo centenario allora, se serve a riscoprirlo e ristudiarlo.

Come sai io tratto sempre di maschere di persone comuni, se qui compare un cognome famoso accostato ad un termine desueto e in fondo evocatore di staticità come museo è perché penso che l’idea su di lui nel tempo non si sia dinamizzata, ma sia rimasta sostanzialmente statica. Alla fine io non tradisco la mia attitudine artistica neppure qui, perché Pasolini, che infatti non nomino mai direttamente, lo leggo come uno sguardo sul farsi collettivo di una società e un discorso pubblico da sempre inquinati perché mai depurati delle scorie di un lunghissimo fascismo. sono stupito certe volte che non esistano narrazioni in merito esattamente come mi aspettavo molte storie sul Covid e il Lockdown. Ma alla fine forse non c’è da stupirsi più di tanto, perché appunto, tutto lo sforzo che il potere ha fatto è di scaricare individualmente i pesantissimi costi sociali ed emotivi della pandemia. Adesso è bello ritrovarsi, il teatro non può vivere delle pur costose piattaforme virtuali costruite, di trasmissioni tv. Si fa in presenza, con corpi. La comunicazione passa tutta li. Questa eterna emergenza deve averci resi più menefreghisti o spaventati, se non riusciamo neppure più a ricordarci di esporre bandiere per la Pace, invece dovremmo farlo. Personaggi e storie di ordinary people o quasi, invece popolano anche questo mio lavoro: Il poeta vede, osserva come testimone tutto ciò che accade ed è visto attraverso un prisma di personificazioni a vario grado della scala sociale che lo leggono attraverso una serie di luoghi comuni, oserei dire antropologici. Il tempo delle chiacchiere è già finito e, per la cronaca, in Arena per questo fine settimana è in arrivo una delle ultime fatiche targata Castellucci con la collaborazione drammaturgica di Piersandra DiMatteo, quella sorta di performance sui meccanismi gregari che è Bros, già oggetto di molte discussioni. Quindi, rimanete sintonizzati ancora una volta, per i giorni seguenti, in attesa di un Pasolini, giovane acerbo sceneggiatore in chiave milanese e inedita, nel senso mai rappresentata, rivisitato da un promettente gruppo del capoluogo lombardo per Teatri di Vita. Dopo tanto digiuno, rischieremo l’indigestione teatrale di buon grado.

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