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Studenti in piazza dopo le cariche. “Una società in crisi”

A due settimane dalla morte di Lorenzo Parelli, il 18enne che ha perso la vita nell’ultimo giorno di stage per l’alternanza scuola-lavoro, gli studenti tornano a riempire le piazze in segno di protesta. Manifestazioni e cortei sono previsti in tutta Italia, da Milano a Roma: i ragazzi e le ragazze chiedono di essere ascoltati a due anni dall’inizio della pandemia che ha duramente colpito le vite di chi ancora è sui banchi di scuola. Un disagio sempre maggiore, troppo spesso inascoltato e che nei giorni scorsi ha subito anche una forte repressione: in numerosi casi, come testimoniato dalle immagini, i cortei sono stati caricati dalle forze dell’ordine con una violenza contestata anche dalla sinistra (Pd e Leu in particolare). Nel silenzio totale delle istituzioni, a prendere posizione ieri è stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Un dovere ascoltare la voce degli studenti preoccupati per il loro domani”, ha detto davanti al Parlamento. Nessuna reazione dal governo: la ministra dell’Interna Luciana Lamorgese, dopo giorni di polemiche, ha diffuso una nota in cui denunciava “la presenza di infiltrati nelle manifestazioni” e la giustificazione ha contribuito a sollevare ancora più critiche. Intanto gli studenti, che vengono da un autunno di occupazioni in tutta Italia, non hanno intenzione di allentare il ritmo delle proteste e i temi che portano avanti sono tanti: l’organizzazione e i disagi a causa del Covid, lo sfruttamento dell’alternanza scuola-lavoro, ma anche le due prove scritte reintrodotte per la prova di maturità. In generale denunciano la scarsa considerazione di istituzioni e rappresentanti politici. Qui di seguito pubblichiamo i pareri dello scrittore Erri de Luca, l’ex magistrato Gian Carlo Caselli e la filosofa Donatella Di Cesare.

Lo scrittore Erri De Luca
Quello che è successo in diverse piazze italiane negli ultimi giorni è una vigliaccheria e ha responsabilità precise, perché quando ci sono manifestazioni o cortei c’è una catena di comando a cui gli agenti in divisa obbediscono. I poliziotti si sono accaniti contro le persone più fragili e indifese, mi pare si sia verificato un chiaro abuso dell’esercizio della forza.

E non dimentichiamo il motivo per cui quei ragazzi erano scesi in piazza. Uno studente è morto sul posto di lavoro e come lui ne sono morti più di 1.200 nel 2021, con un numero crescente rispetto agli anni precedenti. Sempre più persone affrontano un rischio di morte andando al lavoro, per non parlare delle decine di migliaia di feriti. Questo ci dice che la protesta dei giovani, anche al di là della singola drammatica circostanza, sia un atto di coscienza di questa parte di società civile. A dimostrazione di come non siano altro che stupidaggini i discorsi da bar secondo cui i ragazzi non si interessano della cosa pubblica o vanno in piazza soltanto per perdere tempo. Sciocchezze che per la verità gli anziani hanno sempre sostenuto, disturbati dalla vivacità dei giovani. È vero il contrario: i ragazzi nati nel nuovo millennio sono una generazione assolutamente cosciente del proprio ruolo.

L’ex magistrato Gian Carlo Caselli
Non per buttarla nella solita caciara Covid, ma c’è una realtà evidente che i sociologi più qualificati stanno documentando: per effetto della pandemia e delle restrizioni che ne sono derivate, la società è in crisi, a tutti i livelli e le tensioni che la attraversano possono purtroppo esplodere in qualsiasi momento. Passando al caso specifico, è chiaro che il tema delle morti sul lavoro è una piaga terribile. Per di più in questo caso la vittima è un ragazzo morto durante il progetto di alternanza scuola/lavoro, che avrebbe avuto diritto a una tutela, per così dire, anche doppia. Quindi la rabbia e le proteste in piazza degli studenti sono sacrosante. Tuttavia non possiamo ignorare che in questo momento una norma di carattere generale, per tutelare la salute pubblica, vieta i cortei. Da qui è nato un cortocircuito, il diritto di manifestare si è scontrato con il dovere della polizia di di far rispettare la legge. I fatti che ne sono seguiti, a Torino e non solo, sono gravi e dolorosi, ma la gara ad attribuire responsabilità a priori è un esercizio che non mi appartiene. Il problema riguarda la composizione soggettiva della protesta e l’eventuale presenza di provocatori da un lato e le modalità di comportamento della polizia dall’altra. Serve una ricostruzione minuziosa dei fatti ed è ovviamente ciò che farà magistratura. Comunque sia tutti debbono fare quanto più possibile per disinnescare il cortocircuito.

La filosofa Donatella Di Cesare
La violenza contro i ragazzi in piazza mi è sembrata non soltanto stonata, ma anche ingiustificabile. Parliamo di giovani che vivono ai margini dello spazio pubblico, inteso sia come politico che come mediatico. Uno spazio pubblico occupato sempre dagli stessi, i quali esercitano il proprio potere a scapito degli invisibili.
Le forze dell’ordine hanno mantenuto questo spazio pubblico così com’è, con le sue discriminazioni intatte. Tutto ciò è qualcosa di profondo, riguarda il volto poliziesco di una politica che non dà risposte a questa generazione. Tanto più che quei ragazzi si sono giustamente identificati in un diciottenne morto in maniera raccapricciante mentre stava lavorando. Parliamo di una generazione senza voce, di cui si discute di continuo senza mai che la si ascolti davvero, come successo durante tutta la pandemia. Quando poi li troviamo a manifestare, vengono pure picchiati. In piazza si sono viste scene da regime autoritario, non è pensabile che la polizia prenda a manganellate in quella maniera gli studenti. E mi è molto dispiaciuto ascoltare la ministra dell’Interno Lamorgese prendersela con presunti “infiltrati” anziché riconoscere le responsabilità delle forze dell’ordine.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 4 febbraio 2022

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