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Espressioni di forza in democrazia?

La lettura del recente articolo di Sergio Caserta sul Manifesto in rete di Bologna mi dà l’occasione di esprimere un’ulteriore descrizione della situazione attuale, per me alquanto pericolosa. E’ da anni che la possiamo percepire: sono contorni sempre più negativi per la democrazia costituzionale scritta. Sono giorni in cui osservo una vergognosa rappresentatività dei nostri eletti, almeno della maggior parte di loro. Non posso però dimenticare che quasi 300 parlamentari hanno cambiato casacca in questi quattro anni di legislatura: hanno fatto di tutto per mantenerla; pochi hanno pensato a lezioni anticipate e si sono avuti tre Governi, la media italiana si è mantenuta.

Per osservare la decadenza della democrazia italiana, che forse soltanto negli anni Settanta aveva cercato di imporsi trovando subito sulla sua strada bombe e destabilizzazioni del sistema, si può cominciare dalla storia italiana del dopoguerra. Qui mi limito ad anticipare la data indicata da Sergio, il 2018, e vado al referendum costituzionale del 2016.

Con questa elezione del Presidente della Repubblica, che non è ancora da definire Capo dello Stato (!), si sta rischiando di avvalorare una Costituzione materiale che viene fra l’altro sempre più facilmente veicolata dai tanti talk televisivi o dalla carta stampata. Per me non è detto che la trasparenza dell’informazione passi dalla continua chiacchiera di giornalisti-opinionisti in attesa della fumata bianca elettiva e dal “minuto per minuto” arricchito da comunicazioni di social dei capi politici. Questi si prendono le prime pagine, i giornalisti fanno da contorno a pietanze sempre meno energetiche e riscaldate. Manca la capacità di impostare un discorso per avere la giusta energia del mix di ingredienti, confronti democratici seri ed ampi per la nostra salute. Si rischia l’indigestione di nutrienti indigesti: incapacità di scegliere le idee e mantenersi attorno ad un tavolo sempre più impoverito, ma che per la consuetudine odierna è sufficiente a far mangiare lautamente solo alcuni.

Oggi in questa confusione mediatica nella quale hanno più valore i tweet e i contro-tweet si sta per esempio portando all’opinione pubblica l’ansia di elezioni che dovrebbero essere fatte in brevissimo tempo, senza tener conto delle difficoltà solo politiche dei nostri rappresentanti.

Dico nostri, ma purtroppo faccio parte di quella minoranza che non ha visto eleggere in Parlamento chi aveva votato!

E qui cominciano i problemi della democrazia che non sono appannaggio di questa ultima e vergognosa situazione. La legge elettorale ha permesso solo a candidati scelti dai capi di partito di andare in Parlamento; la legge elettorale ultima si sarebbe dovuta cambiare, ma ci avviciniamo alla prossime elezioni politiche (2023, cioè sono dietro l’angolo) senza nessuna riforma. È però intanto avvenuta la riforma del Parlamento: si è diminuito il numero dei parlamentari convincendo (sempre tramite l’informazione odierna) i cittadini che la riforma si è fatta per diminuire le spese dei parlamentari. Gli stessi che intanto si sono aumentati gli emolumenti e si stanno assicurando, finendo la legislatura, lo scranno per arrivare alla pensione da parlamentare. Peccato che non ci sia in previsione alcun controllo sul loro operato; dovrebbe essere quello dei cittadini, ma può essere possibile che i cittadini italiani, e se non cambia ancora nulla prima delle prossime elezioni, possano realmente decidere di non votare più nessun eletto fra i parlamentari, i consiglieri di regione, e i consiglieri dei consigli comunali e metropolitani attuali? Lo auspicherei, ma so che è pura utopia. Del resto anche per le grandi aziende pubbliche chi perde soldi dello Stato ha laute buonuscite e un posto assicurato in altra azienda. Il nostro bilancio passa anche da questi comportamenti, ma nessuno sembra rendersene conto. Le Corti, cioè le diverse giustizie sono esautorate spesso dai loro poteri. Si pensa alla riforma, ma non ad aumentare le persone che devono fare i controlli, in tutti i settori pubblici!

Queste ultime votazioni mi hanno portato in questi giorni a ripensare al risultato del referendum costituzionale del 2016. Ci fu la vittoria dei no. Non so se veramente se ne stia tenendo conto: E’ come per il referendum sull’acqua pubblica: la voce dei cittadini rimane inascoltata. La maggioranza di essi, in base alla Costituzione vigente può esprimere la democrazia diretta; lo fa ancora attraverso il voto politico dei rappresentanti, cioè dei parlamentari (compresi le assemblee regionali e comunali) o la possibilità di proporre leggi di iniziativa popolare, e appunto con il voto su referendum popolare o su quello costituzionale. Non c’è ancora l’elezione diretta per eleggere “capo del Governo e/o dello Stato”. Ma i mass media stanno comunicando queste possibilità.

Quel referendum aveva fra le righe questa idea; comunque restringeva la possibilità di minoranze di avere loro rappresentanti in Parlamento. Ciò che fu negato nel 2016 si sta cercando di riproporre. Intanto da allora è arrivata l’attuale legge elettorale che così ha permesso di far eleggere un buon numero di politici decisi dai capi ed oggi si rivelano poco capaci di prevedere situazioni difficili avendo il primario obiettivo del bene di tutti; molti manifestano scelte legate ai loro interessi personali o dei loro accoliti. Politici che, tolto la destra di Fratelli d’Italia e in parte della Lega, fanno parte di schieramenti sempre più frantumati e per i quali non esistono più partiti strutturati, cioè quei corpi intermedi che i costituzionalisti prevedevano come elementi dell’agire politico democratico. Erano partiti che, partendo dal basso facevano emergere le idee attraverso assemblee e congressi elettivi. Lasciando da parte il M5S mai definitosi partito, è dal 2016 che il Partito Democratico dovrebbe fare un congresso. Intanto immobiliarizza le vecchie case del popolo e l’allora segretario, dopo aver perso il referendum costituzionale si fa eleggere senatore, decide chi far eleggere e dove; così decide di accettare il 2° governo Conte, poi fa un altro partito lasciando molti parlamentari eletti da lui in un Pd con tante teste ed ancora in attesa del suo abbandono dall’agone politico e di un congresso.

Oggi dunque in questo desolante quadro politico sembra rimanere soltanto plausibile per la malata democrazia italiana la rielezione del presidente Mattarella che da garante della Costituzione ha finora sperato di non essere rieletto, distinguendosi per me in senso positivo, rispetto al Napolitano bis, anche se è durato poco tempo. Si continua inoltre a pensare a Draghi come possibile Presidente della Repubblica, solo perché è una figura conosciuta all’estero. In questo caso comunque vedo un altro strappo alla nostra Costituzione ed anche un comportamento inopportuno.

Per prima cosa mi ritorna in mente l’eterna voglia di costituire un presidenzialismo o semi-presidenzialismo, fra l’altro in un momento in cui in Francia si sta pensando di riformare la Costituzione proprio per limitare i poteri di un capo dello Stato che è anche capo del Governo. Questo era l’obiettivo storico di tanti politici italiani fin dal dopo guerra. Sarebbe così più facile dare ancora più potere a pochi e ad oligarchie italiane, anche se molti fatti mostrano già questa forma di Stato.

Il comportamento inopportuno è quello di lasciare le cose a metà: bisogna concludere il lavoro economico-finanziario intrapreso faticosamente quest’anno. Pur se c’è la mediazione di questa incapace politica parlamentare, chi ha gestito il progetto per il PNRR deve avere la responsabilità per portarlo avanti. Responsabilità e coraggio politico spesso mancano però da noi. Questo Governo si è barcamenato, ma i mass media hanno sparato a zero al precedente ed osannato chi per esempio ha fatto una legge di bilancio che dovrà essere messa in pratica. Non credo lo sarà se chi ha fatto gli odierni piani del PNRR dovrà lasciare il posto per un anno cruciale come il 2022 ad un altro Governo.

Mi aspetto che ognuno cominci seriamente ad avere il coraggio delle proprie azioni e quindi si senta responsabile verso i cittadini. Forse è utopia?

Intanto la nostra democrazia è sempre più in difficoltà per i tantissimi indifferenti alla politica, oppure per spettatori abituati più ad ascoltare e meno a confrontarsi fra loro e con idee. Così si lascia il campo solo alla legge del più forte, che non è più il cittadino.

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