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Ritratto dell’artista da donna. Anna Amadori o dell’incandescenza

Prima di addentrarci nel nucleo della chiacchierata che riguarda le modalità artistiche in cui Amadori si pone anzitutto a se stessa, ancor prima che al pubblico, bisognerebbe spendere due parole sulla stagione Agora, di cui spesso abbiamo raccontato ed anche della associazione Liberty, che di quella stagione è artefice naturalmente insieme ad una polifonia di soggettività territoriali istituzionali e non.

Ricordiamo qui brevemente che Agorà è realmente un esperimento ormai collaudato e di successo, di quella che può essere una stagione organica, ecosistemica, continuativa spalmata in una vasta porzione di area metropolitana. Questa stagione ha portato in calce fin qui la firma di direzione artistica di Elena di Gioia, una autentica curatrice, nel senso più vero e denso di significati del termine. Liberty anche è una sua creatura ed è una associazione a trazione femminile, con la naturalezza di cui sanno nutrirsi le cose fatte bene. Incontro Amadori, che è una delle artiste-magistrae, di queste stagioni, quando è diventata presidente della associazione. Del resto DiGioia è stata chiamata contestualmente ad incarichi di governance amministrativo-culturale di cui presto parleremo.

Cosi, con Anna, che conosco dai tempi dell’indimenticato e indimenticabile Teatro di Leo, questo straordinario irripetibile mix di formazione, esperimento, rigore e calibrato azzardo, scelgo di conversare a partire dalle ultime cose viste di lei per procedere a ritroso e provare a seguire un filo di discorso.

Un filo sottile, tenace e luminoso che lega nuovi statuti artistici e figure ibride di donne artiste della scena, della performatività, della scrittura, della pedagogia, della drammatizzazione, della visione.

Filo che può essere più o meno conduttore di elettricità, dunque addirittura incandescente in certi casi.

Importante è trasmettere e comunicare un certo genere di energia, energia di narrazione, per esempio, che fa esplodere tutto un mondo linguistico sotterraneo, persino quando il tramite è quello maschile, in questo caso la penna di Maurizio Garuti

Mi riferisco infatti allo spettacolo sortito come esito di un laboratorio intensivo condotto da Amadori stessa con un folto gruppo di donne, impegnate a rileggere racconti di vita contenuti nel corposo volume Il cuore delle Donne, storie vere di cibo, amore e coraggio, come racconto collettivo e complessivo, cucito addosso sui corpi e sulle personalità delle donne in scena, per poi ritrasferirlo al pubblico come patrimonio comune.

Non per caso, esordisce Amadori, ho titolato questo lavoro, Parlami di te. Perché questo deve risultare: il senso profondo della relazione di ascolto e presa in carico, per cosi dire, che un testo deve suscitare. I libri sono di chi li legge, non più di chi li ha scritti, una volta divulgati. E quando vengono detti in pubblico, questo cerchio si allarga come quello prodotto dal sasso sull’acqua. Qui poi c’era un fattore ulteriore di interesse che era dato dal fatto che lo scrittore di pianura Garuti, conosciuto e amatissimo dal territorio, si era posto modestamente in disparte come cronista, raccogliendo al registratore storie di vita realmente accadute, spesso riconoscibili per chi vive in zona. Questo creava come una eco per me, che solo la pratica teatrale poteva portare in evidenza.

Anche se mi piace molto scrivere e coltivo, per cosi dire, con dedizione, quadernini fitti di notazioni e raccontini, non parto mai da questi, per i miei laboratori e spesso neppure da testi teatrali, perché voglio che scaturisca un lavoro davvero collettivo di ri-creazione,riappropriazione,partendo dalle parole, dal loro suono, dalla loro bellezza, dalla loro pregnanza. Certo che ho dei testi del cuore che mi porto sempre dietro con me o su cui ho lavorato. C’è Collodi con Pinocchio, che ho anche interpretato, c’è Roversi su cui ho invece fatto drammaturgia sempre per Agorà, ma soprattutto c’è Dante, che fa si le parole siano accadimenti, cose che ci riguardano. Inizio sempre laboratori con persone digiune di teatro proprio leggendo terzine dantesche. La lingua ci indica molto della rappresentazione, della sua temperatura.

Ci sono però diversi modi di avvicinamento, a volte obliqui, che sono un po’ un tradimento in questo senso. Proprio il caso in questione, perché il mio intento era quello rendere una condizione, universalizzare i casi individuali. Pertanto in questo caso ho proceduto ad eliminare dalle trascrizioni tra virgolette di Garuti, poiché credo che ci sia sempre una impronta autorale in queste operazioni, tutti i riferimenti dialettali e gergali e anche ho mischiato le carte in modo che dalla resistenza agli anni 80-90, non ci fosse una cronologia storica, mentre ho cercato di lasciare alle attrici che hanno lavorato intensivamente e con entusiasmo, una certa libertà. Di essere se stesse con le proprie inflessioni, abiti e caratteristiche fisiche e potersi scegliere le figure femminili che preferivano. Questo per dare idea di atemporalità e polifonia e coinvolgere il pubblico, non renderlo guardone di storie altrui.

Il Castello di Bentivoglio è una location splendida ed evocativa di per sé, con sale anche ampie, cosa fondante con tutti i problemi di gestione pandemica che ci sono: io ho individuato questa sala dei 5 camini come luogo possibile per non far sedere il pubblico in maniera frontale, pur rispettando i distanziamenti, e farlo accerchiare dalle voci e dalle storie. Certo sarebbe stato auspicabile un approccio più intimo, più raccolto con una sessantina di spettatori e non il doppio come di fatto è accaduto, ma da un lato la stagione Agorà ha fidelizzato molta audience dai territori e anche da Bologna, dall’altro l’adesione locale a qualcosa che poteva sembrare una operazione vintage ed invece era una condivisione ed uno stringersi intorno ad una storia comune, ha pagato moltissimo e di questo non posso che rallegrarmi.

In questo periodo sono molto impegnata con il predisporre nuovi laboratori e cosi, visto che mi chiedi di cosa penso di questa edizione dei premi Ubu, in tempi cosi incerti, posso dirti che l’ho seguita un pochino distrattamente, ma credo sia sempre una occasione importante per ribadire l’esserci delle arti sceniche. I premi sono stati calibrati su scelte di valore e su ciò che ha potuto avere maggiore visibilità in questo momento e dunque da un lato era difficile, da un lato inopportuno fare dell’ultra nuovismo a tutti i costi, anche perché l’importante per la nostra scena culturale è consolidarsi, sedimentarsi. Si è cercato di dare uno sguardo anche ai progetti che meglio avessero in qualche modo affrontato o scavallato il tema dolente del Teatro che forzatamente doveva inventarsi modi, luoghi, tecnologie e visioni per esistere oltre la presenza dei corpi tutti. Forse, rifletto io, questo sguardo avrebbe meritato approfondimenti ulteriori oltre ai premi veri e propri. Sto pensando naturalmente ad alcune esperienze sperimentali della stagione di Agorà, cui la stessa Amadori ha partecipato, oltre l’ampia sezione in merito che ha coinvolto Kepler 452e le iniziative estive di Epica. Mi voglio riferire in particolare alla Parola Soffiata. Un interessante tentativo, a mio avviso da riprendere, di coniugare teatro, esperienza radiofonica, diretta streaming e riscrivere l’idea comunitaria, realizzandola oltre le esperienze casalinghe di ascolto . L’attore infatti veniva posto alla lettura all’interno di una sala di consiglio comunale in turnazione tra i comuni che aderivano all’esperimento. Soprattutto questa programmazione metteva in luce un ruolo diverso dell’estensore di stagioni, che bada, come dicevamo, alla cura non solo del territorio ferito, ma anche alla cura dei talenti che esso esprime, al sostegno di un comparto cosi duramente colpito da tutte le vicende di contrasto al Covid, azzardando di reinventare un ruolo più autorale e registico per molti interpreti nostrani. In effetti si, perché ciascuno era chiamato a confrontarsi, dirigersi, articolarsi su una parola guida liberamente selezionata come identificativa del periodo, proponendo un testo del cuore che la esprimesse. Come puoi immaginare, chiosa Amadori, una formulazione molto congeniale alla mia sensibilità. Finora non ho mai pensato pur avendo tanti materiali, di mettere in scena qualcosa interamente scritto da me, proprio perché cozza un po’ con la mia idea laboratoriale e anche perché poi come in questo caso,c’è sempre comunque tanto di me in tutto ciò che porto in scena.

Intravedo in questa affermazione un ottimo assist per parlare di uno splendido lavoro prodotto sempre da Liberty, da me visionato in estate negli spazi di Arena orfeonica. Stiamo parlando di questa Forma dell’incandescenza, ovvero una discesa nell’insondabile cosi ben scandagliato dalla pluripremiata scrittrice canadese, della regione di Ontario, per la precisione, Alice Munro, cui Amadori aderisce con disincanto appassionato, perdonerete l’ossimoro, a tratti persino divertito, esattamente come quando ciascuna di noi fissa allo specchio se stessa cogliendo simiglianze, divergenze, segni del tempo, di i espressione, di stanchezza, di amarezza, di dolcezza ricomposta.

Munro, maestra del racconto breve, favolistico, paradigmatico, ma anche autobiografico, con un linguaggio antipsicanalitico, dove le cose accadono, prima che venire interiorizzate, nella versione Amadori, costruisce un convincente affresco per frammenti di una condizione femminile giocata sull’implosione, il trattenere, il calibrare forza e debolezza in costante dialettica. Anche qui, ho lavorato su una presunta atemporalità dei racconti, che sposto e ricombino nella effettiva cronologia di scrittura, perché è un po’ come se infine dovesse uscire una voce sola. Anche l’accompagnamento al violoncello di conseguenza non è una colonna sonora, ma un contrappunto alle parole. Posso dirti che quando utilizzo costumi di scena, adoro quelle costumiste come Dall’Aglio (ndr, del resto premiata ai recenti UBU per la sua sezione), che riescono a restituire questa particolare condizione di tragico ricorrente assoluto femminile, molto teatrale di per sé, inclassificabile secondo criteri di storicismo banale, che ci fa sentire automaticamente come prigionieri di un sogno malefico, avvelenato.

Ho lavorato con lei sulle drammaturgie, vere partiture musicali di per sé, della lingua francese di Fabrice Melquiot, per esempio, che è ben diversa da quella carica di una sorta di suspence di Munro, la suspence del quotidiano, che ci tiene in vita, per restare a vedere come va a finire.

Melquiot è un grande tragico contemporaneo, che ha letto e adora Racine, Corneille, in cui il linguaggio è sempre dialogico anche nei monologhi, come l’Inatteso, per esempio e in cui la disperazione si tinge di dark e persino di una sorta di umorismo macabro. I Girasoli è nato dapprima come mise en lecture, davvero di grande impatto anche perché ero affiancata da giovanissime attrici, non più promesse della scena, ma splendide conferme e interpretavo questa figura di madre molto più che dolorosa, perché traslata dalla funzione di datrice di vita a quella di accompagnatrice alla Morte.

Con tutto questo Melquiot, in realtà vuole parlarci dell’oggi, delle pulsioni suicidarie per esempio e del grande tema dello stupro. Io non riesco a vedere questo terribile sfregio, né come un mistero, o una sacca di arretratezza in certe realtà, o un fatto di cronaca brutale cui applicarsi con piccoli rimedi.

Credo invece antropologicamente, che sia un modo di esprimersi della cultura del Patriarcato, che evidentemente non abbiamo ancora superato.

Mi viene spontaneo a questo punto interrogare Anna sul suo rapporto con la Storia, che pare per lei esprimersi nella misura della tragedia e di una certa compostezza classica.

Sono una appassionata, pensa un po’, della divulgazione storica, mi divertono molto le rubriche televisive in tema, ma il mio contributo, possiamo dire al dibattito pubblico cultural-politico, sfugge appunto l’indagine cronachistica, le suddivisioni inerenti i tanti tipi di passato. Io mi concentro di più sulla purezza, quella incandescenza che la parola rivela e ci rivela come appunto la nostra lotta sia sulle ricorrenze spesso mistificate e camuffate da altro. I miei spettacoli come attrice, pedagoga, regista, dramaturg di me stessa, possono essere scarni, quasi scorticati sul corpo, che a dispetto di tanto indugiare ora con te sui testi e gli autori, considero centrale, anche nel movimento impercettibile e non “arty”, un corpo in lotta sempre agonica per ritrovare la visione perduta, perché appunto anche la Storia maiuscola, spesso sembra smarrirla. In questa asciugatura, quello che vorrei si comprendesse è che se da un lato non c’è realismo a tutti costi, altrettanto neppure minimalismo, che tanto oggi viene blandito come autografo e autorappresentazione di un falso movimento. Insomma tutto fuorché crepuscolari, i lavori targati Amadori e fuori da una stereotipia dei temi di genere, per proporci piuttosto, una irriducibilità della lotta tra i sessi.

Il tema dell’assoluto, considerato per lungo tempo, fuori dalla portata di lettura femminile, torna con questo richiamo ormai costante alla classicità in una buona fetta della scena contemporanea. Il vaticinio, la profezia, la morte, la pestilenza, archetipi che navigano come schegge impazzite nel nostro immaginario ormai non più cosi rivolto al Futuro, quanto meno di magnifiche sorti e progressive, sono il terreno di confronto poetico tra linguaggi e culture diverse per esempio per altre grandi artiste dell’oggi italiano.

Pertanto, rimanete collegati su queste frequenze, per un prossimo appuntamento ravvicinato con artiste ben consapevoli della pregnanza storica delle questioni legate ai generi.

Foto in copertina di Paolo Cortesi

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