Il nuovo anno del Kazakistan

di Maria Chiara Franceschelli /
11 Gennaio 2022 /

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Le proteste esplose nell’immenso Paese ex-sovietico dell’Asia centrale ci hanno colto di sorpresa. Eppure vengono da lontano e testimoniano problemi che si sviluppano dagli enormi divari tra la massa della popolazione e l’élite

A poco più di trent’anni dal crollo dell’Unione Sovietica, il 2022 inizia per il Kazakistan in maniera assai turbolenta. Il 4 gennaio scorso, in seguito all’aumento dei prezzi del Gpl, violente rivolte sono scoppiate ad Almaty, che con quasi 2 milioni di abitanti è la città più popolosa del Kazakistan (ma non la capitale, che è invece Nur-Sultan, un tempo denominata Astana) e si sono subito allargate a tutto il Paese. Quella che è iniziata come una protesta sul caro vita si è presto trasformata in una rivolta schierata apertamente contro il governo e le istituzioni. Tuttavia, per comprendere il contesto politico che ha condotto a questi eventi bisogna fare diversi passi indietro.

Il Kazakistan durante e dopo l’Unione Sovietica. Il Kazakistan è la regione più ricca dell’Asia centrale, nonché il principale esportatore energetico nell’ambito della Comunità degli Stati indipendenti (Csi). Un territorio enorme, popolato da soli venti milioni di abitanti, ricco di risorse naturali e idrocarburi: metano, petrolio, carbone, ferro e altri giacimenti. Dinamiche conflittuali fra «centro» e «periferia» hanno segnato in maniera profonda la storia recente del Paese.

Durante il dominio sovietico, il Kazakistan fu una regione sostanzialmente periferica in senso geopolitico, spesso governata da segretari di partito estranei alla regione, nominati direttamente dal Cremlino. Negli anni Cinquanta, alla scoperta di ricchissimi giacimenti di petrolio, Mosca rese la Repubblica socialista kazaka la principale fonte di energia della intera Unione. Il greggio estratto veniva trasportato a impianti di lavorazione esterni al Paese e usato per nutrire l’industria nazionale. Allo stesso modo, i gas naturali estratti nella regione venivano esportati in altre aree. A lavorare nell’industria petrolifera erano lavoratori provenienti da altre Repubbliche, «deportati» in territorio kazako, mentre la manodopera locale era relegata all’agricoltura, settore notevolmente più precario e meno redditizio. Per via di queste politiche, il Kazakistan e i suoi abitanti non beneficiarono in prima persona dell’incredibile ricchezza del proprio suolo, rimasero in condizioni socioeconomiche e infrastrutturali svantaggiate e in posizione periferica rispetto al centro del potere sovietico, e furono sempre più soggetti a scontri di natura etnico-sociale con altre popolazioni presenti sul territorio.

Alla dissoluzione dell’Urss, le élite locali sfruttarono la ricchezza di risorse naturali per avviare un processo di rapida privatizzazione, basata su investimenti diretti esteri. Le multinazionali straniere stabilirono così un controllo capillare sulla ricchezza del Paese. Con il passare degli anni e con il progressivo accentramento del potere da parte del governo kazako, tuttavia, questa egemonia passò allo Stato, grazie a politiche governative che al multivettorialismo degli anni immediatamente precedenti predilessero investimenti da parte di Russia e Cina e una gestione delle grandi imprese dell’energia fortemente statalizzata.

Trent’anni di regime ininterrotto. Già Primo ministro della Repubblica socialista sovietica kazaka nel 1984 e presidente del Soviet supremo nel 1990, Nursultan Nazarbaev venne eletto presidente della neonata Repubblica del Kazakistan nel dicembre del 1991, segnando la sostanziale continuità con l’epoca sovietica. Nazarbaev instaurò un sistema politico autoritario, che si consolidò definitivamente in seguito alla sua rielezione del 2005, e legò a sé le lobby e i principali gruppi economico-finanziari del Paese, segnando appunto la svolta statalista nella gestione dell’economia dopo diversi anni di privatizzazione e vendita dei principali asset a investitori esteri.

Col passare degli anni, Nazarbaev edificò un regime semi-autoritario, fortemente personalistico, dominato dal partito Nur-Otan, una formazione che nel tempo ha incorporato in un unico organismo il fronte a sostegno di Nazarbaev, e che tuttora domina incontrastato la scena politica nazionale, forte delle connessioni con i principali gruppi di interesse del Paese e dell’aspra repressione nei confronti delle opposizioni parlamentari e non. Nel 2019, Nazarbaev si dimise dalla carica di presidente, per rivestire il ruolo di capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, un organo che ha notevole influenza sulle questioni interne, soprattutto in materia di controllo sociale. Una mossa interpretata come dimostrazione della sua volontà di continuare ad avere un ruolo di punta nella politica nazionale.

Toqaev: la svolta mancata. Questo desiderio da parte di Nazarbaev è stato evidente anche nell’appoggio al suo successore, Qasym-Jomart Toqaev, salito al potere nel 2019. Candidato di Nur-Otan, ex ministro degli Esteri e Primo ministro fedelissimo di Nazarbaev, il nuovo presidente ha segnato una sostanziale continuità nella situazione politica, ormai stagnante. Un barlume di speranza, tuttavia, sembrava esserci. Toqaev ha inaugurato la presidenza con un pacchetto di riforme in senso liberaldemocratico: una riforma costituzionale per incrementare il pluralismo politico, una nuova legge elettorale per incoraggiare le pari opportunità, un abbassamento della soglia di sbarramento e una maggiore apertura alle istanze di opposizione. Promettenti sulla carta, queste riforme si sono rivelate più cosmetiche che sostanziali, mantenendo inalterato lo status quo del potere.

I fattori politici e i fattori economici. Ecco il quadro per aiutarci a contestualizzare gli avvenimenti di queste ore: un Paese delle cui infinite ricchezze beneficia da trent’anni un’élite ristrettissima, con la maggioranza della popolazione che si ritrova in condizioni sempre più precarie. Rivendicazioni su base economica hanno peraltro animato il Paese, spesso in maniera drammatica, nella sua storia più recente. Risale al dicembre del 2011 uno dei casi più eclatanti, il massacro di Zhanaozhen, il più grande sciopero operaio dalla caduta dell’Urss, soppresso nel sangue. Si stima che negli scontri persero la vita più di sessanta persone e ne furono ferite almeno quattrocento. In seguito a quell’evento, le lotte operaie continuarono ad agitare il Paese a lungo. Non vi furono tuttavia sostanziali inversioni di rotta nella redistribuzione delle ricchezze, né la mobilità sociale uscì dalla stagnazione in cui versa da tempo.

Alla base delle proteste di questi giorni è dunque realistico individuare non solo la frustrazione dovuta all’impasse politico sostanzialmente immutato dagli anni Novanta a oggi, ma anche un disagio economico crescente, che ha portato a un vero e proprio scontro di classe. L’aumento del prezzo del Gpl è infatti una diretta conseguenza della progressiva liberalizzazione del carburante, ora venduto esclusivamente secondo le leggi di mercato, che nel quotidiano si è rivelata insostenibile per la classe media. A ciò bisogna aggiungere altri fattori, come l’inflazione in aumento (8,7% annuo nel 2021) e il fatto che un’economia basata esclusivamente sull’esportazione di risorse naturali offra scarse opportunità di diversificazione, favorisca la concentrazione delle rendite e dunque tenda a aumentare il divario socioeconomico nella popolazione. Le disuguaglianze economiche marcano anche profonde differenze fra le diverse regioni: nell’Atyrau, la regione più ricca del Paese, il Pil procapite è tre volte superiore alla media, mentre nel Turkestan, la più povera, è un terzo della media nazionale.

La narrazione istituzionale e la scarsità di informazioni. Alla fine del secondo giorno di proteste, il presidente Toqaev si è espresso pubblicamente riconducendo le proteste a «gruppi terroristi addestrati all’estero, estremisti e radicali»: una presunta ingerenza, dunque, volta a giustificare la richiesta di supporto da parte del Csto, il Patto di difesa della Csi. Alla richiesta di Toqaev l’Alleanza ha risposto affermativamente, e il 6 gennaio le truppe di pace dei vari Stati membri sono entrate nel Paese, a cominciare da quelle russe.

Non è chiara, al momento, la strategia di collaborazione fra le forze dell’ordine locali e i contingenti stranieri per sedare le proteste. Nel primo e nel secondo giorno di protesta, pur essendoci stati scontri violenti fra manifestanti e forze armate che hanno portato a diverse vittime da entrambe le parti, le forze dell’ordine locali hanno indietreggiato. Ad Almaty, in particolar modo, i manifestanti hanno sostanzialmente messo in fuga la polizia e la guardia nazionale e saccheggiato le loro sedi, prendendo apparentemente il controllo della città. Da fonti non ufficiali giungono anche testimonianze di membri delle forze dell’ordine schierati al fianco dei manifestanti nelle rivolte antigovernative. Bisognerà vedere in che modo le forze locali insieme alla Csto tenteranno di riportare l’ordine in uno scenario che alle manifestazioni ha visto sostituita la guerriglia urbana. Nelle principali città kazake, infatti, proseguono ininterrotti scontri armati, sparatorie ed esplosioni in uno scenario di caos violentissimo. Dalla risposta delle autorità e dalla strategia di azione dei cittadini dipenderà l’esito dello scontro.

La strategia delle istituzioni non è infatti l’unico punto poco chiaro della vicenda. Anche le radici dell’organizzazione dei manifestanti rimangono sostanzialmente sconosciute. Nessuna organizzazione specifica, né sindacale, né politica, ha rivendicato le proteste. Le strade appaiono estremamente trasversali ed eterogenee, complice anche il fatto che il Kazakistan, dal punto di vista demografico, è un Paese estremamente giovane. Si tratta certamente di moti largamente condivisi, ma la grande efficienza delle azioni dei manifestanti solleva interrogativi interessanti sulla coordinazione della guerriglia. Al momento, queste proteste risultano perciò caratterizzate da una scarsità di informazioni rara nell’era iperconnessa. Di ciò bisogna tenere conto nel comporre analisi immediate.

Per ora, vedremo per quanto, gli occhi rimangono puntati sul Kazakistan e sull’Asia centrale, una regione in evidente fermento e in forte conflitto con il proprio passato e incapace di trovare una qualche forma di stabilità nel proprio presente.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Mulino – Rivista l’8 gennaio 2022

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