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Ciao Gianni

Mi hanno raccontato che quando è caduto e si è rotto il femore, e gli hanno scoperto un tumore esteso che lo ha rapidamente portato via, Gianni ha detto a Gillian: è finita! E penso che anche senza pensare alla morte, l’idea di non potersi più muovere fosse davvero l’idea della fine. Tutto il suo lavoro, la prosa, le traduzioni, il cinema, l’essere con gli altri è sempre stato animato da questa straordinaria energia di camminatore diurno e notturno, che in lui era scrivere. Lo dice molto bene in una bella videointervista a Marco Belpoliti per Doppiozero di alcuni anni fa dove racconta come scriveva. Faceva passeggiate sui colli bolognesi fino ad esaurire l’energia, o quella energia, tornava a casa e si metteva al tavolino.

Credo che questa forza arrivi anche attraverso i suoi libri, dove Guizzardi e Garibaldi, Giovanni, i tanti personaggi dei Narratori delle pianure o dei tanti magnifici racconti successivi, entrano nel racconto quasi di corsa, trafelati, trascinati e trascinando nelle vicende con la rapidità di esecuzione e il rigore di chi sa che quei passi sono tutti importanti, e sono proprio così. Quasi saltasse da una pietra all’altra per attraversare il greto di un fiume. E così i film, che sono spesso proprio la cronaca di un girovagare curioso in Emilia o in Africa, per vedere case che crollano insieme a John Berger o per raccontare la propria infanzia a un gruppo di amici. Il modo di parlarsi, quando ci si incontrava, aveva sempre questa caratteristica, un vieni con me, o vieni via con me, scriveremo e parleremo mentre andiamo di qua o di là, ti faccio vedere un posto, voglio che conosci il tal dei tali, andiamo a vedere dove finisce quella strada…

Poi naturalmente si incrociava anche la staticità. E questa è sempre stata la condizione da cui lui fuggiva. L’incensamento letterario, i premi (che citando Thomas Bernhard diceva è come se ti cagassero in testa), in generale il venire fissati, immobilizzati. Capisco così perché la rottura del femore, credo anche prima della diagnosi di un tumore che gli hanno scoperto in seguito, deve essergli apparsa come la fine.

Del lavoro, il tantissimo lavoro che ha fatto nella sua splendida camminata si è molto scritto, c’è il “Meridiano” di Nunzia Palmieri e Marco Belpoliti, ci sono monografie, interi numeri di riviste, e soprattutto tantissime persone che con lui hanno lavorato o da lui hanno imparato e che con lui hanno condiviso. Io vorrei solo mostrare una linea, che nella mia mappa emotiva e intellettuale segna una delle direttrici più visibili. Una linea che nasce dalle difficoltà della sua adolescenza e che riaffiora in tanti punti del suo lavoro, dai primi romanzi, che ne sono segnati profondamente, a tanti altri spunti che riaffiorano fino agli ultimi lavori.

Quali sono le difficoltà dell’adolescenza? La prima è la stessa di cui parla Jacques Prevert in una bella poesia dove a un ragazzo viene chiesto di seguire il computo delle tabelline e lui si mette a guardare un uccello fuori dalla finestra. In pochi come in Gianni, il dolore di questa costrizione in una classe, di un bambino che vorrebbe saltare e giocare e correre, e semplicemente vivere, si mostra con tanta sofferta eloquenza. E anche il camminare diventa quindi proprio il luogo in cui si frantumano, scontrandosi l’una con l’altra, l’aperto dei prati e del cielo e il chiuso di un tavolino in una stanza.

In La banda dei sospiri, questa esplosione avviene in un teatrino familiare dove ogni personaggio ha il nome di un qualche eroe romanzesco, di un attore del cinema o di qualche altro eroe, ma sono tutti molto veri e vicini all’osso, persino edipici come quando il terribile Federico fa l’amore con Veronica Lake e distrugge nell’anima del giovane Garibaldi famiglie di origini e famiglie future, consegnando tutta la vicenda personale a una impossibile ricostruzione di vite infrante.

Questo tono, tragico, in Gianni non è mai la partitura principale, Gianni sa bene che trascinerebbe in una immobilità che per lui sarebbe la fine, distruggerebbe il camminatore. Bisogna al contrario trovare lo scarto che consente di evitare la fine, i giudizi universali, bisogna scappare, saltare, uscire. Ma questa voce è presente fin dall’inizio e si mostra solo in controluce, e soprattutto la si sfugge. Perché quando ci si ritrova immobili, allora davvero è finita. Ma è sempre lì, affiora ogni tanto in un tono, nella scomparsa di un uomo lodevole o tra le righe di racconti che apparivano quasi scanzonati a mostrare la ferita, perché è stato necessario mettersi a camminare. 

I primi che recensiscono Gianni non capiscono cosa ci sia in gioco, lo ascrivono a un genere comico, non lo vedono. Sarà solo più avanti, man mano che con le ombre inizia a dialogare, che si vedrà com’è densamente intessuta la sua prosa.

Non voglio però che questo sia un ricordo triste. Certo ci mancherà, anche se ormai non scriveva e non parlava più, sapere che poteva fare delle passeggiate lungo le scogliere di Brighton lo teneva vivo per tanti di noi. Ora è finita. Ma così com’è sfuggito ai tanti sbarramenti che ha trovato nella vita, le cose che non sono andate bene e da cui nasceva la necessità di camminare ancora, nei suoi libri c’è qualcosa che supera anche la morte e che spero tanti nuovi lettori ritroveranno ancora per svicolare, superare, saltare gli ostacoli. E non come un semplice saltimbanco, definizione che gli sarebbe piaciuta perché lui voleva proprio avere le mosse di un mimo, ma per la scrittura ricca e così spesso allegra di cui è capace. Allora voglio raccontare un episodio che coglie questo senso dell’umorismo che apparentemente deride la solennità, ma in realtà la accompagna e la colora.

Quando ho incontrato Jenny, con cui poi ho condiviso la vita, gli scrissi una lettera dicendogli che per me lei era un Dio. Lui era in Normandia e io a Londra, e gli dissi che volevo andarlo a trovare con lei. Attraversammo la Manica con una nave una notte e della camminata del giorno dopo, al termine della quale lui ci lesse la storia dei Gamuna, ho raccontato brevemente in un altro pezzo che si trova su Doppiozero, anche quello tutto sul camminare con Gianni. Non so se in quella occasione o poco dopo, citando la mia frase esagerata che paragonava Jenny a Dio, lui mi disse sorridendo che aveva pensato: sarà molto alta…

Ecco, questo è il mio magnifico amico Gianni Celati, sottile, con un sorriso profondo che va sempre al fondo delle cose, le riapre, ce le offre perché anche a noi riesca di sorridere, di noi stessi e della vita, e di farne qualcosa. 

Questo articolo è stato pubblicato su Doppiozero il 3 gennaio 2021

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