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È giunta l’ora di cambiare il modo in cui diamo i dati sul Covid

Le informazioni ci aiutano a farci fare scelte oculate, a decide che cosa, se, quando, come fare. Prima che sulla ragione agiscono sulle emozioni; stimolando paura e speranza ci incentivano a fare o a desistere dal fare. Hanno per questo un impatto diretto sui comportamenti. Chi raccoglie e trasmette dati al pubblico ha un potere notevole. E deve riuscire ad immaginare figurativamente i probabili effetti (a prevedere rischi calcolati).

Da quasi due anni viviamo accompagnati quotidianamente dal numero ufficiale dei contagi da Covid-19 e dei decessi. Per mesi, i numeri ci hanno detto immediatamente che cosa era opportuno fare o non fare, giustificando la funzione emergenziale del governo (prolungata al 31 marzo 2022). I dati governano tutti, anche chi governa. Devono, quindi, essere uno specchio fedele della condizione della lotta alla pandemia. Prima del febbraio del 2021, i dati di contagi e decessi parlavano di una società che subiva il Covid. Ci dicevano che per non soccombere dovevamo evitare di muoverci e interagire. Ma a partire dalla diffusione dei vaccini e della vaccinazione regolate e periodica, l’ambiente che i dati devono fotografare è cambiato.

E lo è soprattutto ora, quando la larghissima maggioranza ha avuto due somministrazioni e molti anche la terza dose. Quindi, la trasmissione dei e i commenti sui dati devono riflettere questa complessità. Ovvero dirci il numero dei contagi, dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi; e poi, per ciascuno di questi gruppi, dirci quanti sono i vaccinati e con quante dosi in ciascun caso. I dati devono registrare questo nuovo contesto, che non è solo di pandemia ma di pandemia in un regime di vaccinazione di massa. I soli dati sui contagi sono imprecisi e sono un allarme controproducente. Infatti, il contagio non ha gli stessi effetti sui vaccinati e sui non vaccinati. Inoltre, senz’altra specificazione, i dati sul numero dei contagi che crescono ogni giorno mandano un segnale disincentivante: se ci si contagia comunque, perché vaccinarsi?

I dati disarticolati sarebbero più corretti e anche più funzionali. Soprattutto, eviterebbero di gettarci nello sconforto come facilmente può succedere con i numeri dei nuovi contagi a causa della galoppante variante omicron. E manderebbero un messaggio esplicito a chi non si vuole vaccinare: su di loro cade la responsabilità di monopolizzare l’azione degli ospedali e quindi di compromettere la cura delle persone affette da altre patologie.

Articolare sistematicamente i dati sulle terapie intensive e i non-vaccinati invece che sui contagi genericamente, toglierebbe ossigeno ai no-vax, a quella minoranza vocifera che egemonizza l’audience quotidiano. Mai una minoranza ha avuto e ha tanta presenza pubblica, tanto peso mediatico, tanto potere di travisare i dati. La maggioranza è nel giusto, e i dati lo dimostrano. Perché non darle più spazio? Perché non brandirla come prova concreta del fatto che vaccinarsi è un modo, l’unico, per convivere col Covid senza soccombere?

Questo articolo è stato pubblicato su Domani il 26 dicembre 2021

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