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Rest in power, bell hooks #1. Insegnare parole nuove per mondi nuovi

Giovedì scorso è morta bell hooks. Abbiamo pensato di riservarle uno spazio, questa settimana, condvidendo alcuni estratti dalle sue opere, già reperibili in rete. Per provare a riempire questo vuoto ineludibile con il volume delle sue stesse parole. Un piccolo tributo che non cessa di rimarcare lo spessore di questa assenza e il bisogno che abbiamo di riempire il nostro presente con tutte le lezioni che bell hooks non ha mai smesso di urlare.

Come il desiderio, il linguaggio sconvolge, rifiuta di essere racchiuso all’interno di confini. Parla contro la nostra volontà, con parole e pensieri intrusivi, violando persino gli anfratti più intimi della mente e del corpo. Durante il mio primo anno di università ho letto la poesia di Adrienne Rich Bruciare carta invece che Bambini, che si scaglia contro il dominio, il razzismo e l’oppressione di classe, e mostra vividamente che fermare la persecuzione politica e la tortura degli esseri viventi sia una questione più vitale della censura, del bruciare libri. Una frase di questa poesia mi ha smosso qualcosa dentro: “Questa è la lingua dell’oppressore, ma ne ho bisogno per parlarti”. Non l’ho mai dimenticata. Forse non sarei riuscita a dimenticarla anche se mi fossi sforzata di cancellarla dalla memoria. Le parole si impongono, mettono radici nella nostra mente contro la nostra volontà. Le parole di questa poesia hanno generato nella mia memoria una vita che non potevo abortire o cambiare. 

Quando oggi mi ritrovo a pensare al linguaggio, quelle parole sono lì, costantemente in attesa, per sfidarmi e aiutarmi. Mi ritrovo a recitarle di continuo in silenzio, con l’intensità di un canto. Mi spaventano, e mi scuotono nella consapevolezza del legame tra lingua e dominio. In un primo momento, resisto all’idea di una “lingua dell’oppressore”, perché questo concetto ha il potenziale di privare di potere chi di noi sta appena imparando a parlare, a rivendicare la lingua come luogo in cui diventiamo soggetti. “Questa è la lingua dell’oppressore, ma ne ho bisogno per parlarti”. Le parole di Adrienne Rich. Allora, quando ho letto per la prima volta queste parole, e ora, mi fanno pensare all’inglese standard, imparare a parlare in opposizione al vernacolo nero, al discorso frammentato e rotto di un popolo espropriato e deportato. L’inglese standard non è il linguaggio dell’esilio, è il linguaggio della conquista e del dominio; negli Stati Uniti, è la maschera che nasconde la perdita di un gran numero di altre lingue, di tutti i suoni delle diverse comunità native che non sentiremo mai, il discorso dei Gullah, lo Yiddish e tante altre lingue dimenticate. 

Se rifletto sulle parole di Adrienne Rich, so che non è la lingua inglese a farmi del male, ma ciò che gli oppressori ne fanno, modellandola per farla diventare un territorio che limita e definisce, per renderla un’arma utile a causare vergogna, umiliazione, colonizzazione. Gloria Anzaldùa ci ricorda questo dolore in Borderlands/La Frontera: “Perciò, se vuoi ferirmi davvero, parla male della mia lingua”. Sappiamo così poco di ciò che gli africani sfollati, ridotti in schiavitù o liberi, emigrati o deportati negli Stati Uniti pensavano della perdita della propria lingua, dell’apprendimento dell’inglese. Solo in quanto donna ho iniziato a pensare a queste persone nere in relazione alla lingua, al trauma di essere costretti a testimoniare la scomparsa della propria lingua di fronte alla cultura del colonizzatore europeo, poiché le voci ritenute straniere non potevano essere proferite, diventavano fuorilegge, il linguaggio del ribelle. Quando mi rendo conto di quanto tempo ci è voluto perché gli americani bianchi riconoscessero le diverse lingue dei nativi americani e accettassero che quelli che i loro antenati colonizzatori definivano grugniti privi di senso erano davvero un linguaggio, è difficile non avvertire costantemente nell’inglese standard il suono del massacro e della conquista. Penso al dolore degli africani “senzatetto” e deportati, costretti ad abitare un mondo in cui vedevano persone come loro, con la loro stessa pelle e nelle stesse condizioni, ma privi di un linguaggio condiviso per parlare tra loro, che avevano bisogno della “lingua dell’oppressore”.“Questa è la lingua dell’oppressore, ma ne ho bisogno per parlarti”. Quando immagino il terrore degli africani a bordo delle navi schiaviste, venduti all’asta, circondati dall’architettura sconosciuta delle piantagioni, immagino che questo terrore si estendesse oltre la paura della punizione, che risiedesse anche nell’angoscia di sentire una lingua che non potevano comprendere. Il suono stesso dell’inglese doveva essere terrificante. Penso ai neri che si incontravano in uno spazio lontano dalle diverse culture e lingue che li distinguevano gli uni dagli altri, costretti dalle circostanze a trovare modi per parlare tra loro in un “nuovo mondo” dove la nerezza e il colore della pelle, e non il linguaggio, diventavano lo spazio del legame. Come ricordare, rievocare questo terrore? Come descrivere quello che deve aver significato per gli africani, i cui legami più profondi erano stati storicamente forgiati nel discorso condiviso, essere trasportati bruscamente in un mondo in cui il suono stesso della propria lingua madre non aveva significato? 

Li immagino ascoltare l’inglese parlato come lingua dell’oppressore, ma immagino anche che si rendano conto che questa lingua debba essere posseduta, presa, rivendicata come spazio di resistenza. Forse, il momento in cui hanno capito che la lingua dell’oppressore, se riappropriata e pronunciata dalle lingue dei colonizzati, poteva essere uno spazio di unione, è stato felice. Perché in quel riconoscimento c’era la comprensione che era possibile ricreare un’intimità, che si poteva dare forma a una cultura di resistenza che avrebbe reso possibile il recupero dal trauma della schiavitù. Immagino, quindi, che gli africani abbiano percepito l’inglese prima come “la lingua dell’oppressore” e poi come potenziale luogo di resistenza. Imparare l’inglese, imparare a parlare questa lingua aliena, è stato uno dei modi in cui gli africani ridotti in schiavitù hanno iniziato a rivendicare il proprio potere personale in un contesto di dominio. Attraverso una lingua condivisa, i neri potevano trovare nuovamente un modo di fare comunità e un mezzo per dare vita alla solidarietà politica necessaria per resistere. 

Pur avendo bisogno della lingua dell’oppressore per parlare tra loro, la hanno anche reinventata, hanno trasformato quel linguaggio per superare i confini della conquista e del dominio. Nella bocca dei neri africani nel cosiddetto “Nuovo Mondo”, l’inglese è stato alterato, mutato ed è diventato una lingua differente. Gli schiavi neri prendevano frammenti di inglese e ne facevano una contro-lingua. Mettevano insieme le loro parole in modo tale che il colonizzatore fosse costretto a ripensare il significato della lingua inglese. Sebbene nella cultura contemporanea sia diventato comune parlare dei messaggi di resistenza nascosti nella musica creata dagli schiavi, in particolare negli spiritual, si discute assai meno della costruzione grammaticale delle frasi in queste canzoni. Spesso, l’inglese usato nella canzone rifletteva il mondo rotto e spezzato dello schiavo. Quando gli schiavi cantavano “nobody knows the trouble I see”, l’uso della parola “nobody” aggiunge un significato più ricco alla frase rispetto a “no one”, poiché il corpo (body) dello schiavo è il luogo concreto della sofferenza. E anche quando i neri emancipati cantavano gli spiritual, non cambiavano la lingua e la struttura della frase dei nostri antenati. Perché nell’uso scorretto e nell’errata collocazione delle parole, c’era lo spirito della ribellione che rivendicava la lingua come luogo di resistenza. Utilizzare l’inglese in modo da danneggiarne l’uso e il significato standard, tanto che la gente bianca spesso non capiva il linguaggio nero, trasformava l’inglese in qualcosa di più della lingua dell’oppressore. Esiste una connessione ininterrotta tra l’inglese riappropriato dagli schiavi africani deportati e i diversi linguaggi vernacolari utilizzati oggi dai neri. In entrambi i casi, la rottura con l’inglese standard ha consentito e consente ribellione e resistenza. Nel trasformare la lingua dell’oppressore e creare una cultura di resistenza, i neri hanno dato vita a un discorso intimo capace di dire molto più di quanto fosse consentito entro i confini dell’inglese standard. Il potere di questo discorso non risiede semplicemente nella possibilità di resistenza alla supremazia bianca, ma nella creazione di uno spazio per la produzione di culture ed epistemologie alternative, modi di pensare e conoscere differenti e cruciali al fine di creare una visione contro-egemonica del mondo. È essenziale che il potere rivoluzionario del linguaggio vernacolare nero non venga perso nella cultura contemporanea. Tale potere risiede nella capacità del vernacolo nero di intervenire sui confini e sui limiti dell’inglese standard. 

Nella cultura popolare nera contemporanea, la musica rap è diventata uno degli spazi in cui il linguaggio vernacolare nero viene utilizzato in un modo che invita la cultura dominante ad ascoltare – e, in una certa misura, a trasformarsi. Tuttavia, uno dei rischi di questo tentativo di traduzione culturale è la banalizzazione del linguaggio vernacolare nero. Quando i ragazzini bianchi imitano questo linguaggio come se fosse il linguaggio di chi è stupido o di chi vuole soltanto intrattenere o far ridere, il potere sovversivo di questo linguaggio viene depotenziato. Nei circoli accademici, sia nell’ambito dell’insegnamento che in quello della scrittura, gli sforzi messi in campo per utilizzare il vernacolo nero – o qualsiasi lingua diversa dall’inglese standard – sono stati davvero pochi. Quando, nell’ambito di un corso sulle scrittrici nere, chiesi a un gruppo etnicamente diversificato di studenti perché sentissimo parlare solo inglese standard in classe, lì per lì rimasero senza parole. Per molti di loro l’inglese standard era la seconda o terza lingua, ma non si erano mai resi conto che fosse possibile parlare in un’altra lingua, in un altro modo. Non c’è da stupirsi, quindi, che si continui a pensare: “Questa è la lingua dell’oppressore, ma ne ho bisogno per parlarti”. 

Mi sono resa conto che rischiavo di perdere il mio legame con il linguaggio vernacolare nero perché lo uso raramente nelle situazioni in cui mi trovo più spesso, prevalentemente bianche, sia in ambito professionale che sociale. Così ho deciso di provare a integrare il particolare linguaggio vernacolare nero del Sud che ho ascoltato e parlato crescendo, nei più diversi contesti. È stato più difficile per quanto riguarda i testi scritti, in particolare le riviste accademiche. Quando ho iniziato a incorporare il vernacolo nero nei saggi critici, gli editori mi rimandavano il lavoro in inglese standard. L’uso del vernacolo implica che possa essere necessaria la traduzione in inglese standard se si desidera raggiungere un pubblico più inclusivo. In classe, incoraggio gli studenti a usare la loro prima lingua e tradurla, in modo da non convincersi che l’istruzione superiore li allontanerà necessariamente dalla lingua e dalla cultura che conoscono in maniera più intima. Quando gli studenti del mio corso sulle scrittrici nere hanno iniziato a parlare usando lingue e discorsi diversi, le lamentele degli studenti bianchi non mi hanno sorpreso. Il vernacolo nero era quello che scatenava le reazioni più evidenti: per gli studenti bianchi sentire le parole dette ma non comprenderne il significato era particolarmente inquietante. Da un punto di vista pedagogico, li ho incoraggiati a pensare a quel momento – in cui non comprendevano quanto veniva detto – come un momento di formazione, per avere non solo l’opportunità di ascoltare senza “padronanza”, ovvero senza possedere la parola attraverso l’interpretazione, ma anche per ascoltare parole non inglesi. Queste lezioni sono particolarmente importanti in una società multiculturale che rimane suprematista bianca, e usa l’inglese standard come arma per mettere a tacere e censurare. June Jordan ci ricorda questo in On Call

Sto parlando di problemi linguistici vissuti dalla maggior parte delle persone di uno stato democratico, dei problemi di una valuta che qualcuno ha rubato e nascosto e poi omogeneizzato in una lingua “inglese” ufficiale che può solo esprimere non eventi che non contemplano la responsabilità di alcuno, o bugie. Se vivessimo in uno stato democratico, la nostra lingua dovrebbe sfrecciare, volare, imprecare e cantare, in tutti i nomi americani comuni, tutte le innegabili e rappresentative voci di ogni partecipante. Non tollereremmo il linguaggio dei potenti e, di conseguenza, perderemmo tutto il rispetto per le parole in sé e per sé. Desidereremmo rendere il nostro linguaggio conforme alla verità dei molti “noi” che abitiamo, e il nostro linguaggio ci guiderebbe in direzione dell’uguaglianza di potere che uno stato democratico deve rappresentare.

Che gli studenti del corso sulle scrittrici nere stessero reprimendo ogni desiderio di parlare in lingue diverse dall’inglese standard senza vedere questa repressione come atto politico, è un segnale del modo in cui agiamo inconsciamente, in complicità con la cultura del dominio. 

Le recenti discussioni sulla diversità e sul multiculturalismo tendono a minimizzare o ignorare la questione del linguaggio. Scritti critici femministi incentrati su questioni di differenza e voce hanno elaborato importanti interventi teorici, chiedendo il riconoscimento del primato delle voci che sono spesso messe a tacere, censurate o emarginate. Richiamare l’attenzione sul riconoscimento e la celebrazione di voci diverse, e di conseguenza di lingue e modi di esprimersi diversi, perturba necessariamente il primato dell’inglese standard. Quando le sostenitrici del femminismo hanno parlato per la prima volta del desiderio di una partecipazione diversificata al movimento delle donne, non si è discusso della questione linguistica. Si presumeva semplicemente che l’inglese standard sarebbe rimasto il veicolo principale per la trasmissione del pensiero femminista. Ora che il pubblico della scrittura e del discorso femminista è più diversificato, è evidente che dobbiamo cambiare il modo convenzionale di pensare al linguaggio, creando spazi in cui voci diverse possano parlare con parole diverse dall’inglese o tramite discorsi frammentari e vernacolari. Ciò significa che durante una lezione o in un’opera scritta ci saranno parti del discorso più o meno accessibili a tutti. Cambiare il modo in cui pensiamo al linguaggio e il modo in cui lo usiamo, altera necessariamente il modo in cui sappiamo ciò che sappiamo. Se a una conferenza utilizzo il vernacolo nero del Sud, il particolare patois della mia regione, o un pensiero molto astratto in combinazione con un linguaggio semplice, rivolgendomi a un pubblico diversificato, sto suggerendo che non abbiamo necessariamente bisogno di ascoltare e conoscere ciò che viene affermato nella sua interezza, che non abbiamo bisogno di “dominare” o conquistare la narrazione nel suo insieme, che possiamo conoscere in modo frammentario. Possiamo imparare dagli spazi del silenzio e degli spazi del discorso, e nell’atto paziente di ascoltare un’altra lingua possiamo sovvertire quella cultura della frenesia capitalistica e del consumo, che richiede che ogni desiderio debba essere soddisfatto immediatamente; oppure possiamo interrompere quell’imperialismo culturale che suggerisce che si è degni di essere ascoltati solo se si parla in inglese standard. Adrienne Rich conclude così la sua poesia: 

Compongo sulla macchina da scrivere a notte fonda, ripensando a oggi. Come abbiamo parlato tutti bene. Una lingua è una mappa dei nostri fallimenti. Frederick Douglass ha scritto un inglese più puro di Milton. La gente soffrono molto nella povertà. Ci sono metodi ma non li usiamo. Giovanna, che non sapeva leggere, parlava qualche forma contadina di francese. Alcune di queste sofferenze sono: è difficile dire la verità; questa è l’America; non posso toccarti ora. In America abbiamo solo il tempo presente. Sono in pericolo. Sei in pericolo. Il rogo di un libro non risveglia alcuna sensazione in me. So che bruciare fa male. Ci sono fiamme da napalm a Catonsville, nel Maryland. So che bruciare fa male. La macchina da scrivere è surriscaldata, la mia bocca brucia, non posso toccarti e questa è la lingua dell’oppressore.

Riconoscere che ci influenziamo reciprocamente attraverso il linguaggio è particolarmente difficile in una società che vuole farci credere che la passione sia poco dignitosa, che sentire in modo profondo significhi essere inferiori, poiché all’interno del dualismo del pensiero metafisico occidentale, le idee sono sempre più importanti della lingua. Per curare la scissione fra mente e corpo, abbiamo emarginato e oppresso le persone che tentano di recuperare noi stessi e le nostre esperienze nel linguaggio. Cerchiamo di fare spazio all’intimità. Incapaci di trovare un posto simile nell’inglese standard, creiamo il discorso vernacolare, rotto, spezzato e indisciplinato. Quando devo dire parole capaci di esprimere molto di più che semplicemente rispecchiare o rivolgersi alla realtà dominante, uso il vernacolo nero. Lì, da quel posizionamento, l’inglese fa quello che vogliamo noi. Prendiamo la lingua dell’oppressore e la usiamo contro sé stessa. Trasformiamo le nostre parole in un discorso contro-egemonico, trovando la libertà nel linguaggio. 

Fonte: L’indiscreto

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