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In Cile potrebbero vincere i fan di Pinochet

Se domenica 19 dicembre Gabriel Boric, ex leader del grande movimento studentesco che ha squassato il Cile nel 2011 e ancor più a fondo nel 2019, riuscisse a vincere il ballottaggio non sarebbe solo, con i suoi 35 anni, il più giovane presidente della repubblica della storia cilena.

Lui al palazzo della Moneda e la sua coalizione “Apruebo Dignidad”, formata all’inizio 2021, fra gli altri, dai nuovi Frente Amplio e Chile Digno più il vecchio Partito Comunista, sarebbero il governo più a sinistra dai tempi della Unidad Popular di Salvador Allende. Qualcosa di sinistra, non di estrema sinistra, semplicemente di onesto social-progressismo dei nostri tempi. Ma anche qualcosa di impensabile, in Cile, solo fino a un paio d’anni fa.

Se invece, come (purtroppo) al momento sembra più probabile stando ai numeri, a vincere sarà José Antonio Kast, il candidato dell’ultradestra, spudorato fan di Pinochet, leader della coalizione Partido Republicano-Partido Conservador Cristiano, il suo sarà il governo più a destra dalla fine della dittatura nel 1990. Con il suo programma politicamente, economicamente, socialmente, culturalmente reazionario. Se non fascista, fascistoide.

Sarà vero che le colpe dei padri non ricadono sui figli. Ma a volte qualche dubbio viene. Boric è originario dell’estremo sud cileno – Magallanes e Antartica Chilena – destinazione tradizionale dell’immigrazione dalla ex-Jugoslavia (suo padre era croato e sua madre catalana), Kast è figlio di un ufficiale nazista della Wehrmacht riparato in Cile, come molti suoi camerati, dopo la guerra. Ha nove figli e nove fratelli (uno dei quali, Miguel, fu il primo dei ministri non militari di Pinochet), è amico di Miguel Krasnoff, uno dei peggiori macellai del regime, condannato a 144 anni di carcere per le sue imprese nefande a Villa Grimaldi dove operava la famigerata DINA.

Con Boric alla Moneda e la Costituente, eletta in maggio, al lavoro per redigere la nuova costituzione che cancelli l’obbrobrio imposto da Pinochet nel 1980, a mezzo secolo dal golpe contro Allende e dopo i 30 anni con cui il duopolio ha governato (e anestetizzato) il paese, il Cile volterebbe pagina e si potrebbe dire che finalmente la transizione è finita (o è appena cominciata) e una nuova era si apre. Il duopolio, in sostanza democristiani e socialisti, è stato spazzato via dal quadro politico. Anche la destra “moderata” ex-post-pinochettista, di cui il presidente Piñera era l’incarnazione (salvatosi per il rotto della cuffia dall’impeachment: corruzione, conflitto di interessi, Pandora Papers), è uscita a pezzi dal voto del 21 novembre. Ma Renovación Nacional (il partito di Piñera) e UDI (il braccio politico del pinochettismo che moderata non è mai stata ma era diventata comunque troppo “light” per Kast che quindi se n’è andato) se ne faranno una ragione e prevedibilmente convergeranno la loro delusione su Kast.

Al primo turno Kast ha avuto il 27.9% contro il 25.8% di Boric, due punti percentuali, 150mila su 7 milioni di voti espressi (solo il 47% dell’elettorato). Le speranze di rovesciare il pronostico per Boric stanno nel riuscire a mobilitare quella metà di cileni che non è andata a votare, soprattutto i giovani disincantati dalla politica, e pescare in quelle frange tentate anche in Cile dall’antipolitica. Come l’incredibile 13% che ha votato per il misterioso convitato di pietra della tornata elettorale, quel tal “economista libertario” (?) Franco Parisi che nessuno ha mai visto di persona in quanto è profugo negli USA, ricercato dalla giustizia cilena, da dove ha condotto la campagna su Youtube e Facebook in nome del suo “Partido de la gente”.

 Resta da capire come mai due anni dopo la rivolta popolare di massa del 2019 contro il modello neoliberista di Pinochet (e Piñera senza dimenticare il duopolio democristiano-socialista) la maggioranza dei voti sia andata a un cavernicolo fan di Pinochet, seguace di Trump, di Bolsonaro e dei franco-fascisti spagnoli di Vox. Un residuato bellico che alle presidenziali del 2017 aveva avuto il 7.9% il cui programma può essere riassunto nella frase “libertà contro comunismo”.

Ma oltre al Cile è tutta l’America latina in fibrillazione e non solo per via degli effetti devastanti della pandemia e della crisi economica.  In Perù il 7 dicembre il presidente Pedro Castillo, eletto in giugno dopo una contesa all’ultimo voto ed entrato in carica alla fine di luglio, accusato dell’imperdonabile peccato di “castro-chavismo”, rischia l’impeachment e la rimozione su una mozione della destra populista della figlia di Fujimori, Keiko, e della destra liberal-liberista dai mefitici Vargas Llosa padre e figlio. Nel Nicaragua della coppia Daniel Ortega-Rosario Murillo si è votato il 7 novembre in elezioni su cui, pensando a cosa è stato in anni lontani il movimento sandinista, per carità di patria è meglio stendere un velo pietoso. Il 14 dicembre si è votato per le elezioni di mezzo mandato nell’ Argentina devastata dalla crisi economica (e sanitaria), dal debito miliardario con l’FMI lasciato in eredità dal presidente Mauricio Macri  e da un’inflazione del 50% l’anno: il peronismo di Alberto Fernández e Cristina de Kirchner ha perso dappertutto eccetto che nella Gran Buenos Aires mentre avanza  Javier Milei che si definisce “un anarco-capitalista”, anche lì un altro simil-Bolsonaro che vuole fare piazza pulita del peronismo vecchio e nuovo e dell’opposizione liberista di Macri.

In Venezuela si è votato per le regionali e comunali il 21 dicembre per la prima volta con la partecipazione dell’opposizione e la presenza di osservatori internazionali, elezioni che hanno segnato vittoria e ossigeno per il chavismo di Maduro (vittorioso in 20 stati su 23) e una débâcle per un’opposizione poco credibile e molto divisa. Anche il derelitto Honduras ha mandato un segnale: nelle elezioni del 28 novembre, 12 anni dopo il golpe dei liberali (con il beneplacito del presidente Obama e del segretario di stato Hillary) contro… il liberale Manuel Zelaya, troppo amico di Hugo Chávez, ha vinto (almeno finora…) la liberale di sinistra Xiomara Castro, moglie di Zelaya, che alla testa del suo partito Liberación y Refundación (LIBRE), ha sconfitto l’inossidabile e corrottissimo duopolio Partido Nacional-Partido Liberal (“le cinque famiglie”). L’anno prossimo si voterà in Colombia dove si e appena “celebrato” (per modo di dire) il quinto anniversario degli accordi di pace con le FARC (cinicamente tradito dal governo) e dove la sinistra (moderata) di Gustavo Petro ha buone possibilità di battere la destra del presidente in carica Iván Duque, l’uomo di Álvaro Uribe. Ma soprattutto in ottobre 2022 si voterà in Brasile dove Lula da Silva è tornato in campo e lo scontro con Bolsonaro si annuncia incandescente.

Un ciclo elettorale di fuoco che non farà rivivere “la marea rosa” di un decennio fa (il mondo non è più quello) ma che promette di cambiare il colore dall’America latina. Sperando che non sia ancora il colore di Jair Bolsonaro e dei piccoli Bolsonaro che si affacciano. Per questo, anche per questo, la vittoria di Boric e la sconfitta di Kast sarebbe così essenziale in Cile.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto sardo il 4 dicembre 2021

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