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Zerocalcare all’assalto del main-streaming

Evitando un’ormai impraticabile strategia del «dentro/contro», «Strappare lungo i bordi» assomma su di sé contraddizioni, maldestrezze e singolarità di una generazione colpita di striscio dal G8 di Genova e sedotta dalla rivoluzione digitale

Strappare lungo i bordi, la nuova serie firmata da Zerocalcare è una gemma animata di una manciata d’ore che (salvo polemiche di rito) sta raccogliendo un plauso pressoché unanime da critica e fan, svettando nell’Olimpo del mainstreaming. Lo «Zeroverse», così è stato ribattezzato il cosmo narrativo sprigionatosi dopo il successo del romanzo a fumetti La profezia dell’Armadillo (Bao Publishing, 2011), è oggi un sistema spalmato fra fumetto, web, televisione, cinema, piattaforme on-demand e beni da collezione. Il deus ex machina di questo universo è Zerocalcare stesso, di cui sono note vicende, posizioni e idee altermondiste e radicali in fatto di genere, classe ed estetica. In estrema sintesi, Michele Rech è un «centrosocialaro» che piace a Mario AdinolfiIt’s a kind of magic?

Strappare lungo i bordi offre un modello in scala di questo ecosistema politico-narrativo, trasponendo in animazione temi e stilemi dello Zeroverse e collocandosi a sua volta come strategico presidio dell’integrità del suddetto universo mediale. Insieme all’epopea del suo protagonista, cosa ci racconta questo oggetto del nostro decennale consumo di narrazioni mainstream? L’immaginario consumista di cartoni giapponesi, giocattoli e videogiochi, e poi di film, social media e serie tv, ci ha mandato in pappa il cervello o l’ha riconnesso oltre i confini generazionali e di classe? Queste le domande al centro della mia riflessione sul ruolo di questo particolare oggetto mediale che, fotografato da diverse angolazioni, forse può dirci molto di più di quello che racconta.

L’iperconsapevolezza

La serie è una versione tecnologicamente avanzata di Rebibbia Quarantine, micro-serie autoprodotta dall’autore per Propaganda Live durante il primo lockdown e che lo scorso anno segnò un ulteriore espansione dello Zeroverse verso il pubblico generalista, ma non per questo più agée. La presenza dal vivo alla trasmissione di Diego Bianchi ha infatti calcificato il ritratto di Zerocalcare come celebrità goffa o, come direbbe Yves Citton, «che fa della sua maldestrezza una virtù». Presentandosi con i pantaloni della tuta a commentare tweet di fan sempre più indispettiti per i supposti scivoloni politici commessi nel raccontare la sua quarantena, Zerocalcare ha manifestato, rendendola ancor più difficile da decifrare, l’epopea di una generazione cresciuta in bilico fra analogico e digitale, disobbedienza e profilazione, incompatibilità al capitalismo e fascinazione per i suoi prodotti, attivismo e consumismo. Il simbolismo della tuta, non a caso, torna nel primo episodio della nuova serie quando Calcare è costretto a varcare la soglia del mefitico «bagno dei maschi» per indossare un paio di jeans al posto degli amati calzoncini felpati. La serie è così costellata di rimandi dentro e fuori lo Zeroverse, sintonizzandosi sia con il «fan hardcore» dei tempi di Ogni maledetto lunedì (la primigenia rubrica a fumetti dell’autore), sia col «neofito» delle comparsate su La7, condividendo quella che Jeffrey Weinstock, a proposito di South Park, chiama «l’iper-consapevolezza» di stare all’interno di una serie animata.

«So tutti film demmerda», sbotta Calcare nella sequenza in cui è alle prese con la così detta «decision fatigue», l’indecisione nello scegliere un contenuto all’interno del bulimico menù di Netflix che conduce molti spettatori (lui compreso) alla frustrante esperienza di passare la serata a scorrere i titoli a disposizione senza sceglierne mai davvero uno. Ma l’estetica dell’interfaccia streaming torna ancora, ad esempio per lanciare una ricapitolazione della puntata precedente o per bloccare l’immagine in accordo a un flusso di pensieri. Si tratta di espedienti etici ed estetici che ci ricordano la natura algoritmica delle nostre audiovisioni, un tempo mediate dall’otturatore fotografico e ora incorporate nella profilazione corporativa, ma che ci espongono al dubbio che – neanche troppo in fondo – ci piaccia sprofondare in questo flusso datificante.    

In un ragionamento sulla complessità politica delle nostre esperienze di visione on-demand che ho avviato qui su Jacobin Italia con l’analisi delle strategie di retromarketing operanti in Cobra Kai e di semplificazione storica criticate in SanPa, Strappare lungo i bordi è un prodotto che assomma il consumismo del passato con la critica sistemica, proponendoci un esempio di serialità virtuosa e, a mio avviso, politicamente consapevole di essere nella «tana delle tigri» del mainstreaming. Se, come si diceva, è importante riflettere non solo sui contenuti ma sulle disposizioni cognitive e i contesti sociali entro i quali vengono fruiti, questa serie più di altre mette in luce l’incompatibilità fra le due dimensioni: una chiusa, algoritmica e individualizzata e l’altra sociale, analogica, che anela all’intempestività dell’aperto. Da un punto di vista audiovisuale le sequenze sono raccordate da degli «a parte» di Calcare che, sulla scorta del talent show, commenta l’episodio in atto. L’inquadratura di questo «momento verità» è ripetutamente scomposta, sfocata e angolata fuori bolla, mentre di tanto in tanto compare un’asta microfonica o si assiste a un dietro le quinte degno del glorificato Boris. Seppur circondato da amici di lunga data e desideroso di parlare al suo pubblico, Rech racconta la sua tendenza all’isolamento che trasforma la sua forma mentis (il rendere conto alla sua coscienza-armadillo) in una vera e propria forma mundis (l’autosegregazione nel proprio appartamento di Rebibbia), che lo porta infatti a riproporre l’annoso dilemma della Caverna di Platone: «Conoscere l’ignoto col rischio che sia un accollo, o rimané nell’ignoranza dove però nessuno te caca il cazzo»?       

Si può far bene coi beni?

Ogni volta che varco l’ingresso del Csoa Spartaco, storico presidio nell’ex-borgata Cecafumo di Roma, l’occhio vuoi o non vuoi cade su questo manifesto firmato da Zerocalcare per uno dei primi anniversari dell’occupazione risalente al 1999. Realizzato nel 2007, ben prima del suo big-bang mediatico, l’anomalia del suo tocco era già visibile. In primo piano vediamo un moderno Spartaco in sella a un Nrg Piaggio che sorride in camera affiancato da una moltitudine di gente del popolo. Alle loro spalle il disegno iperrealistico dell’ingresso al centro sociale e – irrealistica ma calzante – la silhouette del gazometro di Garbatella, onnipresente simbolo dell’hardcore romano (o psuedo tale). Rispetto all’astrattismo essenziale e simbolista di una certa iconologia di sinistra, Zerocalcare col suo tratto morbido e plastico, la scontornatura ben definita, l’iperrealismo e soprattutto l’inserimento di personaggi e prodotti della cultura pop anni Ottanta/Novanta, è riuscito dove altri avevano fallito: rendere fico il centro sociale degli anni Duemila. Il suo è l’immaginario di chi – passatemi il termine – non può far del bene senza beni, e ha un’origine precisa: il sistema anime. Con questo termine il mediologo Marc Steinberg identifica il cosmo merceologico-narrativo organizzato attorno ai personaggi dell’animazione giapponese a partire dalla prima serie di Tetsuwan Atomu (da noi, Astro Boy) del 1963-’66 e divenuto modello globale nel corso del tardo Novecento. 

Come nel sistema anime, in Strappare lungo i bordi troviamo un forte impiego dell’animazione limitata, il gusto per gli sfondi urbani dettagliati tratti da fotografie di repertorio, e gli stilemi dell’animazione giapponese (inquadrature brevi e oblique, entrata/uscita imprevista di personaggi, uso massiccio di effetti sonori e visuali, ecc.). In molti casi si strizza l’occhio a media franchise di culto (Neon Genesis EvangelionMortal KombatKen il guerriero, ecc.) e Calcare stesso si ritrae con i classici «occhiali tondi offuscati» quando immagina di compiere azioni di dubbia moralità. Il riferimento (in questo mio primo e ultimo vezzo da Nerd, lo prometto!) è a Gendo Ikari di Evangelion, insignito del premio di «papà più stronzo di anime, manga e fumetti» secondo la classifica del Dottor Manhattan.  

In tempi non sospetti Loredana Lipperini nel volume Anatomia di Pokémon curato da Marco Pellitteri rifletteva sulle innovazioni educative dei Pokèmon in fatto di genere, quando la stampa mainstream italiana li accusava di rendere i bambini «cavie di laboratorio» e «precocissime reclute di un esercito del consumo». Come pure notava l’antropologa Anne Allison questi come altri immaginari ludo-narrativi nati a cavallo del millennio incarnavano una contraddizione endemica al capitalismo: da un lato promuovevano una forma di consumo tecnologicamente avanzata (il cosiddetto media buying), dall’altro rivelavano il desiderio per forme di intimità più profonde e allargate. Col tempo non solo queste forme sono state pienamente integrate nelle narrazioni cine-televisive, ma hanno nutrito due generazioni di creativi che ne ri-usano gli immaginari per facilitare la comunicazione con un audience consapevole dell’operazione in atto.     

È grazie alla sedimentazione di questo patrimonio di consumo degli anni Ottanta e Novanta se oggi lo Zeroverse può riconnettere tre generazioni di spettatori e spettatrici facendo leva su un immaginario condiviso. A differenza di altre operazioni, il sistema «made in Rebibbia» di Zerocalcare sfrutta certamente la nostalgia mediale ma ne evidenzia le fallacie ideologiche, i sovrainvestimenti libidici e i limiti psicologici. L’antieroe Zerocalcare, per sua ammissione, è un mammone sociopatico che più che raccontarci storie, ci apre le porte della sua cameretta per invitarci a giocare con lui. Oltre a essere doppiato da sé stesso (come pure fece Charlie Kaufmann nel suo Anomalisa), i suoi racconti passano attraverso giocattoli, cartoni e media franchising dell’infanzia, fino a crearne di nuovi: la serie stessa è infatti un bene di consumo basato sul riadattamento di stili e regole di ingaggio dei cartoni amati dall’autore e non una loro parodia o citazione. Come pure ammise Herny Jenkins nel 2010, i giocattoli degli anni Ottanta/Novanta anziché «soffocare l’immaginazione dei giovani», sono divenuti parte della memoria condivisa e «gettoni di storie ed esperienze d’intrattenimento» di profondo significato per due generazioni di bambini. Si potrebbe obiettare a Jenkins che cosmi ludo-narrativi come quello di Masters of the Universe o Ninja Turtles fossero schiacciati su un modello spettatoriale maschile (quella che Zero chiama «La Sacra Costituzione del maschio») e che la supposta «memoria condivisa» si scontri con forti limiti di genere. Al contrario nello Zeroverse il fallogocentrismo del protagonista è non solo puntualmente smascherato ma diventa un pretesto narrativo per criticare quel citazionismo mediale che molto spesso fa andare in brodo di giuggiole i maschietti e lascia indifferenti gli altri e le altre.                  

Evitando un’ormai impraticabile strategia del «dentro/contro», Strappare lungo i bordi è un centro di gravità narrativo che assomma su di sé contraddizioni, maldestrezze e singolarità di una generazione colpita di striscio dal G8 di Genova e sedotta dalla rivoluzione digitale. Rispetto ad altre esperienze virtuose come il già citato Boris o il pure importante Lo chiamavano Jeeg Robot di Mainetti, Zerocalcare ha inserito la serie all’interno di un cosmo narrativo che fa dialogare le istanze radicali degli spazi sociali e delle periferie, con la dimensione transculturale e merceologica dell’esperienza mediale contemporanea, permettendo alle singole storie o episodi di diffondersi, favorendo il dibattito, fra chi vive la strada o la rete, il centro sociale o il centro commericale, e magari condivide il divano.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 24 novembre 2021

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