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L’incesto tra politica ed economia è il vero nemico della democrazia

Tutti al capezzale della grande malata – la democrazia. Da circa un ventennio chi la studia e chi la agisce ne avverte la crisi. La Fondazione Feltrinelli ha dedicato una parte importante delle sue energie a questo studio. Nella nuova sede di via Pasubio, a Milano, dove oggi si tiene la riunione conclusiva dell’anno di attività, si sono incontrati nel tempo studiosi e attivisti italiani ed europei per capire le trasformazioni della cittadinanza in tutte le sue forme e, possibilmente, trovare soluzioni. Il cantiere è sempre in attività. Ma la democrazia è davvero un corpo malato? L’uso del linguaggio medico non è una scelta felice, perché presume un corpo idealmente sano e poi perché, come diceva Reinhart Koselleck, la crisi nel suo significato originario è giudizio e quindi, secondo Aristotele, condizione stessa della politica. Il discorso della “crisi” come malattia suggerisce inoltre l’idea di un salvatore, una soluzione che sarebbe peggiore del malanno. I salvatori – delle patrie come delle democrazie—sono stati storicamente e sono ancora dei veri e proprio affossatori. Lasciamo quindi alla retorica il discorso della crisi e del corpo malato della democrazia. Quel che avvertiamo (come cittadini) e che misuriamo (con i sondaggi) è una disfunzione delle istituzioni democratiche, prima di tutto delle elezioni e della rappresentanza; da cui proviene il sentimento di una mancanza di ascolto da parte dei cittadini, del senso dell’inutilità del loro potere.

Elezioni e rappresentanza sono legate a filo doppio: mettono in moto la macchina politica della costruzione delle opinioni e dei gruppi o partiti, e la tengono accesa permanentemente, perché l’esito di una elezione non conclude il gioco ma lo cambia. La formazione di una maggioranza e di un parlamento sono l’inizio di una nuova fase di lavoro di raccordo tra istituzione e società, in funzione di controllo, sorveglianza e stimolo che l’azione indiretta dei cittadini genera. Insieme alla macchina istituzionale, le elezioni e la rappresentanza mettono in moto quella dell’opinione, anzi delle varie opinioni che si elaborano nelle forme più diverse: attraverso i media e le agenzie di informazione e comunicazione, attraverso i gruppi di pressioni, attraverso l’azione spontanea, e quasi anarchica direbbe Jürgen Habermas, dei movimenti di cittadini che esprimono pubblicamente scontenti o desideri.

Questo complesso processo che la rappresentanza per via elettorale genera si chiama oggi democrazia – una diarchia, quindi, perché sono due le autorità che si formano e si esprimono. La prima è quella della decisione, che trova nelle istituzioni il suo fondamento normativo e sorge dalla prima decisione: il suffragio. La seconda, che trova fuori delle istituzioni il suo campo espressivo che la costituzione protegge con i diritti di libertà (di espressione e di associazioni), è l’opinione; essa designa un moto perpetuo senza avere (non deve avere) il potere di dettare le decisioni. Le regole e le istituzioni democratiche hanno per obiettivo quello di contenere le possibilità di eccesso, ovvero la corruzione del sistema relativamente ad entrambe le autorità: dividendo le funzioni statali, limitando il tempo e le forme del loro potere, tenendo i poteri socio-economici fuori dalle istituzioni; e, anche, impedendo che la piazza governi ovvero separando le istituzioni dal moto della società. Quel che oggi si chiama “crisi” è una vera e propria disfunzione interna a questi due mondi e, anzi, alla loro relazione. Poiché quelle moderne sono democrazie indirette, dove la volontà dei cittadini non si traduce immediatamente in decisione, ma attraverso rappresentanti eletti, la situazione della rappresentanza è il cuore della condizione e dello stato delle democrazie. Le disfunzioni o le “crisi” riguardano in effetti la rappresentanza – il populismo ne è un esempio, in quanto lotta per la rappresentanza del “vero” popolo.

Gli studiosi si sono in questo ultimo decennio divisi, spesso radicalmente, tra chi critica il fondamento elettorale stesso (il voto) e chi critica le infrastrutture che della rappresentanza (partiti e media). La prima critica è molto rischiosa per la democrazia. Si sposa facilmente (lo si vede dal libro appena uscito di due critici da destra e da sinistra rispettivamente del voto, Jason Brennan e Hélène Landemore, Debating Democracy) con la reazione contro la centralità del suffragio, con l’esito di suggerire o che si debba votare sempre meno (e forse che solo i competenti lo dovrebbero!) o che la rappresentanza debba dissociarsi dal voto ed essere espressa da assemblee selezionate per sorteggio. La Fondazione Feltrinelli ha mostrato interesse per la decisione del presidente francese Macron di attivare assemblee sorteggiate in tutto il paese per affrontare “insieme” (sic!) ai cittadini la questione ambientale. Era il 2019, e la risposta dei francesi a quell’astuta strategia di consenso eterodiretto sono state le periodiche dimostrazioni di scontento dei gilet gialli. Poi è arrivata la pandemia che ha congelato i problemi e nei fatti rilanciato il potere degli esecutivi e messo in ginocchio i parlamenti. La democrazia della lotteria – lottocratic democracy—è la risultante di una insoddisfazione per le elezioni che dura da anni e che coinvolge sia conservatori che radicali, con diversi argomenti: gli elettori sono ignoranti, il voto viene manipolato dalla propaganda, gli eletti hanno mano libera e la rappresentanza viene nei fatti ad identificarsi con il parlamento. Il suffragio universale, diceva l’antidemocratico Hegel, è un’illusione di potere che genera astensione, una prova della disfunzione del voto. Un’altra prova sono le pessime maggioranze che emergono. Insomma, lo scetticismo antico per il voto torna a galla prepotentemente in questo tempo malandato — meglio la competenza al governo del governo degli eletti, meglio le assemblee sorteggiate dei parlamenti eletti. Come pensava il leader dell’Uomo qualunque, Guglielmo Giannini, se si vogliono atterrare parlamenti e partiti bisogna lasciar perdere l’elezione e usare il sorteggio. Insomma, questi “medici” al capezzale della crisi della democrazia rappresentativa pensano che tutto il problema nasca dal suffragio – il conflitto, la divisione tra parti, la competizione, la non competenza. Questa lettura fa perno sulla decisione e il mito della imparzialità tecnocratica. Non si interessa di quel che succede nel mondo dell’opinione, l’altra autorità.

Si occupano di quest’ultima coloro che, facendo centro sulla rappresentanza elettorale, ritengono che i problemi di disfunzione siano problemi di corruzione del sistema, che iniziano nella dimensione intermedia, in quel largo mondo infrastrutturale dove operano movimenti, partiti e media. Questa famiglia di studiosi e cittadini è interessata non alla crisi generica, ma a quella della rappresentanza associata ai partiti di massa e al pluralismo dei mezzi di informazione e di opinione. Il problema è da cercarsi negli attori che creano le opinioni, preparano il personale politico, gestiscono la selezione e infine operano nelle istituzioni. Questa dimensione della pratica politica è oggi in una fase tellurica, anche per la rivoluzione informatica. E’ un fatto che i partiti siano oggi altra cosa rispetto all’organizzazione votata alla conquista della maggioranza con il largo consenso partecipativo dei molti; sono invece macchine di comunicazione che creano leader olografici, generano discorsi e campagne, fanno e disfanno nemici. Si tratta insomma di una corruzione politica in senso classico anche se con mezzi nuovissimi: i politici si agganciano ad una parte della società (quella più ricca) per poter creare il proprio successo (con il pagatissimo lavoro degli spin doctor), e usano le istituzione per restituire il favore a chi li ha foraggiati. La rappresentanza della cittadinanza decade e al suo posto c’è una vera e propria oligarchia che mobilita il mondo dell’opinione (audience democracy) per agire in maniera quasi incontrastata nelle istituzioni. E’ nel mondo di mezzo che sta il problema della disfunzione che lamentiamo. Non nelle elezioni, non nel diritto di voto, ma nella commistione del potere politico e di quello economico che la fine dei partiti organizzati ha reso cronica. Questa è probabilmente la dimensione che meriterebbe la massima attenzione, poiché la trasformazione dei regimi politici non avviene solo per vie cruente e violente, ma anche per vie indirette. La democrazia rappresentativa ha la capacità di diventare oligarchia eletta senza che nessuno se ne accorga.

Questo articolo è stato pubblicato su Domani il 1 dicembre 2021

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