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La lezione di Said

Il grande intellettuale palestinese Edward Said è stato un esempio di come la militanza politica possa essere la base del lavoro accademico e dell’attività editoriale

Come è noto, Edward Said era un intellettuale di spicco che si è allontanato dal suo ruolo professionale per sostenere la causa della Palestina. Insieme a pochi altri – Noam Chomsky è sicuramente il principale tra questi – Said si è distinto negli Stati uniti e in Europa negli anni Settanta e Ottanta come portatore di razionalità, scetticismo e coraggio.

Ha sfidato le posizioni dominanti sulla questione Palestina/Israele, che erano radicate nel sionismo liberal, dimostrando la complicità di Washington con la conquista israeliana, la colonizzazione e le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, e ha sostenuto una pace giusta. Per questo, ha subito ignominie particolarmente estreme, inclusi attacchi personali, minacce di morte e l’attentato e la violazione del suo ufficio alla Columbia University.

A Said piaceva spesso dipingersi come un dissidente indipendente e non affiliato, e in effetti non è mai stato membro di nessuno dei partiti, fazioni o gruppi di guerriglia palestinesi. Il concetto di autonomia per lui era molto importante, che si trattasse di essere un membro indipendente del Consiglio nazionale palestinese o di ritagliarsi un punto di vista intellettuale e persino epistemologico nel suo lavoro accademico.

Il grande modello di indipendenza di Said fu il filosofo e retore italiano del diciottesimo secolo Giambattista Vico, le cui idee e valori furono per lui fondamentali. Vico si posizionò tra le filosofie empiriste e razionaliste regnanti e concorrenti del suo tempo formandosi da autodidatta. Non c’è dubbio che Said abbia cercato di fare qualcosa di simile.

Tuttavia, Said ha anche operato e contribuito a mobilitare molte reti e gruppi di persone nel suo lavoro sulla Palestina. Pensava che la sua attività si dovesse svolgere in questo modo. In questo testo, cercherò di mostrare come sia il suo lavoro «politico» sia quello «accademico» abbiano avuto le stesse fonti, anche se a volte sembravano diverse.

Atti mondani

«Un libro è un atto», ha affermato una volta Joseph Conrad, e Said, che ha scritto la sua tesi di dottorato e il primo libro su Conrad, lo ha condiviso profondamente. Fin dall’inizio della sua carriera, Said ha avuto un forte senso della scrittura come azione, anche della scrittura come evento. Il suo termine preferito per questo era, negli anni Settanta, «mondanità»: un senso generale di come tutta la scrittura, non importa quanto ammirata o esoterica o complessa possa essere, ha avuto luogo nel mondo ed è con esso in relazione.

L’idea che un tipo di scrittura potesse in qualche modo sollevarsi dai contesti della sua creazione era un anatema per Said. Si potrebbe sempre dimostrare che la scrittura – una poesia modernista, per esempio, o un saggio filosofico – ha una relazione (anche se solo di negazione) con il luogo e il tempo della sua creazione. Allo stesso modo, dobbiamo anche sempre vedere la lettura o l’interpretazione come legate a un contesto.

I testi, scrive Said nel 1975 citando Friedrich Nietzsche, devono essere intesi come fatti di potere, non di scambio democratico. Immaginava che la scrittura si svolgesse su quello che Frederic Jameson una volta chiamò un «campo di battaglia omerico», in cui un testo acquistava la sua ascesa o popolarità, o persino l’influenza egemonica, a spese della retrocessione di un altro.

Se ciò suona piuttosto astratto o «letterario», allora dovremmo immediatamente vedere le idee di Said in azione nella seguente citazione:

Idee politiche come il sionismo devono essere esaminate storicamente in due modi: 1) genealogicamente per dimostrare la loro provenienza, la loro parentela e discendenza, le loro affiliazioni sia con altre idee che con istituzioni politiche; 2) come sistemi pratici di accumulazione (di potere, terra, legittimità ideologica) e spostamento (di persone, altre idee, legittimità a priori).

In questo senso Said sosteneva l’analisi del sionismo come movimento politico, intellettuale e culturale «mondano». Il sionismo deve essere compreso, diceva Said, non solo per il suo background e il suo lignaggio, ma anche per la sua capacità «mondana» di rimuovere altre idee e persone e di accumulare per sé la legittimità della dispensa che ha messo da parte, ideologicamente ma anche in termini territoriali e politici.

L’approccio di Said alla critica letteraria, in altre parole, gli offriva potenti strumenti per l’analisi politica di un formidabile sistema ideologico come il sionismo. Ha diffuso concetti «accademici» in modo palesemente politico.

Lotte narrative

Ma questa mescolanza tra ricerca e militanza politica è andata oltre. Questa citazione proviene dall’inizio di Il sionismo dal punto di vista delle vittime, uno dei saggi più brillanti e preziosi di Said, pubblicato per la prima volta su Social Text nel 1979 e poi incluso nel suo libro La questione palestinese.

In questo saggio, che raccoglieva una grande quantità di materiale storico, politico e intellettuale, Said metteva in relazione il sionismo con la «corsa» imperiale europea della fine del diciannovesimo secolo e citava un’ampia varietà di opinioni liberali europee di quel tempo sul presunto destino storico del popolo ebraico di «tornare» alla presunta dimora ancestrale.

Dimostrò che il movimento sionista venne concepito in termini quasi militari ben prima del 1948, ma anche che il popolo e la cultura che il sionismo aveva messo da parte (esattamente nei termini «mondani» usati sopra) costituivano un fulcro epistemologico da cui si poteva produrre la conoscenza più potente e fondamentale del sionismo. Guardare il sionismo dal «punto di vista delle sue vittime» significava produrre la forma più importante di conoscenza del sionismo, proprio come per Georg Lukács, la coscienza di classe delle vittime del capitalismo era l’ultima consapevolezza critica del capitale.

Un altro prezioso esempio in cui l’esperienza letteraria-critica di Said ha alimentato potentemente la sua scrittura politica è il saggio Permission to Narrate, pubblicato sulla London Review of Books e sul Journal of Palestine Studies nel 1984. Apparentemente si trattava di un lungo saggio di revisione di libri su la guerra del Libano e i massacri dei campi, ma alla fine si trasformò in qualcos’altro.

Mentre ammirava libri come The Tragedy of Lebanon di Jonathan Randal, e in particolare l’opera imponente di Noam Chomsky, The Fateful Triangle, Said ha avanzato una critica fondamentale a questi autori. Sebbene la loro rappresentazione e analisi del dilemma palestinese in Libano fosse convincente e importante, credeva che nessuno di loro fosse in grado di pensare al destino dei palestinesi in termini narrativi.

Attingendo all’intuizione dello storico Hayden White secondo cui la narrativa è sempre legata a questioni di autorità, Said ha sottolineato che l’esperienza palestinese mancava di un’espressione e di un’idea narrativa, e dell’autorità che ne deriva, se confrontata con la narrativa dominante del sionismo (coscienza nazionale, organizzazione, appartenenza all’impero, colonizzazione ed eventuale creazione di stato).

In effetti, la letteratura sionista è stata in grado di impedire la nascita di una letteratura palestinese, sia ideologicamente che nel senso più crudo e letterale, attraverso il furto degli archivi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina da parte delle forze israeliane mentre entravano a Beirut. Ecco un altro esempio della sensazione di Said che la politica e le idee partecipassero alla lotta «mondana».

Un attivista energico

Il punto, quindi, non è che Said era un professore universitario che nel suo tempo libero perseguiva l’attivismo o il giornalismo o interveniva sui media, ma che tale attivismo era in realtà anche alla radice del suo lavoro accademico. Questo è un punto reso potentemente chiaro nella recente affascinante biografia di Said, Places of Mind di Timothy Brennan.

Brennan altera o aggiusta la nostra percezione di Said in molti modi importanti. Laddove lo stesso Said aveva radicato il suo interesse per il lavoro politico nella catastrofica sconfitta del 1967, Brennan ci mostra che il giovane Edward aveva già fortemente sostenuto ed espresso con passione opinioni politiche sulla Palestina e il suo destino quando era un adolescente. Brennan rivela anche l’importante relazione tra Said da giovane professore alla Columbia e il suo brillante collega trotskista F.W. Dupee.

Dupee era, insieme a Lionel Trilling, un importante rappresentante della schiera conosciuta degli intellettuali di New York all’interno delle mura dell’accademia. Ma mentre Trilling ha creato una posizione mandarina di disinteresse nel suo lavoro critico, attingendo alla tradizione di Matthew Arnold, Dupee era impegnato, partigiano e combattivo, tanto un combattente di strada letterario quanto uno studioso analitico. Dupee è stato il mentore più importante di Said all’inizio della sua carriera da professore. Fu in parte a causa di questa influenza che Said pubblicò i suoi primi saggi letterari non in riviste esclusivamente accademiche, ma piuttosto in sedi para-accademiche come Partisan Review, la piattaforma principale degli intellettuali di New York.

Said si era presentato come una figura indipendente nella sua attività politica, ma Brennan ci mostra che in realtà era un attivista e un networker di eccezionale vigore e dedizione. Dai primi anni Settanta, Said intrattenne una corrispondenza regolare e intensa con una vasta gamma di persone e organizzazioni ispirate da lui, o da lui supportate, o che lo avevano reclutato per un consiglio. L’elenco includeva organizzazioni ebraiche dissidenti, l’American Civil Liberties Union, i Democratic Socialists of America e il Comitato di coordinamento europeo delle organizzazioni non governative.

Said contribuì a definire le agende di ricerca e spinse gruppi di esperti, riviste ed editori a prendere in considerazione nuovi lavori. Diede suggerimenti alla Columbia University Press per nuove pubblicazioni e incoraggiò o approvò nuovi dipartimenti e programmi. Allo stesso modo, sostenne progetti educativi in Medio Oriente. Nello stesso momento in cui sosteneva costantemente che gli stati arabi istituissero programmi di studi americani, si impegnò per lo sviluppo di programmi di studi arabi negli Stati uniti.

Già nel 1972, Said e sua moglie Mariam sponsorizzarono una raccolta di libri per la Birzeit School for Girls a Ramallah. Dieci anni dopo, istituirono il Fondo per la difesa della Palestina. Nel corso di molti anni, Said e il suo vecchio compagno Ibrahim Abu-Lughod diede vita a una campagna per fondare un’università palestinese aperta in Cisgiordania. Più tardi nella sua vita, ha rivelato di aver compilato un archivio di più di novemila fotografie di palestinesi dal 1948. Ha detto che ha premuto per un censimento palestinese e ha redatto un profilo del popolo palestinese per l’Istituto di studi politici.

È stato anche attivo nell’Associazione dei laureati dell’università arabo-americana (Aaug). Costituita nel 1967, l’Aaug ha assunto particolare importanza durante le palesi vessazioni nei confronti degli arabi americani promosse dall’«Operazione Boulder» dell’amministrazione Nixon. Il lavoro di Said per l’Aaug, che alla fine è stato il suo vicepresidente, ha contribuito alla decisione dell’Fbi di aprire un fascicolo su di lui. Alla fine della sua vita, il faldone era cresciuto fino a diventare un dossier di 238 pagine. Non c’è dubbio che i nemici di Said – e ce n’erano molti – lo considerassero un attivista energico e formidabile.

Interferenza

Il saggio dimenticato del 1982 di Said, Opponents, Audiences, Constituency and Community, si erge come una delle sue affermazioni più esplicite sulla critica «nel mondo». Notava la tendenza della maggior parte delle scuole di critica letteraria a finire per parlare di sé stesse, e le pressioni del lavoro intellettuale accademico che hanno indotto anche gli intellettuali presumibilmente «radicali» a evitare di intervenire in affari o argomenti al di fuori del loro campo disciplinare. Said sosteneva invece una pratica che chiamava «interferenza».

Al posto della conformità alla politica interna del discorso accademico – che, diceva, potrebbe persino smantellare e de-radicalizzare il marxismo – Said ha premuto per una violazione commessa e politicizzata («mondana») dei confini dei discorsi e delle pratiche accademiche. Questo è ciò che ha definito «interferenza». Può sembrare l’idea familiare di interdisciplinarità, ma ha un taglio radicale, venendo dall’accademia stessa.

Come sottolinea Brennan, questo saggio mostra non solo come Said sostenesse una critica politicizzata e di strada, ma anche che avesse un senso molto forte della politica dei media e dell’accesso all’informazione. In un mondo già dominato dalle multinazionali dei media internazionali quando Said scriveva all’inizio degli anni Ottanta, insisteva sul fatto che il compito dell’attivista-critico fosse quello di intervenire nella politica della rappresentazione – che fosse della Palestina, del «terrorismo» o di altri argomenti – in un modo agile, laico e non autorevole, del tutto diverso dai culti quasi religiosi della «teoria» secca o dell’estetismo pio.

Nella sua breve ma brillante rassegna della critica inglese e della «sfera pubblica», The Function of Criticism (1984), Terry Eagleton ha notato che una delle precondizioni essenziali per un critico radicale, politico o attivista era un pubblico ricettivo. Sosteneva che Raymond Williams, nonostante fosse uno scrittore importante e molto letto, soffriva della mancanza di una cultura di sinistra diffusa ed energica in Gran Bretagna durante il dopoguerra.

Williams ha lavorato molto duramente per trovare e rendere manifesto un pubblico del genere, con i suoi libri, il suo lavoro nell’educazione degli adulti e la sua narrativa. Anche Said ha combattuto molto duramente per ottenere un pubblico per le sue posizioni sulla Palestina. Se metteva in risalto l’immagine del dissidente solitario, ciò rifletteva il suo senso di isolamento. Ma era anche una forma di presa di posizione nel campo della discussione, basata sulle qualità individuali di carisma, coraggio, eloquenza ed erudizione che maneggiava così bene.

Said potrebbe eseguire un medley di stili intellettuali, non solo uno o due. Uno dei suoi progetti più memorabili, ma anche obliqui e sottili, è stato un libro meraviglioso che combinava le superbe fotografie dei palestinesi di Jean Mohr, scattate nel periodo successivo alla Nakba, con il commento meditativo di Said: After the Last Sky (1986).

Come sempre, la genealogia di questo libro deriva da un’occasione molto immediata e mondana. Nel 1983 Said era consulente alla Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sulla questione palestinese a Ginevra. Era prevista una mostra delle fotografie di Mohr al Palais des Nations, dove si tenne la conferenza.

In uno di quegli amari paradossi che spesso segnano il dilemma palestinese, un gruppo di stati arabi «in prima linea» che avrebbero dovuto essere i più forti oppositori di Israele aveva agito per impedire la visualizzazione di didascalie più elaborate di una semplice location per ogni fotografia. Said e Mohr trovarono il modo di aggirare questo cupo saggio di realismo politico pubblicando un libro con una selezione delle fotografie, consentendo a Said di scrivere liberamente commenti a suo piacimento. Difficilmente si potrebbe trovare un esempio migliore di «interferenza».

Reagire a Oslo

Relativamente tardi nella sua carriera, Said iniziò a scrivere colonne regolari per la stampa araba. Molti di questi articoli sono stati poi raccolti nei suoi tre ultimi volumi di saggi politici: Peace and its Discontents (1995), The End of the Peace Process (2000), e il postumo From Oslo to Iraq and the Roadmap (2004). Questi saggi riguardavano principalmente la potente critica di Said al processo di Oslo, che riconobbe fin dall’inizio come una farsa e un disastro per i palestinesi.

Tuttavia, questa è stata anche la prima e unica volta in cui Said ha scritto saggi politici con regolarità, una volta ogni quindici giorni, pubblicati in testate come Al Ahram WeeklyAl Hayat Le Monde Diplomatique. Scrivendo periodicamente, rivolgendosi a un pubblico sia popolare che politico, Said aveva quasi certamente in mente un grande esemplare: Jonathan Swift, il polemista più brillante e scabro in lingua inglese.

Il poeta, uomo di chiesa e scrittore di pamphlet irlandese del diciottesimo secolo aveva a lungo affascinato Said (Brennan ci informa che tentò due volte di pubblicare un libro su di lui). Nei saggi amareggiati e furiosi di Swift, scritti in particolare dopo che era caduto in disgrazia politica con il governo britannico nei primi anni del 1700, aveva riconosciuto una sorta di performance intellettuale idealmente adatta alla sua posizione nei confronti del movimento di liberazione palestinese.

Ma Swift offriva anche un modello di «scrittura al momento», una scrittura evanescente, legata all’occasione, addirittura parassitaria in quell’occasione o su ciò a cui si opponeva, e tuttavia anche determinata a esplodere, spostare, modificare o ostacolare nemici e rivali. Quando Swift scrisse la sua satira sul dibattito politico-letterario, The Battle of the Books, descrisse i libri della St James’s Library di Londra che si arrampicavano sugli scaffali per darsi battaglia sul pavimento della sala di lettura. Said vedeva i suoi interventi politici in modo simile.

Intellettuale collettivo

Nei suoi ultimi anni, tuttavia, Said ha anche sostenuto il lavoro collettivo o almeno fraterno. Fece amicizia con il grande sociologo francese Pierre Bourdieu, che lo ospitò al Collège de France. Bourdieu, un radicale non marxista della sinistra francese, ha trascorso gran parte della sua carriera esaminando i modi in cui la società produce e riproduce ciò che ha chiamato «capitale culturale» – la ghirlanda sociale composta dalla nascita di ognuno, dall’istruzione e dalle posizioni istituzionali ed economiche.

I magistrali studi di Bourdieu sull’accademia francese, o sulla nobiltà di Stato che governa lo stato francese, o sul potere delle istituzioni culturali di conferire autorità, devono tutti aver fatto appello a Said. Come scrisse in Orientalismo:

Non c’è niente di misterioso o naturale nell’autorità. È formata, irradiata, disseminata; è strumentale, è persuasiva; ha statuto, definisce canoni di gusto e di valore; è virtualmente indistinguibile da certe idee che nobilita come vere, e da tradizioni, percezioni e giudizi che forma, trasmette, riproduce. Soprattutto, l’autorità può, anzi deve, essere analizzata.

Uno degli ultimi grandi progetti di Bourdieu è stato lo straordinario libro La Misere du Monde (1993), un ritratto devastante della vita dei poveri e degli emarginati francesi. Basato su un ampio lavoro sul campo e scritto con un team di scrittori e ricercatori, La Misere è apparso in un momento in cui lo stesso Bourdieu ha iniziato a prendere posizioni pubbliche critiche nei confronti del neoliberismo nella sua manifestazione francese.

In Humanism and Democratic Criticism, libro postumo di Said sull’importanza degli approcci filologici alla cultura, è stato inserito anche un saggio postumo sul ruolo pubblico degli intellettuali. Si invocava quello che Bourdieu ha chiamato un «intellettuale collettivo»: la forgiatura di un’identità intellettuale e compagnesca di gruppo che potrebbe nelle parole di Bourdieu «svolgere il suo ruolo insostituibile, contribuendo a creare le condizioni sociali per la produzione collettiva di utopie realistiche». La situazione in Palestina può sembrare molto lontana da ogni speranza di «utopie realiste», ma gli sforzi di Said, individualmente e come parte di gruppi più ampi di attivisti e studiosi, offrono un modello potente e stimolante per quelli di noi che lavorano sulla sua scia.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 15 novembre 2021

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