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Figli e figlie delle colonie che l’Italia vuole dimenticare

Figlie e figli del nostro stesso sangue, per i quali lo ius sanguinis non vale. Italiani ignorati, offesi, rimossi. Si chiamano Francesca, Salvatore, Rosina o Vittorio, come i loro nonni e bisnonni, arrivati in Eritrea con il regio esercito alla fine dell’ottocento o dopo, durante il fascismo. “Di lui sapevo solo che era di Roma”, racconta Salvatore Crispi, 36 anni, diplomato geometra alla Scuola italiana di Asmara: “Non avevo né certificati né documenti e sono andato su Facebook: ho scritto a quasi tutti quelli che avevano il mio stesso cognome e che abitano nel Lazio, ma non ha risposto nessuno”.

Salvatore vive a Roma, tra i palazzoni del Prenestino: uno su mille che ce l’ha fatta, non da cittadino ma da rifugiato, scappato dall’Eritrea del presidente Isaias Afewerki insieme con tre nipoti. È passato dall’Etiopia, approfittando di uno spiraglio di pace e dei confini aperti prima che nella regione del Tigrai divampasse di nuovo la guerra. “Era subito dopo l’accordo di riconciliazione tra i due paesi, i confini erano stati aperti per la prima volta e c’erano perfino i pullman”, ricorda. “Con me c’erano Nahor, Mutasala e Hosaena, la più piccola: lasciare l’Eritrea era proibito, perché per i minori già a cinque anni scatta il divieto di espatrio per l’obbligo del servizio militare”.

La marcia li porta fino ad Addis Abeba. Poi devono tornare indietro, di nuovo nel Tigrai, dalle parti di Shire, per registrarsi come richiedenti asilo. Salvatore alla fine in Italia c’è arrivato, ma non da italiano. Il suo nome figura tra i 349 raccolti e verificati uno a uno da padre Protasio Delfini, sacerdote della parrocchia di San Francesco d’Assisi nella città eritrea di Massaua, firmatario di una lettera-appello inviata il 13 ottobre al presidente della repubblica Sergio Mattarella. “Chiediamo di esaminare e finalmente risolvere”, si legge nel testo, “una questione mai davvero affrontata, un crimine di razzismo coloniale che ha segnato la vita di migliaia di donne e di uomini innocenti e che continua a discriminare generazioni di persone”. Nel testo, a nome del Comitato per il riconoscimento della cittadinanza agli italoeritrei, è ricostruito quasi un secolo di discriminazioni, incongruenze, cavilli e assurdi giuridici.

Neanche una foto
La storia comincia nel 1890, quando la società di navigazione Rubattino compra la baia di Assab. Prosegue con l’avanzata dell’esercito italiano e l’avvento del fascismo, con l’“impero” e le sue leggi contro il “madamato” e il “meticciato”. “Tante delle nostre madri pensavano che quelle convivenze momentanee con i militari italiani sarebbero durate per sempre e non si preoccupavano per il riconoscimento dei figli”, ricorda Protasio, uno di loro, oggi 81 anni: “Li facevano battezzare in chiesa con un nome italiano, ma spesso del padre quando rimpatriava non restava neanche una fotografia”.

Dal 1937, con la “politica della razza”, diventa reato avere rapporti con donne africane e generare figli da unioni miste. Ragazzine-madri finiscono abbandonate, spesso senza alcun mezzo per provvedere ai loro bambini; e i “meticci”, discriminati, finiscono in orfanotrofi o istituti religiosi. Li chiamano in modo spregiativo dqala, bastardi, mezzosangue, e lo fa anche chi vuole rivalersi in qualche modo della violenza del dominio coloniale.

Dopo la seconda guerra mondiale, le leggi cambiano. L’Eritrea diventa parte dell’Etiopia indipendente e a Roma si stabilisce che i nati nei territori delle ex colonie siano dichiarati cittadini italiani “se per qualsiasi motivo si possa fondatamente ritenere che uno dei genitori sia cittadino italiano”. La svolta è però solo nelle parole. Secondo Protasio, “da allora nessun governo ha mai messo mano alla questione dei riconoscimenti”. Non è bastata neppure la legge sulla cittadinanza del 1992, quella dello ius sanguinis. “Abbiamo riunito le famiglie eritree discendenti da italiani, raccogliendo ogni possibile prova che dimostrasse questi rapporti, e così siamo riusciti a ottenere dall’alta corte di Asmara le sentenze di riconoscimento di paternità”, ricorda il sacerdote. “Alcune di queste, circa ottanta, sono state accolte dai comuni di origine degli antenati; ma non è accaduto così per le tante richieste rispetto alle quali non si conosceva la città di provenienza, dirottate su Roma e respinte sulla base di un parere della procura della repubblica, che non ha convalidato le decisioni dei giudici eritrei”.

Ci sono i nodi del diritto internazionale, con gli appelli rivolti anche agli ex presidenti Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi. E poi soprattutto le storie, simili e però tutte differenti tra loro. Alcune ce le racconta Vittorio Longhi, giornalista, autore del libro autobiografico Il colore del nome. Lui si chiama come il nonno, attivista meticcio assassinato nel 1950, figlio di Giacomo, un sottufficiale arrivato in Eritrea alla fine dell’ottocento che a un bambino aveva lasciato almeno il cognome.

Vittorio è cresciuto a Catania ed è cittadino italiano. Calcola che i meticci nati in sessant’anni di colonialismo nel Corno d’Africa siano almeno 20mila e che di questi ne siano stati riconosciuti appena cinque o seimila. “A differenza di tanti altri, i discendenti degli italiani di Eritrea non hanno quasi mai la possibilità di effettuare ricerche per dimostrare le proprie origini, perché senza il passaporto giusto da Asmara non si può partire”, sottolinea.

Si riferisce alle restrizioni imposte da Afewerki, a un servizio militare che dura anni e alle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 nel mare di Lampedusa. E torna però sempre a una lotta di giustizia, pure contro il razzismo e lo sciovinismo maschilista, due mali con i quali l’Italia secondo lui non ha mai fatto davvero i conti. “Anche in risposta ai nuovi rigurgiti di fascismo”, dice Vittorio, “bisognerebbe facilitare le procedure giudiziarie, anzitutto considerando come elementi probatori il periodo di nascita che coincide spesso con quello delle leggi razziali, il mancato riconoscimento da parte del padre e la condizione di meticci di chi fa richiesta”.

La chiusura della Scuola italiana
Tra loro c’è anche Salvatore, il geometra. In Italia è arrivato nel 2019 grazie ai corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio. Insieme con un amico avvocato sta organizzando un ricorso al tribunale di Roma per ottenere la cittadinanza e, nel frattempo, si è iscritto all’albo professionale e lavora in un supermercato. Condivide via email le foto dei nipoti, portati via con sé da Asmara perché potessero ricongiungersi con la mamma. Lei si chiama Francesca. Dall’Eritrea non è dovuta fuggire, perché ha sposato un cittadino italiano, Paolo Delfini, un insegnante di matematica e fisica conosciuto alla Scuola di Asmara. “Mio padre e mia madre non avevano nessuna foto del nonno”, ci racconta. “Sapevamo solo che si chiamava Giuseppe; abbiamo tentato anche all’Archivio centrale di stato, all’Eur, ma non abbiamo trovato nulla. Adesso abbiamo smesso di cercare. Il nome di mio padre invece è Fioravante: è nato nel 1938 o nel 1939 ed è sempre restato in Eritrea”.

Resta italiana anche Asmara, ora Patrimonio dell’umanità Unesco. “I suoi caffè si chiamano sempre Moderno e Vittoria”, conferma Giampaolo Montesanto, per quasi 20 anni professore nella capitale eritrea, autore nel 2018 del documentario Meticci. “Resistono il Mocambo, dove si esibirono Macario, Alberto Sordi e Anna Magnani, il cinema Impero, il Roma o la stazione di servizio Fiat Tagliente, simile a un’astronave in stile futurista”.

Non tutto però è come prima. È del mese scorso la notizia della chiusura della Scuola italiana, dopo un primo stop delle lezioni dovuto alla pandemia di covid-19. L’istituto, inaugurato all’inizio del novecento per formare i figli della classe dirigente coloniale, era frequentato ormai quasi solo da studenti eritrei. Le elementari si chiamavano Michelangelo Buonarroti, le medie Alessandro Volta, il liceo Guglielmo Marconi. Le chiavi dei locali sono state consegnate dall’ambasciata italiana ai dirigenti del ministero dell’istruzione eritreo, che si è impegnato a far ripartire le lezioni sostituendo alcune materie di studio a vantaggio di discipline scientifiche e in lingua inglese.

“La scuola, frequentata da circa 1.200 alunni, era la più grande tra quelle italiane all’estero”, sospira Giampaolo, parlando al telefono, rientrato in Sicilia: “Immagina gli archivi, le fotografie, le amicizie”. Come insegnante, negli ultimi anni ha proposto anche un programma non ufficiale. “Non potevo parlare solo di Giuseppe Garibaldi o Giovanni Pascoli”, spiega. “Bisognava confrontarsi e far conoscere la storia dell’Eritrea, perché altrimenti i ragazzi avrebbero continuato a chiedersi se avevano il diritto di esistere”. Con loro, nei corridoi dell’istituto, oltre il cancello e le bouganville, ha corso e scherzato anche Salvatore. “Per tante famiglie la Scuola italiana era un punto di riferimento”, ci dice ora. “A Roma però sembrano essersene dimenticati, proprio come dei figli delle colonie. Oggi quando dico che vengo dall’Eritrea in tanti non sanno neanche dov’è”.

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 13 novembre 2021

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