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Iper-mondo, meta-mondo e fine del mondo

Tutto era già scritto nella dichiarazione di indipendenza del Ciberspazio, scritta da John Perry Barlow nel 1993. “In nome del futuro chiedo a voi del passato di lasciarci in pace. Non siete benvenuti tra noi. Non avete sovranità nel territorio in cui noi ci riuniamo. Non abbiamo eletto nessun governo e non abbiamo intenzione di averne uno, perciò mi rivolgo a voi con l’autorità che viene dal luogo in cui parla la libertà. Dichiaro che lo spazio sociale globale che stiamo costruendo è per natura indipendente dalle tirannie che voi cercate di imporre su di noi. Non avete alcun diritto morale di governarci e non possedete alcuno strumento di imposizione che noi abbiamo ragione di temere”.

L’Iper-mondo

In trenta anni si è costruito il ciberspazio, Iper-mondo sul quale il mondo terrestre non ha più governo. Il contributo che le imprese industriali pagavano sotto forma di tasse non vale per le compagnie che hanno costruito un territorio non territoriale. I poteri politici non sono sovrani nella sfera del non territorio, al contrario: il non territorio virtuale è divenuto l’infrastruttura globale senza la quale il sistema politico, amministrativo ed economico non possono funzionare. L’iper-mondo è una dimensione che ricodifica la realtà sociale, trasferendo le pratiche di linguaggio (l’economia, la politica, la comunicazione, l’affettività) su un piano accelerato e indipendente dalle leggi territoriali, ma non indipendente dal consumo di energia elettrica e soprattutto dal consumo di energia nervosa.

Il Meta-mondo è una dimensione che non soltanto ricodifica il mondo ma ricodifica anche la soggettività-nervosa psichica e linguistica trasferendola in un Meta-mondo di stimolazioni e di percezioni simulate.

Alla fine dell’Ottobre 2021 Mark Zuckenberg ha tenuto una conferenza in virtual connect. Non certo per rispondere alle accuse dei whistleblowers che denunciano gli effetti nocivi delle reti sociali: minuzie di poco conto, poiché l’esposizione della mente umana a un volume crescente di neuro-stimolazione virtuale sta producendo una mutazione che va al di là della volontà politica dei censori e dei moralizzatori. Quelle denunce sono inconsistenti: è vero che Facebook come le altre reti sociali tende ad amplificare e radicalizzare l’odio sociale. Ma non è Facebook che ha prodotto la frustrazione, la rabbia impotente, l’odio. È il sistema economico sempre più ineguale, precario e violento il brodo di coltura dell’aggressività collettiva. E naturalmente Facebook fa parte di questo sistema. Le reti sociali da cui è scomparso il calore dei corpi non fanno che amplificare quella violenza, esaltandone al tempo stesso l’inefficacia. Quanto più cresce la nostra rabbia, quanto più la esprimiamo ad alta voce dentro la campana di vetro della connessione, tanto maggiore è l’impotenza.

Il meta-mondo

Il ciclo dell’impotenza è giunto ora probabilmente al suo limite estremo e Zuckerberg propone di compiere un salto ulteriore: il salto nel Meta-spazio, di cui il ciberspazio ha costruito l’infrastruttura. Alcuni critici hanno osservato che Zuckerberg intende rendere autonomo il suo sistema da Apple e da Google, da cui attualmente dipende tecnicamente per alcune funzioni. Sul New York Times del 1 novembre Sara Zwisher sostiene che Meta è soltanto una struttura aziendale più ampia creata da Zucker per sfuggire alle recenti difficoltà legali. Davvero? Certamente vi saranno considerazioni contingenti di tipo economico e tecnico, nelle scelte di Zuckerberg. Ma le implicazioni filosofiche del lancio di Meta sono a mio parere molto più importanti. L’innovazione mira a mettere a frutto le sperimentazioni che si sono fatte dagli anni Ottanta in poi, da quando Jaron Lanier parlò per primo di Virtual reality e di comunicazione sinestetica senza simboli. In questi decenni i software di definizione visuale e multi-sensoriale si sono perfezionati e il progetto Meta consiste nel far convergere queste tecnologie attraverso una piattaforma come Oculus, o altri più evoluti trasduttori di impulsi elettronici in esperienza immersiva. Nella sua conferenza Zuckerberg ha annunciato l’espansione della dimensione immersiva, con hardware di Realtà aumentata e con sensori personalizzati. Se Iper è una dimensione che accelera infinitamente il circuito della comunicazione di impulsi, Meta è la dimensione in cui la comunicazione di impulsi simula e sostituisce la relazione reale tra cervello e mondo, per istituire una Meta-Realtà in cui l’altro non esiste più se non come stimolazione nervosa simulata.

E il mondo

L’annuncio di un salto dall’Iper al Meta avviene negli stessi giorni in cui si prepara la COP26 di Glasgow, che al di là delle chiacchiere sancisce la definitiva impossibilità di salvare la Terra e i suoi abitanti dalle conseguenze devastanti del riscaldamento, della migrazione gigante che ne segue e dalla guerra che l’accompagna, della disperazione e del panico.

Dopo il G8 di Roma questo lo sanno tutti tranne i cinque stelle di Cingolani che aggrappati alla poltrona ripetono coglionate con pacatezza e con moderazione. La crisi energetica spinge alcuni paesi a riaprire le miniere di carbone. Nessun progetto realistico può contemperare la crescita economica con la riduzione delle emissioni. Perciò, data la priorità assoluta della crescita economica, si faranno di nuovo promesse: nel 2050 (anzi forse nel 2060 anzi nel 2070) tutto sarà in regola, tanto è probabile che a quel punto non ci sia più nessuno a verificare. Ora che sappiamo che il mondo è destinato a divenire un luogo inabitabile, ecco che iniziamo a costruire il Meta-mondo. Una popolazione di hikikomori che dai loro cubicoli si connetteranno a un mondo di stimoli percettivi. L’immaginazione avrà allora saldamente preso in mano il potere. Mentre il corpo fisico e sociale marcisce.

Silenzio

Funzionerà il Meta-mondo? Assisteremo al trasferimento di una porzione rilevante della popolazione umana nella sfera simulata? Non lo so. Quel che so è che in un giorno di ottobre per sei ore, l’intero sistema Facebook si è spentoNessuno ha spiegato cosa è successo, né Zuckerberg né altri. E allora facciamo delle ipotesi. La prima ipotesi è che si sia trattato di un sabotaggio interno: dipendenti di Facebook si sono espressi in questa maniera per qualche ragione sindacale o politica. Troppo bello per essere vero, e poi penso che ce lo avrebbero detto. La seconda ipotesi è che il sabotaggio sia stato organizzato dall’esterno, dai soliti russi o macedoni o forse cinesi chi lo sa. Possibile, ma non credo che sia andata così. La terza ipotesi è che Zuckerberg, stanco di essere additato dai media e dal sistema politico americano, abbia fatto una piccola dimostrazione: provate a vedere che accade se blocco un territorio che ha tre miliardi e mezzo di cittadini, innumerevoli aziende che producono distribuiscono pubblicizzano eccetera. Possibile, realistico. Ma l’ipotesi più probabile di tutte è la più semplice: nel mese in cui il mondo ha scoperto la prima crisi globale da sovraccarico, ovvero da iper-complessità, anche il sistema Facebook è andato in tilt per la semplice ragione che l’elettricità non era sufficiente in qualche punto dell’infrastruttura, o perché la domanda di connessione in quel momento è salita oltre i limiti.

Come sappiamo quanto più complesso è un sistema integrato tanto meno le interruzioni possono essere localizzate, contenute e riparate. Nei prossimi mesi e nei prossimi anni, mentre il mondo diventa troppo orrendo per poterne tollerare la realtà, ci trasferiremo probabilmente nel meta-mondo. Le cuffie nelle orecchie ci impediranno di sentire il rumore della sofferenza e i visori ci impediranno di vedere lo squallore la tristezza la devastazione. Ma a un certo punto il sovraccarico, o forse un sabotaggio russo o forse un’imprevedibile inspiegabile crollo energetico spegnerà visori auricolari e ogni altro congegno connettivo. Come racconta Don De Lillo nel suo breve romanzo Silenzio. Un silenzio di tomba.

Questo articolo è stato pubblicato su Comune il 2 novembre 2021

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