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La crisi energetica interroga i «grandi»

Decarbonizzazione. La Casa bianca ha chiesto aiuto all’industria del petrolio per arginare l’aumento della benzina: il prezzo del greggio è ormai sopra gli 84 dollari al barile. «Dipendiamo dal carbone e vorremmo continuare» ha dichiarato invece il ministro dell’Ambiente indiano

L’Organizzazione metereologica mondiale (Wmo), una branca delle Nazioni unite, è stata chiara nel suo ultimo rapporto: nel 2020, nonostante i lockdown, i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera sono cresciuti più della media dell’ultimo decennio.

LA COP26 sui cambiamenti climatici è vicina, ma il mondo è «completamente fuori strada» e deve rivedere in fretta i suoi sistemi di trasporto, produzione industriale e generazione energetica, dice il segretario generale della Wmo, Petteri Taalas.

Perfino l’Agenzia internazionale dell’energia ha invitato a moltiplicare gli investimenti nelle fonti pulite per contrastare il riscaldamento globale. Ma i leader politici che si riuniranno a Glasgow sembrano portatori più di moderazione che di radicalità, e la stessa transizione ecologica si sta rivelando un processo denso di contraddizioni.

MOLTE DELLE MAGGIORI economie mondiali hanno preso l’impegno a ridurre, anche fino allo zero netto, le proprie emissioni di gas serra e ad accelerare con gli impianti rinnovabili. Negli Stati Uniti di Joe Biden ad esempio, che vogliono guidare l’azione per il clima, la neutralità carbonica è un imperativo politico, però il presidente ha chiesto aiuto all’industria del petrolio per arginare l’aumento della benzina: il prezzo del greggio è sopra gli 84 dollari al barile; e se i carburanti per i trasporti si fanno cari, le merci nei negozi costano di più e la ripresa economica ne risente. Per di più, le grandi aziende minerarie americane hanno già venduto in anticipo quasi tutto il carbone che estrarranno nel 2022.

DUE ALTRI INQUINATORI, la Cina e l’India, non si daranno obiettivi più ambiziosi sul taglio delle emissioni.

«Dipendiamo dal carbone e vorremmo continuare», ha dichiarato il ministro indiano dell’Ambiente: malgrado il paese voglia arrivare a 450 gigawatt di rinnovabili e diventare una potenza manifatturiera di pannelli solari, brucerà e accumulerà più carbone per non restare senza corrente.

Anche Pechino, nonostante i propositi di neutralità carbonica, ha difficoltà a fare a meno del combustibile fossile più «sporco»: ha ordinato ai produttori di estrarne altri cento milioni di tonnellate in tre mesi in previsione dell’inverno, e interverrà per fissare un tetto ai prezzi (altissimi) con l’obiettivo di stimolare la generazione di elettricità.

L’UNIONE EUROPEA, invece, punta sul Green Deal e ha festeggiato le tante adesioni all’iniziativa sull’abbattimento delle emissioni di metano al 2030, ma nell’immediato non sa bene cosa fare con il gas naturale.

Il suo utilizzo è ora necessario ma le forniture sono scarse, i prezzi continuano a tendere verso l’alto, la stagione fredda è alle porte e non si intravede una soluzione: potrebbe essere soltanto una crisi di passaggio, ma c’è chi (in malafede) ha già accusato la rivoluzione verde dell’aumento delle bollette e le opinioni pubbliche dei paesi membri potrebbero farsi ostili alle politiche per il clima.

LA COP26 SI CONCLUDERÀ il 12 novembre mentre non c’è una data di fine della crisi energetica, che rischia di far rallentare l’impegno comune per la decarbonizzazione.

Fare ipotesi non è facile, sia per la mole di notizie spesso discordanti, sia per l’imprevedibilità della pandemia: ondate di contagi e nuove chiusure potrebbero stravolgere nuovamente lo scenario.

I dati dicono che gli investimenti nelle fonti fossili sono bassi rispetto alla loro domanda (soddisfano ancora l’80 per cento circa della domanda energetica globale), mentre quelli nelle tecnologie rinnovabili devono velocizzarsi. La difficoltà della transizione sta nell’armonizzare questi due aspetti.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 30 ottobre 2021

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