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L’illusione del miracolo economico

Alcuni economisti mainstream considerano l’attuale ripartenza italiana strutturale. In realtà la nostra economia è fanalino di coda in Europa da 25 anni e l’attuale miglioramento dell’export è favorito principalmente dai bassi salari

Ad agosto abbiamo espresso dubbi rispetto a una tesi che va diffondendosi, sostenuta con particolare enfasi dall’economista Marco Fortis, secondo cui l’attuale ripartenza italiana sarebbe prevalentemente strutturale e non frutto di un rimbalzo. Titolavamo un po’ ironicamente il pezzo «Cercasi disperatamente miracolo economico». Successivamente proprio Fortis rilanciava polemizzando ripetutamente su varie testate con i contenuti del nostro articolo a partire da un pezzo dall’inequivocabile titolo «Cercasi flop disperatamente». Proviamo a tornare sul tema non per fare i «gufi» o i «pessimisti seriali» come pensa Fortis, ma per leggere gli elementi di novità, che pur ci sono, provando a contestualizzarli e valutare se davvero consentono di intravedere una trasformazione nella struttura degli assetti economici nazionali. Andiamo per punti:

1) Pil: la ripresa rispetto allo scorso anno è indubbiamente in corso, sono ripartiti investimenti, produzione e consumi. Persino la disoccupazione è in calo. Ciò che non ci convince è che questa ripartenza sia il frutto del superamento di limiti più che ventennali. L’Italia nel 2020 cade più di altri a causa della pandemia e nel primo semestre 2021 recupera più di altri, ma sommando i due dati non si vede nulla che possa suscitare di per sé entusiasmi: Italia -4,1%, Germania -3,6%, Francia -3,3%. Se allarghiamo lo zoom temporale il risultato è ancora più netto: nell’area euro dal 2008 al 2020 l’Italia è il paese con la seconda peggior performance (-11,5%) davanti solo alla Grecia e lontanissima da Germania (+8,7%) e Francia (+2,3%).

2) Deficit: il recupero su Francia e Germania nel primo semestre del 2021 non va sottovalutato, ma va anche detto che è ottenuto a fronte di un deficit superiore per il nostro paese che nel 2020 è stato pari a -9,5% mentre in Francia si è fermato a -9,2% e in Germania a -4,2%. Nel 2021 (previsioni Eurostat in Italia si attesterà a -11,7%, in Francia a -9% e in Germania a -8,9%, anche se tali previsioni potrebbero discostarsi dalla realtà. Il sostegno pubblico, assolutamente necessario, non solo deve essere considerato quando si fanno i conti, ma anche misurato nel medio periodo relativamente all’efficacia di alcune scelte. Nell’edilizia, per esempio, il bonus 110% ha un effetto forte nel breve, ma rischia di creare dipendenza e sovrapproduzione nel medio periodo. Non a caso è stato deciso che verrà prolungato fino al 2023. Difficilmente, però, rappresenterà una novità in grado di creare un volano di crescita strutturale per quando verrà meno.

3) Export: la bilancia commerciale con l’estero è in surplus e ci posiziona al quarto posto dopo Cina, Germania e Russia. Il dato fa emergere che non veniamo travolti dalla globalizzazione, cosa non da poco, ma non possiamo rimuovere il piano inclinato in cui l’Italia si trova e che condivide con molti altri paesi europei. I processi di sviluppo internazionali hanno ridimensionato il peso relativo dell’export italiano, il quale poi si è stabilizzato negli ultimi dieci anni al 2,9%. La Germania nel medesimo lasso di tempo arretra di un paio di decimali, ma attestandosi su un ben più corposo 7,9%. Inoltre, va sottolineato il recente dato che evidenzia come crescano le esportazioni, ma non gli esportatori. Le prime nel 2021 si attesteranno a +11% rispetto al 2020, ma i secondi, cioè le aziende che esportavano nel 2019, si riducono dell’8%. Ci sono quindi oltre 10.000 aziende che non vendono più all’estero nel 2021. Gli stessi aiuti pubblici, rileva l’Ace, hanno sostenuto gli attori più forti, ma non sono stati in grado di supportare quelli più deboli o implementare la platea delle imprese esportatrici, con il rischio che aumentino i divari di competitività interni. In tale senso l’Istat rileva come il differenziale del valore aggiunto tra aziende esportatrici e domestiche sia pari al 112%. L’avanzo commerciale italiano, inoltre, è frutto anche di una riduzione dell’import, che di per sé non costituisce un elemento positivo. Anzi le importazioni sono talvolta indice di relativa salute, di un paese che abbina esportazioni alla capacità di «competere» sul terreno dell’innovazione e non su quello dei costi. I dati sui salari ci fanno temere la presenza di un altro scenario.

4) Salari: Prima della pandemia l’Ocse evidenziava come dal 2000 al 2017 i salari italiani fossero rimasti inchiodati attorno ai 36.000 dollari annui. Nello stesso periodo Francia e Spagna, che partivano da livelli simili, superavano rispettivamente i 44.000 e i 38.000 dollari, mentre la Germania passava da circa 42.000 a quasi 48.000. Forse questo dato può contribuire a spiegare il miglioramento della bilancia commerciale, ma difficilmente può essere considerato un segnale di svolta, piuttosto di collocazione produttiva del paese. In questo senso la domanda interna rischia, dopo questa fase di ripartenza, di tornare a dimensioni modeste.

5) Produttività: categoria sempre scivolosa ma, anche fermandoci alle rilevazioni Istat, al netto di locazioni di immobili e attività delle Amministrazioni Pubbliche, non ci pare si possa gridare al miracolo. La produttività del lavoro è stata inferiore a quella di Francia e Germania per tutto il periodo 2014-2019, con un netto calo proprio l’anno prima della pandemia. La produttività del capitale, con un andamento negativo dal 1995 al 2019, fa segnare una timida ripresa dal 2014 che si conclude con un -0,8 proprio nel 2019.

6) C’è poi da considerare che lungo il 2021 comincia già a intravvedersi un rallentamento dell’economia globale. Emergono fenomeni d’intralcio alla crescita conseguenza anche delle specificità della crisi da Covid-19 precedente. Crisi dell’offerta, colli di bottiglia nelle produzioni e nei trasporti, fenomeni inflazionistici a partire dalle materie prime energetiche e non, ma anche carenza di manodopera specializzata. Tutti fenomeni in teoria temporanei, ma che possono colpire in maniera sproporzionata proprio quei paesi che puntano prevalentemente su esportazioni e mercantilismo. Recentemente Marcello Minenna parlando di Purchasing Managers Index, indicatore che anticipa le traiettorie di Pil e occupazione, ha affermato che «negli Usa e nel Regno unito il trend dell’indicatore è in rapido declino già da maggio 2021, mentre in Cina siamo entrati in fase di decrescita, in coerenza con la contrazione del credito alle imprese. L’area euro segue in ritardo, ma il picco della crescita appare passato. La ripresa globale c’è ed è forte, ma non sta prendendo la forma delle precedenti. I prossimi anni potrebbero essere diversi da come ce li prefiguravamo».

Per concludere, alla luce di questi dati e queste considerazioni confermiamo il nostro giudizio di fondo. Sia chiaro, in questo contesto di forte cambiamento potrebbero esserci novità importanti. Indubbiamente la crescita degli investimenti nel comparto industriale è un dato interessante, ma ritenere che ci sia un’inversione di tendenza, o addirittura di ciclo, dopo che strutturalmente la nostra economia è stata il fanalino di coda in Europa per 25 anni, ci sembra francamente precipitoso. Dubitiamo anche che una tale potenziale discontinuità possa essere spiegata come l’effetto del piano industria 4.0, la dinamica del settore edilizio o con un evanescente fattore Draghi. Se, come temiamo, il miglioramento dell’export è favorito principalmente dai bassi salari, allora non ci farà recuperare terreno sulla Germania e non ci farà superare, di per sé, i limiti emersi finora. La nostra impressione è che, in assenza di una vera strategia industriale e di un nuovo ruolo del pubblico, l’Italia patirà ancora le debolezze dei suoi assetti produttivi, forte in alcuni comparti, ma debole in altri a partire dai servizi e dal suo congenito nanismo industriale. Un fattore, quest’ultimo, che in molti settori costituisce un limite obiettivo per agganciare le dinamiche globali, e che rischia di approfondire ulteriormente una società duale, in cui c’è chi cresce e si ammoderna (pochi) e chi nel migliore dei casi vive un contesto stagnante o in declino (i più).

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin Italia il 9 ottobre 2021

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