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La canapa vola. Una lezione per la politica

Quando martedì 7 settembre abbiamo depositato in Cassazione il quesito per il referendum abrogativo di alcune norme superate o particolarmente odiose della legge antidroga del 1990 eravamo consapevoli di compiere un tentativo ricco di follia.

Ci dicevamo che solo un miracolo avrebbe potuto farci raggiungere l’obiettivo delle 500.000 firme entro il mese di settembre. Alcuni di noi hanno dedicato tempo e anni raccogliendo firme nei mitici banchetti con tante difficoltà organizzative. La firma on line però non vale meno: ha la stesso spessore democratico e non può essere demonizzata.

È accaduto qualcosa di straordinario. Una vera valanga per abbattere una persecuzione che dal 1990 ha mandato in carcere centinaia di migliaia di persone per detenzione e piccolo spaccio delle sostanze stupefacenti vietate. Per il semplice consumo di uno spinello oltre un milione di giovani sono stati criminalizzati e sottoposti alle angherie delle sanzioni amministrative.

La guerra alla droga nel mondo è stata superata con scelte di legalizzazione della canapa, prima in Uruguay, poi in tanti Stati degli Usa e infine in Canada. Le Convenzioni della «Chiesa della Proibizione» sono di fatto superate con il prevalere dell’interpretazione della flessibilità e non possono essere utilizzate per impedire il referendum.

La formulazione del quesito è stata particolarmente calibrata per non fornire appigli a una decisione di inammissibilità da parte della Corte Costituzionale.

Fra le diciassette condotte elencate nell’articolo 73 del Dpr 309/90 abbiamo espunto solo quella relativa alla coltivazione perché la giurisprudenza consolidata nei tribunali e in Cassazione ha stabilito che quella previsione si deve intendere riferita alla modalità di coltivazione domestica di poche piante; altre azioni sono coperte dalle condotte indicate come la produzione, la fabbricazione, l’estrazione, la raffinazione; il caso di ingente quantità è poi sanzionato dall’articolo 80 della stessa legge.

Abbiamo mantenuto per la canapa la sanzione penale con l’irrogazione della multa, ma eliminando la detenzione in carcere.

Infine, tra le sanzioni amministrative abbiamo eliminato solo il ritiro della patente.

È evidente che il referendum abrogativo può solo eliminare le storture più gravi. La riforma della politica delle droghe richiede un profondo intervento, che come Società della Ragione abbiamo formulato da anni e i testi sono pubblicati nel Libro Bianco sulle Droghe. Purtroppo giacciono nei cassetti del Parlamento e anche un modesto intervento sulla riqualificazione dei fatti di lieve entità è impantanato in commissione Giustizia della Camera dei Deputati.

Il successo della raccolta delle firme rappresenta una sconfitta per la politica. Ricordo che se non ci fosse stata la cancellazione da parte della Corte Costituzionale (relatrice Cartabia), avremmo ancora la legge iper-proibizionista e iper-punitiva, la nefasta Fini-Giovanardi.

Ora la raccolta di adesioni deve proseguire (www.referendumcannabis.it), compiendo una corsa contro il tempo se non sarà sanata la discriminazione con gli altri referendum (quelli della Lega) che possono essere depositati entro il mese di ottobre, mentre le nostre firme vanno presentate entro il 30 settembre.

Un risultato così straordinario, che dimostra grande consapevolezza, invece che provocare entusiasmo, ha suscitato preoccupazioni infondate sul rischio della bulimia referendaria grazie alla firma digitale e così si sprecano le proposte per correggere le pretese storture. Affronteremo subito una discussione pubblica per evitare che il diritto di decidere su un reato senza vittima, venga scippato da decisioni politiciste e non giuridiche.

L’effetto importante è che l’anno prossimo voteremo contro un’ideologia salvifica che uccide: altro che cultura dello sballo. E ridurremo il sovraffollamento nelle carceri.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 22 settmbre 2021

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