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Il viaggio di Abel

Una missione in Italia, alla metà degli anni Settanta, per recuperare dei soldi e finanziare la resistenza alla dittatura argentina. Episodio dell’avventura di un uomo imprescindibile, che lottò tutta una vita

Panfilo e Irma ascoltano i notiziari che, sin dalla serata, diffondono le prime clamorose notizie. Le informazioni, tuttavia, sono ancora molto confuse. Il giorno dopo diviene chiaro che il gruppo del capitano Juan Leonetti ha ucciso Mario Santucho, fondatore del Partito revolucionario de los trabajadores (Prt), e Benito Urteaga a Villa Martelli, ma la sorte di Domingo Menna «Mingo» è ancora incerta, salvo che per un particolare: sicuramente non è stato sorpreso insieme agli altri dirigenti del partito. Forse è stato ucciso a Gonnet, con Gorriarián Merlo, come scrive il Clarín (la notizia però è depistante), oppure è stato sequestrato in qualsiasi altro luogo della capitale o della Gran Buenos Aires. Anche Ana Maria Lanzillotto «Ani», la moglie di Domingo, è scomparsa nel nulla, ma lei probabilmente è ancora viva. Nessun giornalista, infatti, scrive di donne uccise nell’assalto all’appartamento di Calle Venezuela 3145. E Ramiro, il figlio di Domingo e Ani, che ha solo due anni, dove sarà?

Sono ormai trascorsi quasi 25 anni dal giorno in cui la famiglia Menna ha lasciato Casalanguida per arrivare in Argentina. Solo pochi mesi prima, Domingo aiuta i genitori a realizzare il sogno che coltivano da quel lontano 1952: tornare in Italia. Compra due biglietti Alitalia e quei biglietti, quando lo sequestrano la mattina del 19 luglio ‘76, sono già nelle mani sicure del padre, Panfilo. Nemmeno il partito possiede informazioni sulla sorte del suo dirigente mentre, più o meno verso il 10 agosto, due fratelli di Ana Maria riescono a ritrovare il piccolo Ramiro in un posto di polizia. Panfilo e Irma decidono di usare i biglietti e partire. 

Alla fine di agosto, attraverso i mille rivoli lungo i quali scorrono le informazioni carpite mediante l’opera di infiltrazione, finalmente la notizia tanto attesa arriva ad Alberto: Mingo è vivo, probabilmente è prigioniero a Campo de Mayo. Incontra León che è appena stato nominato responsabile delle comunicazioni internazionali nel Frente che lui dirige come membro del Buró. Al compagno di studi di Menna nella facoltà di medicina di Córdoba, Alberto rivela che Domingo è nelle mani dell’esercito. León si infervora: «Forse potremmo proporre uno scambio tra Domingo e un dissidente, come quello che stanno per fare i sovietici e i pinochettisti cileni: Luis Corvalán in cambio di Vladimir Bukovskij». Alberto ride fragorosamente: «Sei completamente fuori di testa. Pensi che il Pcus possa muovere un dito per un dirigente del Prt?». L’informazione di Alberto è corretta. A fine agosto, Domingo è ancora a Campo de Mayo, ne «El Campito», e i militari, nonostante sia trascorso più di un mese, continuano a torturarlo selvaggiamente, nella speranza che, prima o poi, crolli e parli. León termina il suo turno di guardia medica nell’ospedale. Ha già concordato una cita, un rapidissimo incontro in strada, con una compagna che deve portargli un messaggio di Alberto. «Il partito ha deciso che domani partirai per l’Italia». «Ma come faccio» – risponde Leòn. «È impossibile per me organizzarmi in così poco tempo. Fammi parlare con Alberto». 

Nuova cita il giorno successivo. Alberto gli affida una missione clandestina. Il partito ha urgente bisogno del denaro che è custodito, al sicuro, in Italia. Deve recuperarlo e portarlo a Buenos Aires entro una settimana. Ma deve anche trovare i genitori di Domingo perché hanno perso ogni contatto con il partito e di loro si sa soltanto che si trovano in Italia. Serviranno alcuni giorni per rintracciare l’indirizzo di Panfilo Menna e Irma Ferrara, ma, intanto, lui deve partire in tutta fretta. In capo a qualche giorno Alberto fornirà un indirizzo a «el Sopa» e quest’ultimo, a sua volta, lo passerà a un’insospettabile amica comune a cui León, in un determinato giorno e a un’ora prefissata, telefonerà. Prima di salutarsi, Alberto consegna al suo compagno il numero telefonico romano di Federico, responsabile del partito in Italia, e 700 dollari per comprare il biglietto del volo Buenos Aires-Roma. 

Il 2 settembre ’76, León percorre i grandi spazi dell’aeroporto di Ezeiza pieno di militari e supera i controlli senza alcuna difficoltà. All’arrivo, a Fiumicino, sale su un autobus che lo conduce alla Stazione Termini, si procura alcuni gettoni e da una cabina telefonica compone il numero di Federico. La buona sorte continua ad assisterlo. Federico è in casa e, quando abbassa la cornetta, ancora stenta a credere che la telefonata che ha ricevuto da un compagno, che non spiccica neppure una parola in italiano, sia stata fatta da una cabina che si trova a pochi chilometri da casa sua. Il partito, per ragioni di sicurezza, non l’ha avvertito dell’arrivo dell’emissario. León lo attende e poi, insieme, prendono un bus diretto al Lungotevere Testaccio. 

Federico non ha alcuna idea del luogo in cui si trovino Panfilo e Irma. Quanto al denaro, le aspettative di Alberto devono fare i conti con la realtà: i tempi per recuperarlo non saranno rapidissimi. León, durante tutto il tempo della sua permanenza in Italia, sarà ospite di Federico nell’abitazione romana che, in verità, è di un’altra compagna del partito, Susi Fantino, nata in Argentina da una famiglia italiana, ma che vive ormai in Italia da moltissimi anni. Federico è il nome di battaglia dell’architetto Fernando Chávez e la sua compagna è Ana Maria Guevara, la sorella del Che. León sa che resterà inattivo per alcuni giorni, in attesa della telefonata da Buenos Aires e delle informazioni che arriveranno da Federico. 

L’emissario clandestino si converte rapidamente in turista e, in compagnia di Ana Maria e di Juan Molina y Vedia, prestigioso architetto simpatizzante del partito, visita la città e i suoi principali monumenti. Non può non entrare nel Colosseo, teatro delle gesta dei gladiatori, lui che, con Domingo a Cordoba, nel ’66, ha dato vita al raggruppamento studentesco «Espartaco». Una telefonata lo riporta ai suoi doveri di militante. Il messaggio è sintetico: Via Aia Falchetta Palena Chieti. León non riesce a comprendere come riusciranno a trovare un’abitazione che non ha un numero civico, operazione impossibile in una città argentina. Susi, che quotidianamente si reca nell’appartamento sul Lungotevere Testaccio, si propone di accompagnarlo, con l’auto, sino a Chieti. All’ultimo momento si unisce al viaggio un amico di León, militante di Córdoba, ex prigioniero politico che, dopo l’espulsione dall’Argentina, vive a Milano. Così il programma cambia. León e il suo amico viaggeranno in treno e a Chieti si uniranno a Susi. 

Ma all’arrivo il gruppo argentino, con grande disappunto, scopre che Via Aia Falchetta non è una strada cittadina, ma quella di un minuscolo comune, Palena, un pueblito che si trova a un’ora di distanza dal capoluogo. Si inerpicano lungo strade tortuose, che a León ricordano i percorsi montani della zona di Córdoba, las sierras, e arrivano a Palena. Il paese gli appare nient’altro che un agglomerato di case dislocate sui fianchi di una grande strada centrale. Si fermano in una stazione di servizio e scoprono che già si trovano nella strada che stanno cercando. Chiedono se qualcuno conosca una coppia di argentini arrivata da poco nel paese. «Si, gli argentini, gli argentini», risponde in coro un piccolo gruppo di persone che si è radunato attorno a loro. Gli argentini vivono lì, ad appena trecento metri. León scende dall’auto, attraversa la strada, bussa alla porta e appaiono Panfilo e Irma. Si abbracciano. L’emozione è immensa, non meno dello sbalordimento di Panfilo nel trovarsi di fronte un argentino arrivato in un paesino abruzzese che si trova ai piedi della Maiella. 

Gli ospiti vengono presentati al padrone di casa, un fratello di Irma, e subito invitati a pranzo. Panfilo e Irma raccontano di essere partiti non avendo ancora alcuna notizia sulla sorte di Domingo e Ani né alcun contatto con il partito e con l’altra figlia, Rachele, che già da tempo è clandestina. Ma León porta buone notizie perché Mingo è vivo e il dolore della desaparición non cancella l’allegria di questo incontro che, capovolgendo le rotte dell’emigrazione, questa volta ha portato un argentino, discendente di una famiglia ebrea russa, nella terra italiana che ha fornito migliaia di menti e braccia a tutta l’America latina. Panfilo ha un fratello che vive a Roma e i tre argentini si offrono di accompagnare lui e Irma nella capitale. 

All’alba arrivano a Roma e Susi si attiva immediatamente per individuare il compagno che permetterà ai genitori di Mingo di stabilire il rapporto con la piccola struttura del partito nella capitale. Con Federico e Ana Maria, León visita il Festival Nazionale de l’Unità, il quotidiano del Partito comunista italiano, che si sta svolgendo a Napoli. Bisogna allacciare relazioni e sviluppare iniziative per ricercare la solidarietà con la causa del popolo argentino contro la dittatura e con la causa del Prt nella campagna di denuncia della repressione e dello sterminio. Al gruppo si sono uniti due avvocati di Cordoba: Martín Federico «el Tino», militante del partito, e Gustavo Roca, difensore di prigionieri politici e componente della Commissione Argentina dei diritti umani (Cadhu) che a Buenos Aires opera nella clandestinità. Con Ana Maria alla testa del gruppo («Questa donna è la sorella del Che» è l’immancabile presentazione) incontrano molte delegazioni straniere presenti al Festival. 

Il 9 settembre giunge la notizia della morte di Mao Zedong. Federico accetta la proposta di León e insieme scrivono un comunicato che rende omaggio al leader cinese a nome della Junta de Coordinación Revolucionaria (Jcr) del Cono Sur. Un giorno, León viene a sapere che lungo le strade romane si svolgerà una manifestazione della sinistra. Susi gli dice di non andare. È categorica. Non può rischiare che gli accada qualcosa che gli impedisca di rientrare in Argentina. Controvoglia, sembra accettare il consiglio ed esce di casa. Passano molte ore e León non torna. Susi è preoccupata. Infine, rientra ed è visibilmente contento. Confessa subito la ragione del ritardo. Casualmente, così sostiene, è finito in bocca alla manifestazione e, preso dall’emozione, è rimasto lì. Si scusa e continua a ripetere: «Era un oceano di bandiere rosse. Una cosa incredibile!».

Finalmente, Federico raccoglie tutto il denaro che dovrà arrivare a Buenos Aires. Ana Maria è un’abile sarta e costruisce un perfetto nascondiglio (un berretín) per occultare i soldi. Il giorno della partenza tutti hanno la sensazione che il saluto sia, in realtà, un addio e che non ci saranno più occasioni di nuovi incontri. L’aereo atterra a Ezeiza, ma, mentre si trova ancora sulla pista, un brivido corre lungo la schiena di León. Un pilota, gridando, irrompe nella zona passeggeri. Parla in italiano, ma lui riesce a comprenderlo: nessuno potrà scendere dall’aereo. 

Trascorrono i minuti e tra i passeggeri corre voce che qualcuno è stato derubato di 700 dollari. León comincia a sudare. Addosso ha esattamente 700 dollari e potrebbero sospettare che il denaro l’ha rubato lui. Se accadesse, inevitabilmente, troverebbero i fondi del partito. Ma la polizia non entra nell’aereo e tutti scendono camminando tra fila di militari che circondano la zona. Con il denaro del partito, ben nascosto, e con in mano un appariscente regalo per il figlio di una compagna, León esce dall’aeroporto sotto il naso dei militari. Prende il bus 86 e arriva a casa, dove lo attendono la sua compagna e «el Sopa». Osservando le rigide regole di sicurezza del tabicamiento, nemmeno loro due sanno cosa è andato a fare a Roma. Dalla voce del suo compagno scopre che non incontrerà Alberto. L’hanno sequestrato qualche giorno prima, nel pomeriggio del 14 settembre, e il partito non riesce ancora a scoprire in quale luogo preciso della città è stato catturato dai militari. Trascorre qualche giorno e León consegna il denaro a una compagna che lo porterà al Equipo de Finanzas del Prt. 

Mingo Menna visse ancora due mesi a Campo de Mayo e l’11 novembre ’76 fu trasladado (trasferito) e condotto a morte. In quello stesso momento e nello stesso luogo, Eduardo Merbilhaá «Alberto» ancora resisteva alla tortura. Oscar Roger Guidot «el Sopa» (la zuppa), inseparabile compagno e collega di lavoro di León nell’Hospital Rawson di Córdoba, fu catturato nella capitale, in un bar di Santa Fe y Salguero, il 5 aprile ’77. Gli trovarono indosso una lista con denunce di casi di desaparecidos che doveva consegnare a un giornalista svedese. Scomparve nel centro clandestino denominato «El Vesubio». Rachele Menna «la Gringa», impegnata nel Frente de Propaganda, fu sorpresa in una tipografia clandestina a Cortínez e divenne una desaparecida il 12 maggio ’77. Ana Maria Lanzillotto «Ani» era incinta al momento del sequestro. Prigioniera a Campo de Mayo, fu trasferita nel circuito detentivo Puente 12 e, infine, partorì, quasi certamente nel centro clandestino denominato «la 205». Il neonato venne consegnato a una clinica di Wilde. Nel 2016, le Abuelas de Plaza de Mayo (le Nonne di Piazza di Maggio) recuperarono el Nieto 121 (il nipote 121). Si chiamava Maximiliano e i risultati dell’esame del Dna dicevano che era il figlio di Domingo e Ani. 

Abel Bohoslavsky «León» conobbe Maxi a Buenos Aires e parlarono per ore. Maxi ascoltò i suoi racconti: gli anni universitari trascorsi con il padre, il Cordobazo, la militanza clandestina. Ma anche il racconto di quel cane che, a Tres Arroyos, Domingo aveva chiamato Trotsky e che a Córdoba (la cana, la polizia, di quella città era chiaramente più smaliziata e avveduta di quella di Tres Arroyos) aveva perso una lettera ed era diventato Troky. E di quel viaggio, in Abruzzo, per incontrare i nonni, Panfilo e Irma, che non smisero mai di cercarlo, ma non riuscirono mai a incontrare.     


Abel Bohoslavsky («el Tuerto», «Lucho», «León»), medico, militante storico del Partido Revolucionario de los Trabajadores, continuò la battaglia contro il terrorismo di stato anche dopo essere tornato da quel viaggio italiano. Nel ’78, fu costretto a fuggire in Messico e, in seguito, contribuì al consolidamento della rivoluzione sandinista in Nicaragua, anche dirigendo il giornale Barricada, organo del Frente Sandinista de Liberación Nacional. Rientrato in Argentina, rivendicando sempre gli ideali di militante perretista, ha partecipato instancabilmente alla vita politica, civile e culturale del suo paese, aderendo, negli ultimi anni, alla corrente politico-sindacale «Rompiendo Cadenas». Autore di saggi, pubblicazioni e articoli giornalistici, per l’edizione in lingua spagnola del mio libro El Minuto, indagine su una storia napoletana nella Buenos Aires dei militari (Edizioni Alegre, 2017) ha curato il prologo intitolato El Minuto conspirativo. A causa della infezione da Covid19, è morto a Buenos Aires il 6 giugno 2021 e a lui hanno reso omaggio organizzazioni e militanti politici argentini e di altri paesi del continente latinoamericano, ricordandolo con una celebre frase di Bertolt Brecht: «…ci sono uomini che lottano per tutta la vita, questi sono imprescindibili».       

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin Italia il 13 settembre 2021

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